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Don Giovanni e il disgustoso fascino della bulimia sentimentale

di Elisabetta De Dominis
Alessandro Preziosi ne Il Don Giovanni

Alessandro Preziosi ne Il Don Giovanni

Il suo fascino è ancestrale e immortale, è dentro di noi, è il nostro lato oscuro, ma ognuno di noi deve saperlo uccidere. Nei suoi panni Alessandro Preziosi riesce a metterlo a nudo rivelando che Don Giovanni è solo la parodia di se stesso, perché è un personaggio che recita la vita, inganna e si inganna

 

Ci vuole una vita intera per fare i conti con un Don Giovanni, perché nel nostro cuore non muore mai. Ma lui i conti li ha sempre saputi fare benissimo, perché il suo unico credo è: “Due più due fa quattro”. E tutto quello che ha saputo fare è stato tenere il conto delle donne sedotte.

Ci vuole una vita intera perché Don Giovanni è dentro di noi, il nostro lato oscuro, donne o uomini che si sia. Il suo fascino è ancestrale e immortale, ma ognuno di noi deve saperlo uccidere, come il Convitato di Pietra, per affrontare la propria vita e le proprie relazioni sentimentali. E capire che sul tavolo della cena si banchetta l’amore, per divorarlo.

Alessandro Preziosi, attore molto amato per la sua bellezza, è riuscito a farci vedere quanto sia disgustoso il fascinoso seduttore, interpretando Don Giovanni di Molière al teatro Rossetti di Trieste in questi giorni. Preziosi riesce a metterlo a nudo rivelando che Don Giovanni è solo la parodia di se stesso, perché è un personaggio che recita la vita, inganna e si inganna. Davanti ai nostri occhi meschinità, infantilismo, narcisismo, ipocrisia: il seduttore non c’è più. Tanto che viene da chiedersi: e questo ho amato, per questo ho sofferto? 

Un archetipo potentissimo che attrae, secondo lo psicanalista Claudio Risè, soprattutto le donne più intelligenti e fantasiose. Nel suo saggio, Don Giovanni, l’ingannatore. Trappola mortale per donne d’ingegno, uscito una decina d’anni fa, spiega che è proprio la donna intelligente e fantasiosa e cadere nelle sue grinfie. Entrambi sono dei ribelli e vogliono sovvertire l’ordine costituito: si legano in un’oscura complicità, ma alla fine è la donna a farne le spese, perché una volta sedotta viene abbandonata.  Perde anima e corpo, lui non perde nulla e si diverte. A Don Giovanni interessa la conquista, come atto materiale e rafforzamento del suo maschile. Infatti è in competizione con il padre e con il mondo maschile nel quale vuole primeggiare. Ecco perché non ha paura di nessuno, è valoroso, si getta con la spada nella mischia. Dando appunto alla donna un’immagine virile che l’affascina. Peraltro il suo desiderare sempre, ognuna, lo porta ad essere tanto desiderato e miete vittime a ogni passo. È un “passante dell’amore”, un nomade sentimentale che non mette mai radici perché è un instabile affettivo. E affascina proprio con il fascino dell’assenza, che permette alla donna di fantasticare sulle sue imprese grandiose.

Quest’opera scritta nel ‘600, preannuncia l’epoca del consumismo: la donna è un oggetto che va consumato. Don Giovanni vive come ogni consumatore non nel presente, ma nell’istante. È un bulimico dell’amore quanto del cibo, infatti consuma il pasto divorandolo da solo, non è capace di condividere con nessuno. E quando invita a cena la statua del Commendatore, il padre di una donna da lui sedotta e da lui ucciso, lo fa perché sa che non potrà andarci. Ma accade l’imperscrutabile: il Convitato di pietra si presenta, non è lì per mangiare, ma lo invita a cena da lui. Don Giovanni che non ha paura di nulla, si presenta: sfida la morte e viene folgorato. L’ostinazione nel non aver voluto redimersi, cambiare, l’ha condotto proprio a quello che negava nel suo delirio di onnipotenza: la morte.

Oggi è facile imbattersi in uomini e donne Don Giovanni part-time. Hanno una relazione stabile, ma utilizzano un comportamento dongiovannesco per distrarsi con alcune avventure. Prendono, consumano e via. Spesso si perdono e non si ritrovano fino a che qualcuno o qualcosa non gli presenta il conto.

 

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