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Youth: l’inno alla leggerezza di Paolo Sorrentino

Con un cast di star in stato di grazia, guidato da un Michael Caine monumentale, Youth è un’opera complessa ed emozionante, un film che sorprende per la leggerezza e fluidità dei dialoghi e con cui Paolo Sorrentino si conferma nella categoria dei grandissimi. Per noi da Palma d'oro

 

Diciamo la verità, il trailer di Youth ci aveva veramente ingannato. Impossibile, guardandolo, non pensare ad un sorta di “manierismo sorrentiniano”, una standardizzazione stilistica ed estetica che autorizzava qualche timore nell'accostarsi al settimo lungometraggio del regista premio Oscar lo scorso anno per La grande bellezza. Invece, alla proiezione del suo nuovo film a Cannes, Paolo Sorrentino ci ha spiazzato, come fanno i grandissimi, categoria alla quale va iscritto ormai senza esitazione. Youth è un film lontanissimo dalla letterarietà de La grande bellezza, da quella tipologia di scrittura molto simile al “flusso di coscienza” che sembrava aver seppellito la tradizionale forma-dialogo cinematografica. Il “Sorrentino-sceneggiatore” questa volta impacchetta per il “Sorrentino-regista” un testo molto più naturale del precedente, che ha proprio nella straordinaria leggerezza e fluidità dei dialoghi uno dei tanti aspetti brillanti e sorprendenti di un’opera complessa ed emozionante.

La trama del film ha una struttura essenziale: in un albergo di lusso sulle Alpi svizzere – lo stesso che ha ispirato La montagna incantata di Thomas Mann – trascorrono le vacanze due amici ottantenni che si conoscono da una vita: Fred è un famoso compositore e direttore d’orchestra che ha deciso di ritirarsi anche in seguito a complesse vicende personali, Mick un regista ancora in attività ed in cerca di ispirazione per il suo prossimo film. In questo momento “sospeso” della loro vita, anche attraverso una serie di incontri piuttosto bizzarri, i due amici hanno modo di confrontarsi sull’arte, sull’amicizia, sull’amore e sul loro ruolo di genitori, ma soprattutto su che cosa siano la vecchiaia e la giovinezza, per scoprire che quest’ultima è solo una questione di prospettiva.

Più o meno a metà del film, il regista Mick (Keitel), durante una gita in montagna con i suoi assistenti, spiega, servendosi di un binocolo, che cosa siano giovinezza e vecchiaia: guardando dal lato giusto, la montagna di fronte sembra a portata di mano, come il futuro per chi è (o si sente) giovane; se si guarda il binocolo dal lato sbagliato, le montagne sono piccole e lontane: è lo sguardo sul passato di chi è anziano, che vede i suoi ricordi sempre più piccoli e sbiaditi. È tutta una questione di sguardi, quindi, e lo sguardo di Sorrentino si mostra sin dal titolo: un film che ha due ottuagenari come protagonisti si chiamaYouth, e non solo per sottolineare nostalgicamente per antifrasi qualcosa che è irrimediabilmente perduto, ma al contrario per dirci da quale parte del binocolo vada guardato un film che è dichiaratamente un inno alla leggerezza. Fred (Caine) definisce la leggerezza una "perversione", da intendere freudianamente come una forma di piacere puro, di godimento libero.

Questo godimento si articola in uno spazio unico in Youth, il resort e i suoi dintorni, e senza un “tempo” della storia: con questa sospensione, Sorrentino si conferma uno dei cineasti più simbolici del cinema contemporaneo, ama le allegorie e tutto, in questa raffinata composizione, ha un forte potenziale simbolico. Attorno ai due protagonisti ruotano una serie di personaggi a cui possono essere attribuiti significati diversi, tutti irresistibili: c’è l’attore Jimmy Tree (Paul Dano), talentuoso ma frustrato perché il pubblico lo ricorda solo in un superhero movie in cui interpretava un robot ed era interamente coperto da un’armatura, c’è un monaco buddista che cerca di levitare, c’è miss Universo, che si mostra, in sauna, nuda ai due protagonisti, e c’è addirittura Diego Armando Maradona. Ci sono, in tutte queste figure, un tratto comune e un elemento di distanza: li accomuna la passione, la forza di credere in ciò che fanno; li distanzia il rapporto che essi hanno con le proprie azioni, con le proprie creazioni “artistiche” e con il modo in cui gli altri le hanno recepite e le recepiscono. 

Rimane giovane, insomma, chi trova serenità in questo difficile equilibrio, chi trova la pace con se stesso, tanto da riuscire, forse, anche a levitare. Rimane giovane, a suo modo, anche Brenda (magnifica, fantastica Jane Fonda), attrice feticcio di Mick, che in un dialogo che entra di diritto nella storia del cinema, che sembra uscito direttamente da Viale del tramonto, si sgancia dal suo regista perché, a differenza sua, lei ha davanti a sé un futuro ancora chiaro.

Sorretto da un cast di star in stato di grazia, guidato da un Michael Caine monumentale, Youth è un film enunciato meravigliosamente a mezzo tono, visivamente elegante e bellissimo ma volutamente (e dichiaratamente, anche attraverso un'altra battuta di Fred) lontano da ogni intellettualismo, leggero, musicale, profondo. Arriva al cuore prendendo diverse strade, attiva dei meccanismi inconsci sorprendenti e lo fa con la grazia delle opere che danno l’impressione di avere colto, non si sa come, qualcosa del senso della vita. 

Un’opera fatta di sguardi e di rispecchiamenti: i personaggi “guardano” e “si guardano”, si ritrovano nell’Altro, si rispecchiano, si raddoppiano, si completano, si integrano. Forse, nella grande allegoria di Sorrentino, sono tutti proiezioni di atteggiamenti diversi che coesistono dentro di noi, alternandosi e ritornando in momenti diversi della vita. Il punto di approdo però c'è ed è chiaro: sopravvive solo chi mette davanti a sé un futuro “da guardare”: non a caso il finale del film, emozionante, indimenticabile, bellissimo, è di nuovo una questione di sguardi, con uno dei due amici ancora sulla montagna incantata, che guarda, letteralmente, il passato, mentre l’altro è finalmente fuori, capace, con le emozioni, di vedere ancora “oltre”.

Guardiamo "oltre" anche noi: comunque vada, per noi la Palma d’oro è già assegnata.

 

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