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Mostra del Cinema di Venezia: bilanci e pagelle

di Lara Lago, Simone Spoladori, Monica Straniero
Una scena de L'attesa

Una scena de L'attesa

Vicini al giro di boa della Mostra del Cinema di Venezia, alla fine della prima settimana e all'ingresso nella seconda, è tempo per i primi verdetti e le prime considerazioni: ecco una nostra ricognizione sintetica sui film che sono transitati in queste prime giornate, abbastanza deludenti e privi, a parte poche eccezioni, di spunti interessanti

Com’è questa 72ª Mostra del cinema di Venezia? Per il momento un po’ sotto le aspettative, in particolar modo il Concorso principale si sta rivelando deludente e povero di spunti davvero interessanti.

Ad aprire i battenti è stato Everest, di Baltasar Kormàkur, un disaster movie spettacolare, ma freddo quasi come il clima che gli alpinisti o sedicenti tali che hanno fronteggiato la morte nel 1996 hanno trovato sul tetto del mondo. Il film ha garantito una funzionalissima e necessaria parata di star sul red carpet del Lido (Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, Emily Watson, John Hawkes), ma si è attestato ben lontano dalla perfetta combinazione di spettacolo e qualità a cui siamo stati abituati dalle aperture degli ultimi due anni (Gravity e Birdman).

Il “Concorso” è iniziato con Beasts of no Nation, il terzo lungometraggio del regista di True Detective (la prima stagione) Cary Fukunaga, film che è già nella storia del cinema perché Netflix ne ha acquistato i diritti per la distribuzione e lo renderà disponibile contemporaneamente in sala e sul portale a metà ottobre. L'opera è tratta dal romanzo di Uzodinma Iweala e ha diviso parecchio pubblico e critica. Anche noi inviati de La VOCE ci siamo divisi tra chi l’ha trovato irritante e chi l’ha invece riconosciuto come un film riuscito, sebbene non privo di qualche difetto.

Gli altri film presentati in un concorso fino ad ora non entusiasmante sono Looking for Grace, dell'australiana Sue Brooks, un mediocre dramma familiare che tenta di riflettere sul caso e la solitudine attraverso una struttura narrativa frammentata e un po' presuntuosa, Francofonia del maestro russo Aleksandr Sokurov, un saggio teorico sull'arte nella storia (finora il miglior film transitato in concorso), il leccatissimo The Danish Girl di Tom Hooper (il regista de Il discorso del re), l'esordio di Piero Messina, assistente alla regia di Paolo Sorrentino, con L'attesa, il primo dei quattro italiani in concorso, il contraddittorio Marguerite di Xavier Giannoli e infine il futuro distopico di Equals dell'indipendente americano Drake Doremus. Nessuna folgorazione, per ora, anzi, parecchie delusioni e un po' di sbadigli.

Pochi sussulti anche dalle sezioni cosiddette minori. “Orizzonti”, sezione che solitamente riserva piacevoli scoperte, è per ora scivolata via senza lasciare tracce indelebili e senza spazio per la sperimentazione. La Settimana della critica e Le giornate degli autori, le due sezioni parallele, hanno appena debuttato e al di là di due buoni film italiani come Banat di Adriano Valerio e Arianna di Carlo Lavagna, non hanno offerto spunti di particolare interesse.

Fuori concorso, invece, sono arrivate le certezze del cinema americano di gran classe, con Spotlight di Tom McCarthy – una sorta di Tutti gli uomini del presidente sullo scandalo dei preti pedofili di Boston – e il classicissimo Black Mass, con un super cattivo Johnny Depp nei panni del gangster (sempre a Boston) James Whitey Bulger, circondato da un cast straordinario e diretto da Scott Cooper, che due anni fa aveva girato un thriller efficacissimo, ma sottovalutato come Il fuoco della vendetta (Out of the Furnace) con Christian Bale e Woody Harrelson.

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Everest (Courtesy of Universal Pictures)

Nella speranza che la seconda settimana veda un netto miglioramento della qualità della selezione, vi lasciamo alla nostra ricognizione sintetica dei film che abbiamo visto per voi in questi primi giorni qui al Lido di Venezia.

 

Le pagelle de La VOCE da Venezia 72

CONCORSO

Beasts of No Nation, di Cary Fukunaga

Ambientato in un luogo non meglio precisato dell’Africa, il film del regista americano Cary Fukunaga ha aperto ufficialmente il Concorso di Venezia 72. Il regista sfrutta al meglio il suo delizioso senso estetico per spettacolarizzare la violenza estrema a cui fa ricorso un signore della guerra (Idris Elba) per trasformare i bambini delle zone di guerra come il piccolo Agu (Abraham Attah) in perfette macchine di morte non pensanti. Girato con sovrabbondanza di dettagli macabri, rischia però seriamente di anestetizzare il pubblico di fronte ad un orrore reale.

Il giudizio di Monica: IRRITANTE

Looking for Grace, di Sue Brooks

Una madre di famiglia cerca di ricomporre i cocci di una tazzina rotta. Ci prova, ma non ci riesce. È solo un’inquadratura veloce, ma Looking for Grace fa esattamente lo stesso: cerca di ricostruire la vita malmessa di una famiglia attraverso un discorso soggettivo che mostra la realtà dai diversi punti di vista dei protagonisti. Buona la struttura e amaro il risultato che intreccia incomunicabilità e rapporti allo sbando con un inaspettato finale a sorpresa.

Il giudizio di Lara: AMARO

Francofonia, di Aleksandr Sokurov

A tredici anni da Arca Russa lo sguardo di Aleksandr Sokurov torna in un museo, questa volta il Louvre, per raccontare il viaggio difficile dell'arte nel mare tempestoso della storia. Tra immagini di repertorio, documenti e fantasmi, il film racconta il salvataggio del museo parigino dallo scempio nazista ad opera del direttore Jacques Jaujard e dell'ufficiale nazista Wolff-Metternich, uomini distanti, ma uniti dall'arte. L'arte che salva dalla guerra e l'arte salvata dalla guerra, in un saggio teorico di livello altissimo, che candida il regista siberiano ad un altro premio importante.

Il giudizio di Simone: UMANISTICO

Marguerite, di Xavier Giannoli

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Beasts of no nation (Courtesy of Netflix)

Ispirato alla vita della soprano americana Florence Foster Jenkins, terribilmente stonata, Marguerite è la perfetta parabola di chi rimane intrappolato nelle proprie illusioni e passioni fino al punto di perdere il contatto con la realtà. E di non accorgersi dell’ipocrisia di chi la tratta come una vera diva. Quanto contano, però, i sogni per sopravvivere ad una vita borghese di routine e ad un matrimonio che sembra fallito?

Il giudizio di Monica: ESILARANTE

Equals, di Drake Doremus

Doremus (Like Crazy, Breathe In) è tra i più bravi autori indie americani e qui si avvale di uno sceneggiatore notevole come Nathan Parker (Moon) per raccontare un futuro distopico in cui dalla società degli uomini sono state bandite le emozioni, considerate un virus da combattere. Nia (Kirsten Stewart) e Silas (Nicholas Hoult) si innamorano, sfidando il mondo asettico in cui sono costretti a vivere. Tra Gattaca, Orwell e Solaris, non c’è nulla di originale nel film di Doremus, eppure l’eleganza sobria della messinscena dà al film un suo gelido fascino.

Il giudizio di Simone: FORMALE

L'attesa, di Piero Messina

Piero Messina, assistente di Sorrentino, debutta alla regia e va dritto nel concorso principale, dimostrando che sul piano visivo ha tutte le qualità per starci. Juliette Binoche è una madre che ha appena perso il figlio Giuseppe, quando la fidanzata di lui (Lou de Laâge), ignara dell’accaduto, piomba nella sua tenuta ai piedi dell’Etna. La donna non avrà il coraggio di raccontar la verità alla ragazza, mentre tra le due si instaura un legame ieratico e sotterraneo, ma molto profondo. Questa storia rarefatta di dolore e vicinanza viene raccontata però con una fastidiosa tendenza ad estetizzare il dolore e a fondere patetico e barocco, con tanto di eccessivo ricorso a metafore scontate (la Pasqua, la resurrezione, le carrube…).

Il giudizio di Simone: SBAVATO

The Danish Girl, di Tom Hooper

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Black Mass (Courtesy of Warner Bros)

La prima trans al mondo, Lili Elbe, viene raccontata dal passo sicuro di Tom Hooper, premio Oscar per Il discorso del Re. In un film elegante, limpido e troppo edulcorato, la fa da padrone Eddie Redmayne, che risucchia il racconto con un’interpretazione ispiratissima. Gli tengono testa le bellissime Alicia Vikander e Amber Heard (neo signora Depp). Si soffre, però, per eccesso di pulizia.

Il giudizio di Simone: INGESSATO

ORIZZONTI

Italian Gangsters, di Renato De Maria

Il sottobosco dei gangsters italiani è un territorio affascinante e complesso. Peccato che nel film di De Maria non ci sia traccia né di fascino né di complessità. Il materiale storico in bianco e nero viene intervallato da attori che sempre in primissimo piano impersonano i vari criminali italiani. Un escamotage comodo, ma sempliciotto e semplificatore che annoia il pubblico. Ci fosse almeno la bravura degli attori a rimediare il tutto…

Il giudizio di Lara: DELUDENTE

Boi Neon (Neon Bull) di Gabriel Mascaro

Arriva dal Brasile questo film ambientato nell’ambiente dei tori. Sa di sterco, sudore e sensualità e riesce nell’obiettivo. Lento senza essere dispersivo, Boi Neon cattura e ricostruisce i dettagli con il suo marcato realismo. Anche se la trama in certi tratti si disperde, le immagini mai. Forte e pregno di sensualità.

Il giudizio di Lara: PASSIONALE

The Childhood of a Leader, di Brady Corbet

Brady Corbet non è Micheal Haneke. Il regista tedesco rimane ancora l’unico ad aver riflettuto sulla radicalizzazione della violenza quotidiana e familiare, vissuta come necessaria al fine di preservare l’ordine costituto. The Childhood of a Leader non riesce a collocarsi nel filone di altre opere cinematografiche che indagano l’origine del male a partire dal nucleo domestico per estendersi alle cerchie religiose e dei poteri consolidati. E se l’atmosfera è adeguatamente cupa, a poco serve la potente colonna sonora a colmare l’imbarazzante buco nero della struttura narrativa.

Il giudizio di Monica: PRETENZIOSO

SETTIMANA DELLA CRITICA

Banat, di Adriano Valerio

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Arianna

In Banat, l’unico film italiano in concorso alla Settimana della Critica alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia 2015, il fenomeno dell’immigrazione serve al giovane regista Adriano Valerio come innesco per fare esplodere una storia d’amore tra due trentenni italiani decisi a trovare all’estero un po’ di felicità professionale e sentimentale. Il film si ferma qui e ci lascia da soli a riflettere sui pregiudizi nei confronti degli stranieri, derivata da una generalizzazione dei fatti di cronaca, sulle tragedie in mare di chi fugge da guerre e persecuzioni, su una crisi economica che sta cambiando l’assetto demografico dell’Italia.

Il giudizio di Monica: NARCISISTICO

GIORNATE DEGLI AUTORI

El Desconocido, di Dani de la Torre

Apre le Giornate degli autori il film d’esordio di Dani De La Torre, thriller che vede protagonista un padre impiegato bancario chiuso in macchina con i due figli piccoli e una bomba sotto il sedile, vittima di una vendetta anti-sistema. Si parte bene, poi il film cede, perdendo pezzi uno dopo l’altro, indulgendo anche ad un tedioso impianto stilistico costantemente sopra le righe.

Il giudizio di Simone: DOPATO

Arianna, di Carlo Lavagna

Lavagna esordisce con una storia tutt’altro che semplice da maneggiare: Arianna, adolescente in cerca di se stessa, trova invece un’inquietante verità. Nata ermafrodita, ha subito l’imposizione della propria identità sessuale da parte dei genitori, che hanno scelto per lei. Il giovane regista mostra grande intelligenza, sceglie di lavorare di sottrazione e schiva mirabilmente il patetico e ogni forma di retorica.

Il giudizio di Simone: SOBRIO

FUORI CONCORSO

Spotlight, di Thomas McCarthy

Il genere non scopre nulla di nuovo: un team di giornalisti investigativi segue la pista scottante della pedofilia a Boston. Quello che scopriranno entusiasma, il come lo faranno commuove. Accolto in sala da copiosi applausi, Spotlight disegna bene personaggi e ruoli, raggiungendo picchi su qualche scena ad esempio il coro di voci bianche che canta alla messa di Natale in una chiesa che, in questo film, di festoso e spirituale non ha più nulla.

Il giudizio di Lara: RIUSCITISSIMO

In Jackson Heights, di Patrick Wiseman

Il maestro Wiseman, Leone d’Oro alla carriera lo scorso anno, 85 anni suonati, realizza un’opera fiume, estenuante e suggestiva, sul quartiere newyorchese di Jackson Heights, che con fatica e sofferenza è diventato un laboratorio di multiculturalità e tolleranza. Non è semplice attraversare i 190 minuti di questo saggio etnografico, soprattutto perché lo stile di Wiseman non scende mai a compromessi. Alla fine, però, l’impressione è davvero quella di essere stati immersi nel coloratissimo mondo di Jackson Heights.

Il giudizio di Simone: MULTIETNICO

Black Mass di Scott Cooper

Cattivo, spietato, doppiogiochista: è il mondo del crimine della Boston degli anni ’70 impersonato da un invecchiato ed ingrassato per l’occasione Johnny Depp. Black Mass coglie le sfumature psicologiche di un killer pronto a tutto, ma non privo di valori. Il lato più incandescente è la commistione tra delinquenza, FBI e politica. Ottime sia l’interpretazione che la regia.

Il giudizio di Lara: CATTIVO

 

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