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A proposito di “Ellis”, caro De Niro ti scrivo…

In Ellis, Mr. De Niro, Lei è la caratterizzazione del mio personaggio che, oltretutto, pronuncia le sue stesse parole... E lo sfondo in cui Lei  si muove è lo stesso. Ovvero l'ospedale di Ellis Island nel quale venivano curati gli emigranti malati, dismesso e abbandonato...

Caro Direttore, in riferimento all’articolo del 25 novembre 2015 “In Ellis, Robert De Niro fantasma dell'immigrazione”, le chiedo la pubblicazione di questa mia lettera indirizzata al Signor Robert De Niro. 


Egregio Signor Robert De Niro,

Le scrivo questa mia lettera, lo faccio dalle pagine on line de La VOCE di New York. Ho letto che forse, ma non è nulla di certo, Lei andrà agli Oscar con Ellis. Se così fosse: Mi faccia un piacere, riconosca la paternità della mia opera, ed alzi al cielo la statuetta dedicandola a mia madre, perché questo io le ho promesso! Signor De Niro, è il Suo stesso Avvocato ad ammettere che le mie sceneggiature sono state nelle mani dei Suoi più stretti collaboratori. 

Mr. De Niro, Lei è il Re di tutti gli attori, anche grazie al nostro Sergio Leone, al nostro Bertolucci, all’Italo-Americano Coppola ed anche a Mario Puzo… I suoi ruoli d’attore, più famosi al mondo sono “ITALIANI”.

 Omettere alla stampa – ma ammetterlo in privato – che le mie opere nelle varie revisioni sono state nelle mani dei Suoi più stretti collaboratori,  vuol dire ancora raggirare la buona fede di una “sceneggiatrice italiana emergente”, che voleva solo “lavorare per costruire le fondamenta del suo film”. 

Signor De Niro, Lei ha sempre palesato la sua passione per la cultura e la tradizione italiana, come ogni buon italo-americano cresciuto in Little Italy. Lei ha lontane origini italiane – i Suoi bisnonni paterni erano di Ferrazzano, in provincia di Campobasso – questa è una delle tante motivazioni che mi portano a non farmene una ragione, ed a soffrire moltissimo per tutta questa squallida storia, che mi vede protagonista – mio malgrado – a combattere come Davide contro Golia. 

Sono passate tante lune, giorni, minuti e secondi, dove Lei mi ha tenuta appesa al filo della "speranza", quella stessa "speranza" di una vita nuova che "furbamente menziona in Ellis", la mia anima è stata immigrata sull'isola di Ellis, mi ha poi disegnato con il "gesso del disprezzo" una croce sul mio petto, mi ha lasciata nell'oblio del silenzio, strappandomi l'anima e qualcuno – a questo punto sta a Lei dirmi chi – l’ha consegnata, ad uno sceneggiatore più "importante", io italiana non degna di apparire accanto a lei "il Re". Ci vuole così poco Mr De Niro, due occhi ed un cuore libero, per vedere che: il protagonista di Ellis è il mio Giosuè stretto nel suo cappotto liso, mentre cammina nei corridoi e le immagini si animano e lo accompagnano; è il mio Giosuè che nel suo monologo sofferto ed intimo, in sola voce off, rivive ogni istante della sua vita, tenendo stretta tra le mani la foto della sua Sandra; è il mio Giosuè che nel suo sogno onirico deve portare a termine la promessa a sua madre. L' America e la statua chiamata Libertà. Ed è lì, nell’Isola delle Lacrime che Giosuè si trova, in quello stanzone diroccato. Dove i muri sono scrostati. Dove tutto è decadente e fatiscente. E sono i fotogrammi dei volti, di tutti i fantasmi, rimasti intrappolati in quel luogo- non- luogo, così dolorosamente descritto dal suo amico Principe, quelle immagini che si alternano al viso ormai anziano di Giosuè. Ed è lo sguardo, di un Giosuè anziano, racchiuso nel suo liso cappotto nero, che nasconde quel suo Frac e quella gardenia all’occhiello, i suoi occhi si spostano oltre le finestre con quelle pesanti grate. Eccola! La vede quella maestosa Statua chiamata Libertà?

In Ellis, Mr. De Niro Lei è la caratterizzazione del mio personaggio che, oltretutto, pronuncia le sue stesse parole alla scena 80. E lo sfondo in cui Lei  si muove è lo stesso. Ovvero l'ospedale di Ellis Island nel quale venivano curati gli emigranti malati, dismesso e abbandonato nel 1954.  Ho impiegato tre anni nelle prime versioni e due anni per scrivere questa sceneggiatura di lungometraggio, originale che prevede un personaggio nato dalla mia fantasia, mai esistito, Giosuè Calliardo. Signor Robert De Niro, in questi due mesi quando mi guardo allo specchio, io posso farlo!!! Mi specchio, con quella delusione nei miei occhi, così tangibile, palpabile, profonda come un pugno che ti frantuma una vertebra, uno zigomo e dopo ti lascia gli occhi pesti e violacei, ecco questo è quello che sente la mia anima, dopo questa squallida storia. Vede Signor De Niro, quando io Le scrivo, lo faccio con quella deferenza, che merita il Suo essere il RE! Credo, che questa “sconosciuta sceneggiatrice italiana”, meritava almeno, il rispetto… Perché non riconosce l’evidente “manipolazione del mio lavoro”? Perché personalmente non verifica dove si trovano le responsabilità di una squallida vicenda che vede coinvolta una sceneggiatrice emergente, che cercava solo “una vita migliore", dove forse poteva essere quello che desiderava essere. Il sogno di una nuova vita, di una casa per lei e sua figlia. Credo mi consentirà di dirLe, lo so che la vita non riserva le stesse opportunità, ma la ricerca di un posto dove essere trattata come tutti gli altri è legittima, e legittima è stata la mia speranza, racchiusa in quella mia sceneggiatura de L’Uomo in Frac, straziato, violato e vivisezionato per crearne 15 minuti di Ellis.

Stefania Grassi* Stefania Grassi, sceneggiatrice italiana, è l'autrice di "Un uomo in frac". Robert De Niro, tramite il suo avvocato, ha recentemente risposto respingendo le accuse di plagio per "Ellis" in un comunicato riportato anche sul Guardian 

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