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La Vergine giurata e la prigione del corpo. Il cinema italiano al Tribeca passa dall’Albania

Marta Donzelli, Laura Bispuri e Alba Rohrwacher, rispettivamente produttrice, regista e attrice di Vergine giurata. Foto: Andreas Rentz, Getty Images

Marta Donzelli, Laura Bispuri e Alba Rohrwacher, rispettivamente produttrice, regista e attrice di Vergine giurata. Foto: Andreas Rentz, Getty Images

Al Tribeca Film Festival di New York, incontriamo la regista Laura Bispuri, l'attrice Alba Rohrwacher e la produttrice Marta Donzelli che presentano il film Vergine Giurata, storia di una giovane donna albanese che si costringe a diventare uomo per evitare le leggi patriarcali della sua comunità

 

Sono giorni di grande orgoglio per il cinema italiano, con il film debuttante di Laura Bispuri Sworn Virgin, (Vergine giurata), arrivato nelle sale newyorchesi per il Tribeca Film Festival  2015, in corso dal 15 al 26 aprile.  

Il film, prodotto da Marta Donzelli, ed interpretato dall'attrice italiana Alba Rohrwacher, nel ruolo principale della vergine giurata, è stato inizialmente presentato alla 65ª Berlinale. Recentemente Vergine giurata ha partecipato al Festival Internazionale del Film di Hong Kong, vincendo il premio Firebird, nella sezione giovani registi.

Orgogliosa del suo lavoro, la regista romana Laura Bispuri racconta a La VOCE di New York: “Il film sta camminando bene, sta andando all'estero, Berlino, Copenaghen, Hong Kong, New York, presto andrà a San Francisco e poi Cracovia. Posso solo essere felice. Mi sembra che il film emozioni, e questa è la cosa a cui tengo”.

posterIl film, liberamente ispirato al romanzo Sworn Virgin della scrittrice Albanese Elvira Dones, pubblicato nel 2014, tratta del percorso intimo e psicologico dell'orfana Hana, la quale vive con la famiglia adottiva, in una comunità a nord delle montagne Albanesi. Hana decide di diventare uomo per sfuggire alla legge patriarcale del Kanun, il quale nega alle donne qualsiasi diritto. 

Solo giurando castità eterna e divenendo uomo, col nome di Mark, Hana crede di poter trovare la felicità. Ma dopo 14 anni di vita nelle montagne Albanesi, Hana/Mark che veste come un uomo, porta i capelli come un uomo, caccia e spara come un uomo, viene assalita dai dubbi, e sente il desiderio ed il bisogno di riconnettere quella parte femminile intima di sé con il resto del suo corpo e della sua identità. Ci riuscirà solamente una volta lasciata la terra natale, per raggiungere la sorella che vive in Italia con il marito e la figlia. “Hana ha un corpo che dopo tanti anni preme per volere uscire fuori, un corpo che è diventato un sasso e che piano piano spinge – sottolinea Bispuri – Inizia a sentire un prurito ed ha uno slancio per seguire quello che il proprio corpo le chiede”.

Nel film i dialoghi lasciano spazio ad inquadrature lente, cariche di gestualità fisica ed emotiva, con l'obiettivo, come spiega la regista, di rispecchiare lo stato d'animo di Mark, “che è comunque un personaggio molto interno, perché è come congelato lui stesso, ed ho voluto costruire il film intorno al suo stato d'animo”. 

L'identità, la sessualità ed il corpo come forma di espressione del proprio essere sono i temi chiave del film. “Con la sua scelta estrema, diventando una vergine giurata e quindi promettendo castità eterna in nome della libertà, Hana in realtà altro non fa che chiudersi in una prigione”, racconta l'attrice Rohrwacher a La VOCE. Rohrwacher, che è al Tribeca anche con un altro film Italiano, Hungry Hearts, diretto da Saverio Costanzo, e per il quale ha vinto la Coppa Volpi al 71° Festival del film di Venezia, come miglior attrice, riflette sull'interpretazione di due ruoli femminili così forti, ma anche così emotivamente diversi. “'Da una parte Mina, la protagonista di Hungry Hearts, vive una verità tutta sua, che cerca di imporre agli altri, mettendo addirittura in pericolo la vita di un neonato. Dall'altra, c'è Hana, un personaggio bloccato dalle emozioni, e che ha bisogno di rimettersi in contatto con esse”, dice Rohrwacher. 

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Alba Rohrwacher. Foto: Chiara Lalli, via Flickr

Recitando direttamente in dialetto locale Gheg, tipico dell'Albania settentrionale, l'attrice racconta il lungo lavoro di ricerca e di apprendimento fatto con Bispuri, sulla lingua e sul corpo. “Un corpo che doveva raccontare la storia ed esprimere quanto questa scelta pesasse sul personaggio”, aggiunge Rohrwacher. “Piano piano siamo arrivate a trovare quello che per noi era significativo […]. Un corpo che diventa un manifesto di forza, ma che in realtà nasconde un grande dolore, e quindi diventa una prigione”, sottolinea l'attrice fiorentina. 

Sono poche le vergini giurate albanesi rimaste, non più di 50, e le nuove generazioni sanno poco di questa tradizione. Le ragioni per cui molte donne hanno intrapreso questo percorso, spiega Bispur  sono varie e diverse. Ma per molte di loro, dice la regista, che ha avuto modo di incontrarne alcune di persona, è difficile parlare apertamente della loro intimità e delle loro scelte.

La regista ci spiega la scelta di raccontare la storia di questa vergine giurata, una delle rare che decide di tornare indietro, e ritornare donna: “una scelta data dal mio bisogno, nei miei film, di accompagnare personaggi tormentati verso la liberazione, e connetterli con la realtà. Il film parte da una vicenda ben specifica, per poi passare a toccare temi universali. Ed il concetto di libertà, al quale si arriva alla fine del film, va aldilà dell'essere uomo o donna, è un concetto di libertà assoluta a 360 gradi”. Il messaggio di Sworn Virgin, spiega Bispuri, è quello dell'andare oltre le categorizzazioni. Riuscire a rompere le convenzioni sociali alle quali gli esseri umani sono costretti a sottostare.  Infatti il ritorno di Mark ad Hana – da uomo a donna – non è da intendere come una regressione, ma come l'accettazione di sé: “Questa donna, è un personaggio che alla fine comprende entrambe le cose, non può essere solo una delle due dentro di sé”.

Marta Donzelli, produttrice del film, racconta a La VOCE il potenziale di questa sceneggiatura: “Volevamo creare un film che potesse viaggiare nel mondo, attraverso la sua dimensione universale. Il racconto di questa vicenda estrema, che allo stesso tempo si lega alla realtà di altre donne, anche quelle occidentali, che vivono ancora oggi secondo molte convenzioni sociali. E questa è una sfida che non sempre il cinema Italiano riesce a lanciare”.

Un cinema Italiano con un punto di vista forte, ed un linguaggio cinematografico preciso, spiega Donzelli: “Un cinema che adotta una dimensione visiva universale e per questo riesce ad incontrare un pubblico più ampio, attraverso il racconto di realtà diverse tra loro, ma in qualche modo unite”. 

 

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