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Quell’Italia che cerca un buon partito alla Mastro Don Gesualdo

di Elisabetta De Dominis

L'opera di Giovanni Verga è del 1889 ma è solo dal 1968 che la donna italiana diventa padrona del proprio destino. Scaccia il partito, si apre all’amore. Lavora, divorzia, e infine si pente della vita che si è scelta. E – ironia della sorte – Mastro Don Gesualdo oggi ridiventa l’uomo nuovo con la roba per sistemarsi  

Una volta c’era il partito. Il buon partito. Niente a che fare con la politica, sebbene per accalappiare un buon partito ci voleva una politica fine. Da parte della famiglia che doveva sistemare una figlia. Più che il patrimonio familiare per entrare in una famiglia aristocratica, sposare un nobiluomo, era richiesto un rango pari. Bisognava esser “nata bene”. Un valore che era tutto ma poteva diventare niente se la fanciulla non si conservava integra fino al matrimonio. O meglio vergine, perché chi se ne fregava se poi questo stato l’avrebbe lacerata dentro? Se avesse dovuto rinunciare al grande amore, alla libertà, alla sua autodeterminazione… L’importante era l’imparentarsi della famiglia che ne avrebbe accresciuto prestigio e potere. Perdere la verginità era un disonore che ricadeva su tutta la famiglia d’origine. Il futuro era il zitellaggio, a meno che non si passasse a un matrimonio riparatore con un uomo di rango inferiore che, in cambio di un’ascesa sociale grazie alla parentela altolocata, accondiscendesse a prendersi una moglie non più vergine e magari anche con un pargolo in arrivo. E’ quello che capita al personaggio di Giovanni Verga: Mastro Don Gesualdo, ex muratore diventato possidente terriero che impalma Bianca Trao, nobile decaduta, allettato dalla proposta di essere accettato nella società che conta. Lei compromessasi con un cugino, viene obbligata dalla famiglia a sposare Mastro Gesualdo che grazie a queste nozze acquista il “don”, ma pure l’infelicità. E neppure tutta la sua roba gli servirà per comprarsi un po’ d’amore dalla moglie prima e dalla figlia poi. Per le quali l’amore sarà sempre legato al rango, benché entrambe l’avessero perso violandone le regole. La rozzezza e l’ignoranza di Mastro Don Gesualdo le disgusta quanto lui è attratto dalla loro raffinata algidità. Un uomo che ha sempre avuto ben radicato il concetto di possesso, dei beni che possedeva, investe la sua vita in un matrimonio fallimentare, credendo di fare un affare.

E non dà nessun valore all’amore e alla dedizione che gli dimostra Diodata per tutta la vita, proprio perché è la sua serva. “L’uomo era intensamente conscio di quello che gli apparteneva – scrisse D.H. Lawrence nel 1937 – ma non aveva che una coscienza confusa di quello che sentiva. E i sentimenti di cui non si ha coscienza non esistono”.  

Non sono però d’accordo con Lawrence quando scrive che “l’ambiente siciliano che inquadra Mastro Don Gesualdo è forse quanto di più autenticamente medievale esista nella letteratura moderna”. L’opera è del 1889 ma è solo dal 1968 che la donna diventa padrona del proprio destino. Scaccia il partito, si apre all’amore. Lavora, fatica, divorzia ma infine spesso si pente della vita che si è scelta. E – ironia della sorte – si imbatte in tanti Mastro Don Gesualdo. E’ lui l’uomo nuovo e lei ora cerca solo un uomo con la roba per sistemarsi.        

Mi racconta un amico scapolo impenitente: “Ha 55 anni, è belloccia, figli grandi e cerca ancora l’uomo della sua vita. Mi dice: vorrei tanto innamorarmi…In verità cerca un uomo che le faccia fare una vita sociale elevata: la porti in giro, per non uscire sempre con le solite amiche, le offra le vacanze, magari anche un assegno mensile perché la vita quotidiana costa. Mi dice: ti amo. Ma mi ricordo bene lo sguardo adorante di quelle che mi amavano trent’anni fa. Se mi viene un infarto, col cavolo che questa mi viene ad assistere. Quando ti fidanzi, sei già morto: devi fare l’autista, il cameriere, lo chaperon… Tra noi uomini ci scambiamo informazioni su queste e siamo un po’ prevenuti: non è un mestiere facile neanche per loro. Le giovani sono anche peggio: mirano ad entrature sociali, essere presentate a uomini potenti”.

Forse se la passavano meglio quando il marito lo sceglieva mammà.

Magari non avrei mai riletto Mastro Don Gesualdo, studiato sui banchi del liceo, se non avessi visto l’opera portata sul palcoscenico del teatro Bobbio di Trieste da un’eccellente compagnia di Catania, diretta da Guglielmo Ferro. Strepitoso Enrico Guarneri (nella foto) che rivela tutte le sfaccettature del mastro che si muove con energia e sicurezza nel mondo degli affari, accumulando ricchezze per acquisire potere sociale, e poi subisce inerme l’ingratitudine e gli sperperi della figlia. Molto molto attuale.

 

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