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The Hateful Eight e un Tarantino che non sorprende

L'attore Samuel L. Jackson

L'attore Samuel L. Jackson

A Natale nelle sale USA, l'ultimo lungometraggio di Quentin Tarantino, The Hateful Eight, è un puzzle a incastri che usa l'involucro del western senza esserlo, vive di sprazzi, lasciando intravedere in alcuni momenti spunti di buon cinema e ottime interpretazioni, ma è nel complesso un'operazione farraginosa, prolissa e mal orchestrata

Potrebbe essere finalmente questo il film che espliciterà definitivamente al pubblico che Quentin Tarantino, più che un innovatore, è un geniale cuoco di influenze cinematografiche altrui. Perché con The Hateful Eight per la prima volta nella sua carriera ha in qualche modo ripescato dal suo stesso cinema. Sia nell'assunto della trama che nel suo sviluppo narrativo infatti il suo ultimo lungometraggio altro non è che una rivisitazione in chiave western del suo primo, fantastico Reservoir Dogs (Le iene, 1992). Che poi, a voler essere particolarmente critici nei confronti dell'idea di Tarantino, questo un western proprio non è. Non basta mettere una pistola e un cappello a un personaggio per renderlo un cowboy: serve una visione del genere che ne abbracci l'idea e l'ideale, oppure che li smentisca in una visione nichilista della stessa rappresentazione dell'uomo e della vita di frontiera. The Hateful Eight non possiede nessuna di queste due visioni del western, e ne usa spudoratamente l'involucro per il suo puzzle a incastri. Per carità, a tratti anche divertente, ma lontano anni luce da quell'anima che ad esempio Django Unchained possedeva, anche se riproposta secondo le direttive poetiche personali di Tarantino.

t1Ma torniamo all'analisi specifica del film, che nelle sue tre ore di durata è pesantemente spaccato in due.

Nella prima parte tutto è parola, ostentazione quasi del tutto superflua del dialogo, teatro filmato che procede per scene ad effetto più che per una vera e propria progressione drammatica. Le quasi due ore che precedono l'intervallo voluto dallo stesso Tarantino non hanno ritmo cinematografico, lavorano in maniera approssimativa su reiterazioni e ripetizioni faticose da seguire.

Poi invece nella seconda parte tutto diventa azione, gioco temporale, rivisitazione sanguinolenta e barocca dell'idea di cinema dell'autore. Perché autocompiacersi in maniera così esplicita del proprio potere autoriale? Perché non continuare ad andare incontro allo spettatore con una forma di narrazione più equilibrata e agile?

The Hateful Eight è in tutto e per tutto un film di Tarantino, ma ciò non significa che sia automaticamente intrattenimento riuscito. Squilibrato nel dosaggio della narrazione, non particolarmente originale nell'esposizione dei personaggi, il film poi possiede alcuni momenti in cui il gioco della detection alla scoperta del personaggio che mente è davvero semplicistico, e risolto con trovate narrative superficiali. Il film vive dunque di sprazzi, in alcuni momenti lascia intravedere spunti di buon cinema e si fa apprezzare per alcune interpretazioni, soprattutto quelle di Samuel L. Jackson e Kurt Russell. Nel complesso però l'operazione è farraginosa, prolissa, mal orchestrata. E l'aver girato il film nel glorioso 70mm purtroppo non aggiunge nulla o quasi all'estetica di un'opera che, nonostante l'ampiezza del formato, non possiede mai il respiro del vero western.

The Hateful Eight esce nelle sale USA il 25 dicembre.

>>Guarda il trailer:

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