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Unbroken: quando una bella confezione non significa vera emozione

Nonostante tutti gli elementi necessari per eccellere, Unbroken non raggiunge il risultato sperato: non è un film completamente sbagliato, ma le strutture narrative ispirate alla storia di Lou Zamperini sono poco convincenti e poco empatiche

Anche se molto raramente, talvolta capita che un lungometraggio abbia tutti gli elementi necessari per eccellere, ogni cosa al punto giusto, eppure pur sommandoli tutti non riesca a ottenere il risultato sperato. È questo il caso di Unbroken, seconda regia di Angelina Jolie dopo il più piccolo e controverso In the Land of Blood and Honey (id., 2011).

Ispirato alla storia vera dell’italoamericano Lou Zamperini, corridore capace di correre alle Olimpiadi di Berlino 1936 e successivamente protagonista di una clamorosa storia di sopravvivenza contro tute le possibili avversità – compresi 56 giorni di naufragio in mare aperto – Unbroken propone uno spettacolo cinematografico di prim’ordine. Il cast tecnico è infatti strepitoso. Alla fotografia ad esempio c’è il più grande artista della luce vivente, Roger Deakins, capace di illuminare con eleganza e insieme realismo qualsiasi set o storia. È lui a conferire al film della Jolie una nitidezza di immagini e una forza espressiva di primissimo ordine. Esteticamente Unbroken è notevole, stracolmo di immagini destinate a colpire lo spettatore, anche perché sottolineate dalla musica sempre potente di Alexandre Desplat.

Un altro punto a favore del film è il suo protagonista, il ventiquattrenne britannico Jack O’Connell, venuto alla ribalta negli ultimi mesi grazie a un paio di film indipendenti di valore altissimo come ’71 (id., 2014) e soprattutto Starred Up (id., 2013). Dotato di presenza scenica non comune, l’attore dimostra la sua efficacia in un ruolo a dire il vero piuttosto ingrato. Perché alla fine il personaggio di Zamperini possiede un limite che nuoce all’intera operazione: è troppo passivo, o meglio in balia degli eventi. Quando al centro della storia si ha un protagonista che è agito invece di essere in grado di agire, la sceneggiatura deve rimediare con delle soluzioni narrative che lo rendano comunque artefice di un arco narrativo convincente. Non è il caso purtroppo dello script di Unbroken, firmato tra l’altro da scrittori di fama come Richard LaGravenese, William Nicholson e addirittura i fratelli Coen. Prima disperso in mare, poi prigioniero torturato in un campo di concentramento in Giappone, Zamperini non può fare altro che sopravvivere senza avere possibilità alcuna di ribellarsi, e alla lunga tale passività si rivela controproducente all’effetto empatico che la Jolie stava evidentemente cercando.

Tirate le somme l’unica vera grande perla nel cast di Unbroken è uno degli attori secondari, Domhnall Gleeson, emozionante nella sua interpretazione trattenuta di Russell Allen Phillips.

Sia ben chiaro che Unbroken non è un film completamente sbagliato, ma non riesce a raggiungere se non nella confezione l’eccellenza che ci saremmo aspettati da un cast artisticamente così valido. Angelina Jolie dimostra di essere un’autrice intelligente e piuttosto solida nella sua visione di cinema, ma (ancora?) senza quel guizzo che la potrebbe rendere veramente originale.

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