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L’occasione perduta di Enzo Garinei

di Marco di Tillo
Enzo Garinei con Anna Maria Ferrero nel film I Delfini, 1960

Enzo Garinei con Anna Maria Ferrero nel film I Delfini, 1960

Persino una leggenda del teatro italiano come Enzo Garinei, fratello del piú celebre Pietro e direttore artistico del mitico Sistina non riuscí a scalfire la riluttanza dell'ambiente teatrale italiano a mettere in scena materiale nuovo ed inedito

Una mattina di qualche anno fa mi trovavo nella hall dell’Hotel Modigliani, in via della Purificazione, a Roma, quando qualcuno parcheggiò l’auto lì davanti, impedendo praticamente ai clienti di entrare e di uscire. Immediatamente il giovane portiere si catapultò fuori per chiedere gentilmente al proprietario dell’auto di spostarla, cosa che quello fece subito, scusandosi.

Era un uomo molto anziano, dal viso simpatico, le orecchie fuori misura, spiritose, stile Dumbo.

Lo guardai bene e, naturalmente, lo riconobbi. Si trattava, infatti, di Enzo Garinei, fratello del più celebre Pietro, quello della storica ditta Garinei & Giovannini, i due titolari del Teatro Sistina, autori delle più celebri commedie musicali italiane di tutti i tempi e anche della prima commedia con cui fu inaugurato il teatro stesso, nell’ottobre del 1950. Si chiamava La Bisarca, uno spettacolo davvero all’avanguardia per l’epoca, basato su testi legati all’attualità, con le scene realizzate da Giulio Coltellacci.

Enzo, invece, aveva fatto sempre l’attore, era stato uno dei caratteristi più bravi e più usati dal cinema e dalla commedia teatrale del nostro paese, presente in centinaia di pellicole e spettacoli. Inoltre, dal 1986, era anche fondatore e direttore della scuola di recitazione Ribalte, con sede proprio presso lo stesso teatro Sistina. Da quando nel 2006 il fratello Pietro era scomparso, seguendo in Paradiso, con un ritardo di trent’anni, il suo grande amico e collega professionale Sandro Giovannini, Enzo era divenuto direttore artistico del Sistina, continuando così l’antica tradizione di famiglia. Gli offrii un caffè e ci mettemmo a chiacchierare. Gli raccontai del mio lavoro attuale di scrittore di gialli e di quello del passato come autore televisivo. Ma, soprattutto, gli raccontai di tutte le commedie musicali che avevo visto in quel suo teatro. Da ragazzino, infatti, i miei genitori mi accompagnavano lì a vedere i migliori spettacoli, quelli diventati celebri.

Avevo quindi avuto la possibilità di vedere il primo Rugantino con Nino Manfredi, Aldo Fabrizi, Lea Massari e Bice Valori. E poi ancora ricordo il Ciao Rudy con Marcello Mastroianni e una giovanissima Raffaella Carrà nella parte di Margie, Enrico ‘61 con Renato Rascel e, infine, Rinaldo in campo con Domenico Modugno, Delia Scala, Paolo Panelli, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Stavo lì in platea, annusavo il profumo di Chanel delle signore vestite in tubini neri e tacchi a spillo e vedevo gli uomini elegantemente vestiti in impeccabili principi di Galles stirati a puntino. E, poi, quando finalmente si spalancava il sipario, restavo con gli occhi sbarrati a guardare quegli attori straordinari, a sentire quelle canzoni stupende composte dallo stesso Modugno, da Rascel, da Gorni Kramer oppure dal geniale maestro Armando Trovajoli.

Anche Enzo mi raccontò della sua vita, della sua famiglia d’origine, dei suoi due fratelli e della loro storica farmacia di Piazza San Silvestro che risaliva addirittura al 1595. Per fortuna che almeno uno di loro, il fratello Paolo, aveva preso quella benedetta laurea in Farmacia per proseguire l’attività di famiglia. Mi parlò di suo figlio Andrea, anche lui attore, spesso impegnato in divertenti commedie. Mi disse che lui aveva esordito al cinema nel 1949 in Totò le Mokò e che dopo di quello aveva fatto non sapeva più bene neanche lui quanti altri film, sotto la direzione dei più grandi registi della commedia italiana, da Mattoli a Zampa, da Mastrocinque a Monicelli, da Steno a Franciolini, fino a più recenti Corbucci e Capitani. Parlò di tutti i ruoli che aveva interpretato nelle commedie teatrali scritte e prodotte da suo fratello e da Giovannini, e di tutte le altre centinaia di interpretazioni in altre varie commedie. Una carriera davvero lunghissima la sua.

In quel periodo era in tabellone al Sistina l’ennesima riproposta di una delle tante commedie della celebre coppia, Alleluja brava gente. Io gli confessai che, sinceramente, da spettatore ero un po’ stanco di tutti questi remake e che, avendo visto da ragazzo, gli originali, ero un po’ stufo.

"Ma perché non riproporre qualcosa di nuovo?", gli domandai.

"E dove sono gli autori come Giovannini e mio fratello? Io non li conosco", mi rispose.

"Ci posso provare io?"

Fu così che facemmo una piccola scommessa. Io avrei scritto una commedia musicale e, se a lui fosse piaciuta, non solo mi avrebbe pagato una cena ma avrebbe anche cercato di metterla in scena.

Mi misi a scrivere, con grande impegno e, da lì ad un paio di mesi, ci ritrovammo nel suo ufficio del teatro Sistina, per una lettura del copione, insieme a suo figlio Andrea.

Un luogo sacro: il piccolo office di Garinei & Giovannini. Intorno a noi c’erano il piccolo pianoforte dove si sedevano Kramer e Trovajoli, per provare le canzoni degli spettacoli. Sparsi dovunque c’erano i copioni originali degli spettacoli. Ricordo che lo spazio era così piccolo che le nostre tazzine del caffè furono poggiate sul testo originale di Rinaldo in campo e io ero semplicemente terrorizzato dall’idea che il liquido cadesse e si riversasse su quelle storiche pagine. Poi iniziammo la lettura. Enzo e suo figlio recitavano con entusiasmo il mio testo, interpretando le varie parti. Ogni tanto si fermavano per commentare, per aggiungere qualche idea, per suggerire nuovi punti di vista. E, alla fine, Enzo alzò gli occhi e disse la storica frase: “E’ molto bello. Lo metteremo in scena!”

Ma il mio caro amico Garinei aveva fatto i conti senza l’oste, anzi senza vari osti, poiché se in passato, tutti i grandi attori sarebbero venuti praticamente gratis a recitare al Sistina in una commedia di Garinei & Giovannini, ora tutti i grandi attori mettevano furbescamente in scena solo le cosette proprie e non avrebbero mai messo la faccia in un testo di un illustre sconosciuto.

Il povero Enzo provò a cercare dapprima Gigi Proietti, poi Enrico Brignano, andò personalmente a consegnare il copione a Enrico Montesano, aspettandolo sotto casa sua. Ma non ci fu nulla da fare. Nessuno voleva rischiare. Tutti avevano già pronti i loro personali monologhi da mettere in scena, robetta sicura, senza rischio alcuno. Dopo qualche tempo Enzo Garinei rinunciò alla direzione artistica del teatro, pur continuando a fare il suo mestiere di attore. Lo scorso dicembre, all’Auditorium di Via della Conciliazione, è andato in scena, alla tenera età di 88 anni, con una nuova edizione di “Aggiungi un posto a tavola”. E come ti sbagli? Sempre lì restiamo, ai remake sicuri. Ricordo che l’ultima volta che misi piede nel mitico ufficio del teatro Sistina per andare a salutare Enzo e suo figlio, quando, alla fine, chiusi la porta alle mie spalle, mi sembrò di vedere la grande fotografia in bianco e nero che mostrava i due grandi Garinei e Giovannini. Era solo una mia impressione o quei due stavano parlando? Dicevano più o meno così: "Questa è casa nostra, amico, e qui dentro si fanno e si faranno sempre le cose nostre. Ciao, Rudy".

"Non mi chiamo Rudy, io", risposi, uscendo dal teatro e gettandomi decisamente nel futuro.

 

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