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Iaia Forte, donna-città ne la Carmén di Mario Martone, da Napoli all’Expo di Milano

Iaia Forte e Roberto de Francesco sulla scena di Carmén

Iaia Forte e Roberto de Francesco sulla scena di Carmén

L'opéra-comique di Bizet, riscritta da Enzo Moscato per la regia di Mario Martone, ci porta nella Napoli dei bassi. Iaia Forte è una Carmen partenopea, “nobile madonna dei bordelli”. Dopo varie date italiane, dal 5 maggio lo spettacolo sarà nel calendario del Piccolo di Milano per l’Expo 

 

Fra Viviani e la sceneggiata, la riscrittura di Enzo Moscato della Carmen, per la regia di Mario Martone, porta l’opéra-comique di Bizet nella Napoli dei bassi e della malavita. Una vivace rappresentazione della città e delle sue espressioni meticce, tradotta per l’Expo nei sopratitoli del Prescott Studio.

La storia è quella di Prosper Merimée, musicata da Georges Bizet a fine Ottocento come opéra-comique: una seducente prostituta di Siviglia passa da un amante all’altro, più per capriccio che per mestiere, devastandone in qualche caso l’esistenza. È una donna libera e libertina, che si muove in un substrato sociale infimo, conservando un’indomita purezza di passioni e sentimenti.

Roberto de Francesco e Iaia FortepalcoSi chiama Carmén, in questa versione di Mario Martone, e abita i vicoli di Napoli. Il personaggio che Iaia Forte porta sul palco, affiancata da Roberto de Francesco nei panni di Cosè, è un’eroina partenopea del dopoguerra, ma anche degli anni ’80. E al contrario della sua omonima spagnola sopravvive al proprio destino per raccontare sé stessa in scena.

Carmén è napoletana. Carmén è Napoli, in un certo senso. È amore, morte, passione. È inestinguibile istinto vitale, grido carnale di libertà che si eleva al di sopra della corruzione e della miseria umana: una rivendicazione possibile, nonostante tutto. È una donna-città che accoglie nel proprio grembo per poi lasciare andare, senza consolazione o aiuto. È un ritratto femmineo assoluto, una “nobile madonna dei bordelli”, un “misto di volgarità e rime”.

La scena di Sergio Tramonti rende perfettamente il variopinto degrado fisico e morale: muri scorticati e nudi si aprono svelando vicoli, bettole e “bassi” napoletani, colorati dalle luminarie pacchiane della festa. La cornice di un ambiente popolare, triviale e malfamato, in cui si beve la vita mentre si sviluppano traffici e illegalità. In cui risuonano echi di lingue ibride: arabe, africane, latine. E il dialetto, naturalmente, anzi, la lingua napoletana. Il testo, riscritto da Enzo Moscato, illustre drammaturgo partenopeo, rifacendosi alla prosa popolare e viva di Raffaele Viviani, traduce sulla scena i linguaggi di questa Napoli meticcia. Un melting-pot etnico e culturale fisicamente presente in teatro nelle voci e nei volti dell’Orchestra di Piazza Vittorio (musiche dal vivo ispirate a Bizet, direzione musicale di Mario Tronco). Tratto, questo, che rimanda immediatamente ad una nuova universalità questa storia di umili, che vivono “onestamente”, sia pur di espedienti, mentre il resto del mondo li sfrutta fingendo di non vederli.

Lo spettacolo, co-prodotto da Teatro di Roma e Fondazione del Teatro Stabile di Torino, rientra nel calendario presentato dal Piccolo di Milano in concomitanza con l’Expo (vi approda dal 5 al 17 maggio, dopo una tournée di varie date italiane). Ma come sarà possibile far arrivare ad un pubblico straniero il senso di questa Napoli, centro di un mondo latino fatto di nomadismi, così ambigua e misteriosa? Come si può tradurre questo miscuglio di lingue ed accenti, che assomiglia solo vagamente alla lingua italiana?

È una sfida che affronta quotidianamente il Prescott Studio di Firenze, punto di riferimento in Europa nell’ambito della titolazione teatrale, che proprio in occasione dell’Expo è leader di un progetto che vede coinvolti, oltre al Piccolo, l'Inserra Chair in Italian and Italian American Studies della Montclair State University (NJ, USA), Department of Italian and Spanish, che in autunno aveva già organizzato un'iniziativa dedicata a sopra- e sottotitoli, in collaborazione con il Prescott Studio. Il titolo del progetto per l'Expo, Tradurre per il teatro attraverso i continenti, è emblematico e racconta un lavoro che è al tempo stesso formativo e laboratoriale, diretto prevalentemente alla realizzazione di sopratitoli in lingua inglese per produzioni teatrali italiane. Un focus su una professione, quella della sopratitolazione, indispensabile a collegare il teatro e la traduzione del testo nei tempi scenici corretti, operando quella mediazione linguistica che rende il prodotto pienamente fruibile per un pubblico internazionale.

 

Questo articolo, scritto per La VOCE di New York, viene pubblicato anche su Teatroteatro.it.

 

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