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Luca Zingaretti firma la regia di The Pride: amore gay da Londra a Roma

Luca Zingaretti in una scena di The Pride, il testo di Alexi Kaye Campbell da lui diretto e interpretato

Luca Zingaretti in una scena di The Pride, il testo di Alexi Kaye Campbell da lui diretto e interpretato

All’Argentina di Roma con The Pride di Alexi Kaye Campbell, Luca Zingaretti spiega le ragioni dietro la scelta di un testo che racconta un amore gay in un Paese che fatica ad essere al passo con i tempi. Lo spettacolo, in scena fino al 6 dicembre, vede sul palco insieme allo stesso Zingaretti, una Valeria Milillo capace di dolore e leggerezza e gli ottimi Maurizio Lombardi e Alex Cendron

Dopo il debutto nel 2008 a Londra e altre importanti edizioni (off Broadway a New York, a Melbourne, Australia e Corea), The Pride arriva per la prima volta nell'Europa continentale, fortemente voluto da Luca Zingaretti, che ne assume la regia e uno dei ruoli, lasciando a Maurizio Lombardi il ruolo interpretato off Broadway dalla star Ben Whishaw. 

In scena all’Argentina fino al 6 dicembre, l’opera prima dell’autore inglese di origine greca Alexi Kaye Campbell “tratta in punta di penna il tema dell'omosessualità” – così lo presenta il direttore del Teatro di Roma, Antonio Calbi – particolarmente attuale in un momento in cui in Italia si discute della legittimità del registro delle unioni civili omosessuali

Mettere in scena The Pride è un’occasione importante per l’artista che torna dopo anni sul primo palco della sua città con la sua terza regia. Un lavoro che l'attore, durante la conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, ha definito “drammaticamente potente” per tre motivi fondamentali: affronta il tema dell'amore, “particolarmente urgente oggi, con tutte le guerre in corso e dopo gli ultimi avvenimenti di Parigi”; parla di identità, del coraggio di “fare il punto nave della propria esistenza” e vivere la vita come la si vuole, in un mondo trainato da “una corsa ad uniformarsi a un modello, come se fosse scomparsa la possibilità di un altrove”. E soprattutto si centra sul tema sensibile dell'omosessualità e “il fatto che ne parli uno con la mia notorietà è un valore”. 

31Quasi in risposta al suo penultimo progetto teatrale, La torre d'avorio di Ron Hartwood, in cui si apriva l'interrogativo sulla possibilità dell'artista di esimersi da prese di posizione “politiche”, Zingaretti si assume quindi, dichiaratamente, la responsabilità che la sua condizione di artista di fama gli impone. E accetta la sfida, come ha spiegato lui stesso, di “raccontare una tematica importante in un Paese che fatica ad essere al passo con i tempi, o almeno con altre Nazioni con cui condividiamo questa Comunità Europea, per quanto riuscirà a resistere”. Una sfida vinta ogni sera su un palco a cui arriva l'entusiasmo di un pubblico vario ed eterogeneo.

“Sono orgoglioso – ha ripetuto più volte – di aver avuto ragione a voler portare in scena uno spettacolo che espone a dei rischi, di aver saputo scegliere attori convinti che fosse la scelta giusta, mettendosi in gioco”. Come Valeria Milillo, unica donna in scena, che in conferenza stampa ha confermato “l'emozione fortissima di essere sul palco ogni sera, senza pelle, in balia delle parole, [ad incarnare] due personaggi che rappresentano quanto di più bello nell’universo femminile: accoglienza, ascolto, empatia”, con un testo che "tocca il cuore" e che "non permette di mentire mai".

Dopo il sudafricano Hartwood, il londinese (di origine greche) Campbell segna per Zingaretti il secondo confronto con il teatro anglosassone e con la lingua inglese, che per tradizione culturale offre una solida struttura anche drammaturgica: "Uno scheletro, su cui attori e regia costruiscono muscoli e tendini”. Zingaretti ha tentato di mantenere il ritmo intrinseco della struttura drammaturgica “travasandoci l'italiano", come ha spiegato.

Al di là del ritmo la scrittura di Campbell è diretta, cruda, essenziale, ma i ritratti che disegna sono ricchi di sfumature e delicati chiaroscuri. Le sue doti di raffinato autore derivano in parte dalla conoscenza diretta della scena (è anche attore), ma si sono potute sviluppare solo grazie alla politica di sostegno istituzionale alla nuova drammaturgia inglese, fattore che determina il generale fermento della scena londinese contemporanea. “Il teatro, come sempre, può giocare un ruolo importante nel porre domande fondamentali su come viviamo – ha detto Campbell, il cui lavoro è stato supportato dal Royal Court Theatre già dalla fase di scrittura –  Per questo è cruciale promuovere e supportare i nuovi autori, affinché il teatro non muoia”. E l’assenza di questa visione e di leggi che vincolino i teatri pubblici a rappresentare autori italiani contemporanei in Italia spiega, in buona parte, la più rarefatta consistenza della nostra drammaturgia odierna.

Nell’attingere alla scena straniera la traduzione ha ovviamente un ruolo fondamentale, ma in questo caso a Monica Capuano si deve anche la scoperta del testo: “Ho un rispetto profondo per questa scelta coraggiosa, perché in Italia personaggi del calibro di Zingaretti si muovono su territori più sicuri, non rischiano. E una compagnia più giovane probabilmente non sarebbe riuscita a farlo, per scarsità di mezzi o di fiducia da parte dei teatri”. La traduttrice ha poi proseguito: “È importante che venga rappresentato qui anche per quello che è stata Roma come capitale dell’omofobia negli ultimi anni”. 

La struttura di The Pride gioca su una dicotomia, intersecando due storie parallele con uno scarto di oltre 50 anni, per esplorare come il passato abbia influenzato il presente, come identità e politica abbiano plasmato la società odierna. “I due piani temporali sono in dialogo costante fra passato e presente, perché la nostra situazione attuale è una risposta, talvolta anche violenta, all’eredità che abbiamo ricevuto dal passato” ha spiegato l’autore  dicendosi contento dei dibattiti anche scomodi, provocati da un’opera che va molto oltre la semplice definizione di “gay play”. “Ho sempre voluto esplorare emozioni – ha proseguito Campbell – ma non limitatamente all’amore omosessuale, perché credo che cerchiamo tutti le stesse cose, anche se a volte le cerchiamo nel posto sbagliato”.

Il testo sonda infatti diversi aspetti della sensibilità maschile e femminile, mostrandone soprattutto incertezze e fragilità. Ogni attore deve interpretare due ruoli diversissimi fra loro e Zingaretti è orgoglioso anche del suo cast: “Valeria Milillo è in grado di esprimere toni di dolenza e di leggerezza, ha la capacità di accogliere e giocare; Maurizio Lombardi e Alex Cendron sono interpreti straordinari e meravigliosi compagni di viaggio”. E il risultato è indubbiamente uno spettacolo fluido, scorrevole, di incredibile leggerezza a dispetto del ponderoso contenuto che mette in scena, con coraggio e sobria determinazione. Uno spettacolo, per dirla con le parole dello stesso Zingaretti, “vivo, che respira, che sa arrivare allo stomaco, al cuore ed alla mente dello spettatore”.

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