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Quando il cinema del reale parla albanese: Bota Cafè, l’Albania dimenticata

Esce nei cinema italiani Bota Cafè, ritratto dell'Albania sopravvissuta ai traumi del regime di Enver Hoxha. Evitando facili cliché, i registi riescono a rappresentare la condizione umana del popolo albanese a 25 anni dalla caduta del comunismo rappresentando uno spazio sospeso tra un passato difficile da dimenticare e un futuro già segnato

Per la maggior parte dei non-albanesi il cinema albanese ha sempre evocato una combinazione di romanticismo alla Lord Byron e di isolamento virtuale del paese durante il periodo comunista. Sotto la dittatura di Enver Hoxha, erano rari i film albanesi che riuscivano ad arrivare nei festival internazionali, dove comunque ricevevano una fredda accoglienza da parte di una una critica che li considerava al servizio della propaganda di regime. Solo pochi titoli, come la coproduzione Scanderberg, l'eroe albanese, firmata dal sovietico Sergej I. Jutkevi─ì riuscirono ad ottenere riconoscimenti internazionali. Eppure è proprio all’industria cinematografica che Hoxha destinava fondi impressionanti a scapito di altri settori dell’economia. 

Il periodo di transizione che seguì al crollo del regime fu infatti non meno traumatico dei precedenti anni di dittatura. Un paese allo sbando che fa della coproduzione Italia-Albania, Bota Cafè, dei due dell’esordiente, Iris Elezi, e del regista albanese-americano, Thomas Logoreci, l’esempio di una nuova tendenza di cinema del reale di puro stampo albanese.

21ÔÇïIn un posto remoto del paese, vicino a quello che una volta era un campo di detenzione dove il dispotico regime di Enver Hoxha esiliava le famiglie degli oppositori al regime comunista, si trova un piccolo bar, il Bota (letteralmente “il mondo” in albanese). Il proprietario Ben è in cerca di soldi, e benché sia sposato ha una relazione con la cameriera, Nora, una donna molto più giovane di lui e dalla quale aspetta un figlio. Ben ha anche una cugina, Juli, l’attrice Flonja Kodheli, già ammirata in Vergine Giurata di Laura Bispuri, orfana di madre e divisa tra il bar e la cura di sua nonna malata.

Evitando i facili cliché sul difficile passaggio da una dittatura di stampo stalinista a un sistema democratico su modello occidentale, i registi riescono a ben rappresentare la condizione umana dell’Albania a 25 anni dalla caduta del comunismo. Intorno al Bota, in uno spazio sospeso tra un passato difficile da dimenticare, del quale ora restano solo spettri e ombre e un futuro che appare già segnato, si intrecciano le storie dei tre protagonisti, ciascuno rinchiuso nelle proprie ossessioni, illusioni e sogni. 

Eppure nella scelta di una fotografia insolitamente luminosa per un film che racconta il dramma di un popolo dal 1946 al 1990 è stato isolato da qualsiasi corrente sociale e politica, i registi ci inviano inequivocabili messaggi di speranza. Infatti a rompere la monotonia di un microcosmo ristretto, l’imminente costruzione di un’autostrada proprio nei pressi del caffè che diventa l’occasione per i protagonisti per cambiare il proprio destino e guardare a una nuova esistenza. 

 

Guarda il trailer del film>>

 

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