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In nome del figlio e di un’Italia che non cambia

Il nuovo film di Francesca Archibugi adatta in perfetto stile italiano il film francese Cena tra amici mostrando i costumi di una classe media nostalgica e le ansie di una certa sinistra borghese allo sfascio. In nome del Figlio è una pellicola antropologica dal ritmo vertiginoso e ben interpretata che rispolvera il meglio della commedia all'italiana

Si può ancora fare commedia all’italiana lontana dalla solita comicità fatta di battute scontate, equivoci inverosimili, gag volgari e, almeno per alcuni, fastidiose? Una commedia capace, come diceva Giorgio Gaber nel 1984, di raccontare l’oggi, qualcosa che cerca di uscire, un teatro di parola. È il caso del nuovo film di Francesca Archibugi che, dopo lo scontro tra due mondi, quello agiato contro quello popolare, in Questioni di cuoredel 2009, adatta in perfetto stile italiano il film francese Cena tra amici (titolo originale: Le prénom), a sua volta tratto dalla piéce teatrale, Le prénom degli autori Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte che hanno firmato anche il film

poster​Paolo (Alessandro Gassman) è un agente immobiliare rampante e burlone che sta per diventare padre per la prima volta. Una sera viene invitato a cena a casa della sorella Betta (Valeria Golino), sposata con Sandro, professore universitario precario frustrato eTtwitter-dipendente (Luigi Lo Cascio). Una coppia di intellettuali radical chic in piena crisi coniugale. Con loro c’è Claudio (Rocco Papaleo) un amico d'infanzia di Betta ed eccentrico musicista. La moglie di Paolo, Simona (Micaela Ramazzotti), bellissima di periferia con ambizioni letterarie dopo aver pubblicato un romanzo erotico best seller, è in ritardo. In attesa dell’arrivo della moglie, Paolo decide di animare la serata rivelando il nome che intende dare a suo figlio: Benito. Una scelta talmente controversa che diventa la scintilla che scatena un falò comico e trasforma la cena in un disastro.  

Così, tra le accoglienti mura di un appartamento che trasuda cultura con i suoi 5.000 libri, Paolo difende la sua scelta sollevando pungenti domande su pregiudizi e atteggiamenti culturali di un Paese dove le ibridazioni tra destra e sinistra continuano a dominare la scena politica italiana.

“Ci è sembrata una buona occasione per parlare di noi, dell’Italia, di questa divisione che l’ha attraversato negli ultimi vent'anni”, spiega lo scrittore Francesco Piccolo, che ha collaborato alla sceneggiatura. Mentre per l’Archibugi i contrasti servono a raccontare al meglio un sentimento diffuso. Perché tutti hanno le loro buone ragioni, come Paolo che dopo essersi liberato di un passato ingombrante come figlio primogenito di una famiglia comunista, adesso ostenta lusso e ricchezza.  

A tutto questo si aggiunge un indice dei modi e costumi della classe media italiana messi in scena  ad un ritmo vertiginoso da attori perfettamente in sintonia con i loro ruoli e ben disposti a rappresentare le ansie e le convinzioni di una certa sinistra borghese ormai allo sfascio. “Questi personaggi sono tutti, ognuno a suo modo, ammalati del desiderio struggente di fermare il Tempo –  precisa l’Archibugi in conferenza stampa – Fanno fatica ad accorgersi del mondo fuori che è cambiato, nostalgici del fatto che siano esistiti tempi migliori”.

L'unico ospite che sembra isolato e che cerca di mantenere in equilibrio gli squilibri altrui è Claudio. Ma quando scopre che a sua insaputa gli altri si riferiscono a lui come “Prugna”, convinti della sua omosessualità, lui reagisce con una rivelazione che non è quello che ci si potrebbe aspettare. 

In nome del figlio si rivela così una pellicola antropologica capace di raccontare gli italiani di oggi dal punto di vista politico-sociologico. Un popolo che sulle note della canzone Telefonami tra vent’annidi Lucio Dalla, cantata e ballata nel film da tutti gli attori, sembra non riuscire a liberarsi di certi retaggi del passato che influenzano ancora così fortemente il presente.

 

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