Cerca

SpettacoloSpettacolo

Crescendo veneziano: pronostici e pagelle dalla Mostra del Cinema aspettando il Leone d’oro

di Lara Lago, Monica Straniero e Simone Spoladori

Chiude la 72ª Mostra del cinema di Venezia e, in attesa dei premi, è tempo di tirare le somme e fare qualche pronostico. La seconda settimana ha visto una notevole impennata qualitativa. In un concorso che è stato imprevedibile e multiforme, l'unico italiano che può aspirare al Leone d'oro è Bellocchio. Tra gli altri candidati c'è il Rabin di Amos Gitai

Cala il sipario sulla 72ª Mostra del cinema di Venezia: mancano soltanto i premi ed è quindi il momento per i pronostici e i primi bilanci. Individuare un favorito appare, quest’anno, un’operazione particolarmente difficile: abbiamo assistito ad un concorso schizofrenico, imprevedibile e multiforme, in cui tanto il livello dei film in gara, quanto le linee direttrici tematiche ed estetiche sono apparse all'insegna dell’eterogeneità più assoluta.

Sicuramente possiamo dire che il concorso è risultato decisamente sottotono e si è concluso con un'impennata qualitativa notevole negli ultimi giorni. Con l'eccezione di Francofonia di Sokurov, i più accreditati candidati alla vittoria finale sono transitati dal Lido negli ultimi giorni.

È il caso di Behemoth, straordinario ducumentario del cinese Zhao Liang sull’inferno delle miniere della Mongolia, del bellissimo Anomalisa, film d’animazione a passo uno concepito dalla mente geniale di Charlie Kaufman, del roboante 11 minut di Jerzy Skolimowski. È il caso anche del miglior italiano della selezione principale, Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio, più fresco e vitale di molti registi decisamente più giovani di lui, e del politico Rabin, the Last Day di Amos Gitai, che ricostruisce con drammatica scrupolosità i terribili giorni dell’omicidio del premier israeliano nel 1995. E infine è il caso di El Clan, di Pablo Trapero, un crime movie atipico ambientato nell’Argentina all’indomani della dittatura di Videla. Tra questi nomi pensiamo uscirà il Leone d’oro, anche se è veramente difficile capire dove si orienterà la giuria presieduta da Alfonso Cuaron. 

Gli italiani in gara, Bellocchio a parte, hanno davvero poche chances di vittoria. Nessuno, tra i film di Guadagnino, Gaudino e Messina, ha convinto pienamente, pur dando atto a tutti e tre di aver tentato di percorrere territori nuovi per il nostro cinema. Scoppia di salute, invece, il cinema sudamericano. Oltre al sopracitato El Clan, va segnalato il bell’esordio con Desde Allà di Lorenzo Vigas, regista venezuelano che ha realizzato un anomalo melodramma ambientato a Caracas, con un Alfredo Castro superbo, che si aggiunge allo splendido (sarebbe stato indiscutibilmente tra i favoriti per la vittoria, non fosse stato fuori concorso) La calle de la Amargura di Arturo Ripstein, una straordinaria storia di umanità dolente negli inquietanti sobborghi di Città del Messico.

Appuntamento alle 19:00, quindi, per scoprire come la giuria sbroglierà questa intricata matassa. Intanto, ecco i nostri giudizi sui film della seconda settimana (qui le pagelle della prima settimana).

Le pagelle de La VOCE da Venezia 72

CONCORSO

11 Minut di Jerzy Skolimowski 

11 minuti nella vita di una decina di persone nel centro di Varsavia: esistenze che si intrecciano che si incrociano, che si sfiorano, apparentemente senza scalfire la superficie impermeabile Dei piccoli e grandi problemi quotidiani di ognuna di esse. Invece, il pirotecnico finale di questo vertiginoso esercizio di stile mostra come le nostre vite siano come tessere di un domino sempre pericolosamente in bilico. La strepitosa metafora dei pixel compensa abbondantemente qualche eccesso di iperrealismo pop.

Il giudizio di Simone: VIRTUOSISTICO.        

BS

A Bigger Splash. Foto: Courtesy Paolo Roversi

A Bigger Splash di Luca Guadagnino

Remake de la piscina o se preferite nuova versione del romanzo Le piscine, dimostra che guadagnino sa girare, Ha talento, senso estetico, ma è totalmente privo di senso della misura. nel raccontare il lento e progressivo gioco al massacro (psicologico e non solo) di quattro ricchi borghesi in vacanza a Pantelleria, il regista piemontesi finisce per peccare di presunzione e sbagliare per eccesso, portando il film ad un clamoroso naufragio nell'ultima mezz'ora.

Il giudizio di Simone: FRANOSO.

Abluka (Frenzy) di Emin Alper

Cani randagi uccisi a colpi di fucile, campanelli che suonano a ripetizione, frasi ripetute e vuote sullo sfondo di una guerra politica che getta Istanbul nello sconforto. Vince il sonoro in Abluka, un percorso paranoico verso la follia che ha spiazzato il Lido. Un film che fa un rumore quasi insopportabile ma vuoto nella trama e nel racconto.

Il giudizio di Lara: RUMOROSO.

Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson

Finanziato con Kickstarter (fu un caso nel 2012), l’opera di Charlie Kaufman è l’unico film d’animazione in concorso ed è un piccolo gioiello. Lo sceneggiatore di Essere John Malkovich, tra i più geniali in circolazione, non faceva un film da sette anni, dai tempi del sottovalutato Synecdoche New York. Torna curando anche la regia (insieme a Duke Johnson) di questo gioiellino in stop motion che riflette sulla solitudine e sulla difficoltà dei rapporti umani attraverso la storia dell’incontro notturno in un albergo di Cincinnati tra un “guru del costumer aziendale” e la timida Lisa, che si trova lì per assistete il giorno dopo ad una sua conferenza. Per sottolineare come tendiamo ad appiattire i contatti umani, nel film ogni personaggio, tranne il protagonista e tranne Lisa, è doppiato dallo stesso attore, Tom Noonan, con una cadenza volutamente monotona.

Il giudizio di Simone: POETICO.

Behemoth di Liang Zaho

Behemoth è il nome di una creatura mostruosa, raccontata nella Bibbia, che si ciba di ciò che incontra sulle montagne, che devasta la terra e che è invincibile per tutti, tranne che per il suo creatore. Per il regista cinese questa creatura mostruosa è il genere umano che sta trasformando la terra che abita in un sulfureo inferno inabitabile. Questo strepitoso documentario, visivamente emozionante, ci accompagna nel folle paradigma delle miniere che stanno sventrando la Mongolia e distruggendo le vite di migliaia di minatori che vivono in condizioni animalesche. Potente, emozionante, poetico, difficile, il film Liang Zaho è senza dubbio uno dei film più belli transitati in questo schizofrenico concorso.

Il giudizio di Simone: penetrante.

Desde Allà di Lorenzo Vigas

Il cinema più in salute del momento? Senza dubbio quello sudamericano, come testimonia anche questo bell'esordio del venezuelano Lorenzo Vigas, storia di solitudine, vendetta e violenza nei poveri sobborghi di Caracas, condotta con una leggerezza di tocco ed una forza intimista eccezionali. Da coppa volpi il protagonista Alfredo Castro, star cilena, attore feticcio di Pablo Larrain.

Il giudizio di Simone: MINIMALE.

El Clan

El Clan

El Clan di Pablo Trapero

Argentina, poco dopo la fine della dittatura di vederla. Arquimedes Puccio era un esponente dei servizi segreti specializzato nel far scomparire le persone su indicazione dell'esercito. Ora si è messo in proprio: sfrutta questa sua expertise per rapire ricchi bersagli ed estorcere loro riscatti faraonici, tutto con il silenzio complice dell'esercito delle forze dell'ordine e con il supporto di tutta la famiglia. Tra pero confeziona un cast movie atipico, dal ritmo travolgente, E recitato benissimo, che attraversa come un proiettile i delicatissimi anni della storia argentina che videro la transizione dalla dittatura alla democrazia.

Il giudizio di Simone: IMPECCABILE.

Endless River di Oliver Hermanus

“Sullo sfondo del brutale sterminio di una famiglia in una fattoria in Sud Africa, i due protagonisti incarnano la dicotomia che esiste tra innocenza e colpevolezza”. Se questa era l’intenzione del regista sudafricano, allora avrebbe dovuto confezionare una trama meno inverosimile e dipendente dai cliché di razza, nazionalità e classe sociale di appartenenza. L’incontro tra Gilles, un espatriato francese che si dispera per non aver saputo proteggere la sua famiglia, e Tiny, la giovane cameriera nera che rappresenta una popolazione ancora in lotta per la sua emancipazione: un espediente narrativo improbabile. Nel mezzo un bel campionario di personaggi per ricordare al pubblico che in Sud Africa l’universo sociale dei bianchi e quello della gente di colore non sempre interagiscono.

Il giudizio di Monica: IMPROBABILE.

Heart of a Dog di Laurie Anderson

Laurie Anderson traspone su video i suoi pensieri e la sua vita. Superfluo il flusso biografico, attraverso la descrizione della vita del suo cane Lolabelle rilegge il senso della vita, l'11 settembre visto dalla sua casa di Manhattan, l'acerbo rapporto con la madre, la filosofia. Avanguardia e installazioni visive più che film vero e proprio. Difficile ma molto applaudito.

Il giudizio di Lara: VISIONARIO.

L’hermine di Christian Vincent

Stupisce come un film come L’hermine possa essere in concorso: sottile, con una struttura lineare, ambientato negli ambienti giudiziari senza essere un film di genere, fa sorridere con eleganza riuscendo a trattare un tema come quello dell’infanticidio con una leggerezza non scontata. Resta sospeso e accarezza con una comicità inusuale alla Mostra del Cinema di Venezia e molto apprezzata.

Il giudizio di Lara: GENTILE.

Per amor vostro di Giuseppe Gaudino

Napule è mille culure, cantava Pino Daniele, mentre quella messa in scena da Gaudino è in bianco è nero, tragica e depressa. Per raccontare un dramma familiare con contorno di usura e camorra, il regista partenopeo sceglie la forma del melodramma in salsa sceneggiata napoletana. il risultato è un film coraggiosa, sfrontato e kitsch, che non ha paura dei suoi eccessi e trae forza da un'ottima Valeria Golino.

Il giudizio di Simone: VITALE.

Rabin the Last Day

Rabin, the Last Day

Rabin, the Last Day di Amos Gitai

Il 4 novembre 1995 il primo ministro Yitzhak Rabin viene ucciso al termine di un grande comizio politico organizzato nel centro di Tel Aviv. Il suo assassino, arrestato sulla scena del crimine, è un ebreo osservante di 25 anni della estrema destra israeliana. Questo evento storico segna per il medio oriente e per lo Stato di Israele un punto cruciale probabilmente irreversibile. Per Amos Gitai è la perdita di una sorta di innocenza che doveva pervadere la nazione ebraica. Le indagini sull'attentato riveleranno infatti l’esistenza di un mondo sempre sottaciuto, una sottocultura di odio alimentata da una retorica ultranazionalista, dalla paranoia e dagli intrighi politici del Likud e dall'attuale premier Benjamin Nethanyau. In concorso e tra i favoriti, il nuovo film di Amos Gitai crea una sorta thriller politico documentale che getta luce sul crescente sviluppo dell’odio politico che affligge la società israeliana odierna.

Il giudizio di Monica: IMPEGNATO.

Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio

Due film in uno. Nel seicento della Grande Inquisizione, nel bellissimo monastero di Bobbio, una splendida fanciulla viene murata viva perché ritenuta colpevole del suicidio di un giovane sacerdote; ai giorni nostri, invece, nel piccolo borgo piacentino vive, chiusa nell'asfissia dei loro privilegi, una casta massonica che ha volti e nomi degli inquisitori dei secoli prima. Maledizioni? Sortilegi? Vampiri? Il film di Bellocchio lascia tutto in sospeso e con intelligenza e libertà stilistica punta sulla suggestione e sulla magia della visione.

Il giudizio di Simone: SEDUCENTE.                    

FUORI CONCORSO

La calle de la Amargura di Arturo Ripstein

L’umanità più torbida dei sobborghi di Città del Messico viene raccontata dal grande regista messicano in un bianco e nero da urlo, morbido e suggestivo, con il quale fotografa la storia (vera) di due lottatori nani trovati morti in una camera d’albergo qualche anno fa. Raffinatissimo e potente nell’immergersi nella deformità (psicologica ed etica) di una galleria di reietti surreali e passivamente mostruosi, La calle de la Amargura sarebbe stato tra i grandi favoriti per la vittoria finale, fosse stato in concorso.

Il giudizio di Simone: MAESTOSO.

Janis di Amy Berg

Talento, ambizione e il percorso che ha trasformato una ragazzina ribelle come Janis Joplin nella regina del rock. Tanto e corposo il materiale utilizzato da Amy Berg in un ritratto che mette in luce le sue doti ma anche le sue oscurità. Interessanti i suoi compagni di vita intervistati per l’occasione. Un buon documentario dedicato a chi ama la musica.

Il giudizio di Lara: ROCK.

Non essere cattivo

Non essere cattivo

Non essere cattivo di Claudio Caligari

Dopo il film cult dei primi anni Ottanta Amore Tossico brutale denuncia dell’invasione dell’eroina nel sottoproletariato delle borgate pasoliniane, Claudio Caligari ritorna negli stessi luoghi con l’obiettivo di dare conto di ciò che resta di quei mondi. Il risultato è fuori concorso. Non essere cattivo, il terzo film del regista romano scomparso lo scorso 26 maggio a 67 anni, è ambientato ad Ostia negli anni 90. Vittorio e Cesare, due “fratelli di vita” vivono di eccessi tra notti in discoteca, macchine potenti, alcool, droghe sintetiche e spaccio di cocaina. Fino a quando Vittorio comincia a desiderare una vita diversa. Un film asciutto e lucido dove l’umanità incontaminata delle borgate di Pasolini, universi tutti da scoprire, si dissolve per lasciare spazio a una poltiglia informe di esistenze omologate senza sogni e speranze.

Il giudizio di Monica: AMARO.

Il Decalogo di Vasco di Fabio Masi

Il Decalogo è un film che non canta, il che è tutto un dire considerato che punta, in un’ora, a fare zoom sulla figura di Vasco Rossi. Non un documentario: niente biografia, poche confessioni. Non un film: senza un vero e proprio plot, con delle trovate narrative che però non sfociano mai. Pensato per la tv, Il Decalogo rischia di deludere i fan non riuscendo a restituire la magia tipica di un’icona sia musicale che generazionale. Difficile annoiare con un film che contiene una buona dose di musica. Ma il regista ci è riuscito. Peccato.

Il giudizio di Lara: AFONO.

ORIZZONTI

Mountain di Yaelle Kayam

Sessualità repressa, femminilità bistrattata e una religione che sovrasta e chiude. Sono questi i temi di The Mountain. Lento all’inizio, è il finale a sorpresa aperto ad interpretazioni il vero punto forte del film. Una donna, che vive con il marito e i figli in una casa all’interno di un cimitero di cui è custode, viene bistrattata in quanto madre e donna dal marito, un brav’uomo senza affetto. Cercherà l’affetto altrove, senza trovarlo mai.

Il giudizio di Lara: INASPETTATO.

Madame Courage di Merzak Allouache

È realista fino allo spasmo questo film arabo che segue la vita allo sbando di un ragazzino di periferia schiacciato tra la droga Madame Courage, lavoretti da ladruncolo, una madre senza sentimenti e una sorella nel giro della prostituzione. Cercherà di farsi giustizia da solo, in un mondo più cattivo di lui. Costante e sbilenco il suo innamoramento per una ragazzina, un’infatuazione che non sfocerà mai. Come lo stesso film.

Il giudizio di Lara: CRUDO.

Krigen, A War

Krigen, A War

Krigen, A War di Tobias Lindholm

Con il suo terzo film, presentato nella sezione Orizzonti, il giovane regista danese continua la sua personale indagine sulle reazioni umane a situazioni di forte stress.. Siamo in una provincia dell’Afghanistan dove un gruppo di soldati danesi è incaricato di proteggere la popolazione locale dagli assalti dei talebani. Fin da subito appare evidente che Lindhom non intende prendere alcuna posizione sulla legittimità dell’intervento ma delle sue conseguenze sulla vita delle persone che ne sono coinvolte. Quando infatti il protagonista ordina un bombardamento della zona 6, considerato obiettivo civile per difendere i suoi uomini, il pubblico si trova alle prese con il dilemma morale ed etico di chi è costretto a macchiarsi di stragi e crimini per eseguire degli ordini o per vinti dall’istinto, dalla pressione psicologica.

Il giudizio di Monica: INTROSPETTIVO.

 


Intanto, fuori dalla mostra… arrivano gli Scalzi 

scalzi

Si sente ancora il suono dei tacchi sul red carpet quando sulle vie del Lido arriva una marcia che non fa rumore. Un corteo millepiedi anche se i piedi non sono solo molti di più ma sono pure scalzi. “E' arrivato il momento di decidere da che parte stare”. Con questo slogan la Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi ha chiamato migliaia di persone all'appello. Migranti e non, veneziani e non. Perché andare a marciare di fronte alla Mostra del Cinema invece di aspettare che arrivi Vasco Rossi (che proprio venerdì sera presentava un documentario sulla sua vita) può già voler dire aver deciso da che parte stare.

Ci sono una manciata di minuti tra un evento e l’altro ma la camminata diventa sit in e nessuno si preoccupa di scappare. Durante il percorso qualcuno lancia delle puntine ma i camminatori le evitano e la carovana colorata prosegue senza intoppi.

manifestazionefollaRaccontano le loro storie e gli organizzatori spiegano le ragioni della marcia: “Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno. Sono questi gli uomini scalzi del 21esimo secolo e noi stiamo con loro. Vogliamo che la commissione che giudica le domande di asilo la smetta con le risposte negative per i migranti. A noi interessa che le persone possano muoversi indipendentemente, avere dei documenti, una possibilità di vivere qui. Chiediamo canali umanitari sicuri. E’ il momento di governare un fenomeno che trasformerà la nostra città da cima a fondo. Vogliamo un’accoglienza degna, li vogliamo tra di noi, vivi, salvi da guerre, persecuzioni e fame.”

L’applauso di alcuni migranti presenti scroscia e rimbomba in tutto il corteo. Quello della “marcia scalza” è un unico messaggio portato in 70 città diverse ma di fronte alla Mostra, comparato allo sfarzo del mondo del cinema, colpisce per contrasto.

 

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter