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Dobbiamo parlare…. di Isabella Ragonese

Isabella Ragonese

Isabella Ragonese

Due passioni che si nutrono l’un l’altra e una carriera che a 34 anni trova il coronamento di un sogno: un testo presentato in sala e sul grande schermo, in contemporanea e con lo stesso (notevole) cast. Dobbiamo parlare di Sergio Rubini è godibile in entrambe le versioni. Ce ne parla  Isabella Ragonese

Giovane ma affermata attrice, Isabella Ragonese ha un talento versatile, nato sul palcoscenico della Scuola Teatès di Palermo con il Maestro Michele Perriera e confermatosi sul grande schermo, grazie in primis a Emanuele Crialese (cui deve l’esordio in Nuovomondo nel 2006) e a Paolo Virzì (che le dà notorietà con il ruolo da protagonista in Tutta la vita davanti nel 2008). Alternando cinema e teatro, vive la professione in perfetto equilibrio fra due passioni che si alimentano a vicenda e ora con Dobbiamo parlare di Sergio Rubini, contemporaneamente nelle sale cinematografiche e in tournée teatrale, corona il sogno di una carriera felicemente sviluppata su un doppio binario.

Applauditissima al Festival del Cinema di Roma, la commedia è stata presentata nella sua versione teatrale con il titolo di Provando… Dobbiamo parlare, giocando sull’escamotage di un work in progress, che proietta il pubblico nella situazione informale di una prova generale. Con l’abbattimento della quarta parete lo spettacolo – un testo corrosivo sulle ipocrisie delle coppie borghesi – si arricchisce di una complicità fra attori e pubblico impossibile nel prodotto finito del film, dove figura il medesimo cast: Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone e lo stesso Rubini, che è anche regista e autore insieme a Carla Cavalluzzi e Diego De Silva.

Nel film e sulla scena, Isabella interpreta Linda, un personaggio estraneo al conformismo borghese degli altri tre caratteri, dei quali osserva con sempre maggior distacco la mostruosa deformazione dei tratti, durante lo sgretolamento e l’ipocrita ricomporsi delle loro vite nel nome di uno status, dietro una maschera imbellettata e socialmente accettabile.

L’abbiamo incontrata all’Ambra Jovinelli di Roma, dove è stata in scena tre settimane, per farci raccontare la sua visione rispetto al mestiere di attrice. Una professione in cui si confronta con progetti a sua dimensione, selezionati con convinzione attraverso scelte precise, tracciando un percorso che segue l’ago di una bussola puntata sulla soddisfazione personale. Senza deroghe e a costo di qualche no.

Il tuo rapporto con il teatro, come nasce, come cresce e come si nutre?

t1È stato sempre il mio obiettivo primario, lo dimostra il fatto che sono rimasta a Palermo. Il cinema è capitato, è stata un’occasione nata con il film di Crialese, che avevo considerato come un’esperienza unica e irripetibile. Dopo ero tornata a fare le mie cose, partecipando a bandi teatrali con un gruppo di amici. Era un modo per rimanere nella mia città facendo un lavoro che mi piaceva. Poi mi ha visto un’assistente di Virzì e dopo Tutta la vita davanti mi sono dovuta trasferire a Roma iniziando a fare più cinema che teatro.

Come ti dividi fra i due mondi?

Oggi cerco di fare entrambe le cose. Dopo il film di Virzì, volendo imparare il mestiere del cinema, che è molto artigianale e del quale non sapevo assolutamente nulla, avevo bisogno di lavorare molto e ho partecipato a parecchi film di genere completamente diverso. In quel periodo non ho fatto spettacoli perché conosco troppo bene il teatro, anche da spettatrice, e ne ho un rispetto talmente alto che non lo vedo come un ripiego. Poi, poiché i due mondi sono incompatibili per questioni di tempi, ho tentato di alternare un anno di teatro e uno di cinema. A questo punto della mia vita l’esperienza con Sergio Rubini è proprio il coronamento di un percorso: cerco di vivere entrambi gli ambiti perché sono declinazioni della stessa passione. Hanno degli strumenti spesso in opposizione, quindi bisogna studiare per lavorare al meglio, non è così immediato come sembra, passare dal cinema al teatro e viceversa. Ma il mio ideale è il tipo di attore inglese, per il quale non c’è differenza fra i due aspetti della professione.

In questa doppia esperienza come hai lavorato sul personaggio?

La cosa più interessante in un esperimento fra teatro e cinema – come Sergio aveva già provato con La Stazione – è vedere come nel cinema il montaggio sia una chiave di lettura. Nel film il personaggio di Linda, che è quello più giovane, con un’idea di futuro diversa, viene raccontato con i piani d’ascolto, soprattutto nella prima parte, quindi si ha l’opportunità di cogliere delle cose nei silenzi. Il taglio narrativo corrisponde al suo sguardo, che osserva questo “acquario di mostri”. A teatro invece – e questa è la cosa che a me piace molto della scena – c’è libertà, posso scegliere chi guardare, nel momento in cui siamo tutti e quattro in scena. Il teatro mi ha aiutato tantissimo nel cinema, dove non si ha tempo per lavorare tanto a un testo e soprattutto manca il confronto col pubblico, che in una commedia dà il ritmo. Nei film non si ha un riscontro immediato e spesso scherzando diciamo che adesso sarebbe bello girarlo di nuovo, perché lo arricchiremmo. Il mio personaggio viene aiutato dal registro cinematografico, ma sto cercando – perché il bello del teatro è anche che ogni sera puoi provare cose diverse – di trovare un’altra linea, una fisicità che il primo piano toglie. E non è detto che la fase dell’esplosione di Linda non sia più commovente a teatro, dove di fronte a dei corpi umani, con gli attori a pochi metri, le risate sono più fragorose, ma i silenzi sono più forti che al cinema. Qui sei davanti alla presenza di un attore che lavora, soffre, suda, sbaglia o fa qualcosa di bello di fronte a te.

Il gioco di entrare-uscire dalla “prova” disturba il flusso del recitato?

t2Risponde all’idea di mantenere la freschezza di una perenne prova. È la forza di questo testo, che è materiale vivo e cambia, e un modo per raccontarlo è ricordare che siamo attori, che stiamo provando e che la ricerca non è finita. A teatro non si viene a vedere la fotocopia del film, ma idealmente una nuova ricerca ogni sera. È certamente un escamotage, ma è interessante coinvolgere il pubblico in questo dentro-e-fuori, un richiamo al fatto che stanno vedendo qualcosa di fluido, mentre la godibilità dello spettacolo è anche vedere quattro attori che giocano una partita in un quadrato disegnato.

Cosa ti rimane di questa esperienza?

Ho sempre lavorato con attori della mia generazione, con i quali si crea un’atmosfera diversa, di fratellanza e scambio, di lavoro quasi autogestito. Ora per la prima volta mi confronto con grandi attori nel quotidiano, perché la tournée implica un rapporto quasi familiare. Sono nella condizione ideale, che purtroppo manca tanto nella mia generazione, quella di avere dei maestri da cui rubare, di poter avere il lusso, ogni sera, di guardarli anche da fuori (grazie al mio personaggio), osservando come cambiano le cose, se hanno trovato qualcosa in più, o come da un errore possa nascere qualcosa di bello. È un lavoro artigianale, quindi al di là dello studio sui libri devi stare sul palco e avere l’opportunità di confrontarti con degli attori che ti possono insegnare anche senza volerlo. Il fatto di aver dedicato un intero anno a questo progetto, tra film e teatro, mentre in genere consumiamo tutto velocemente. E poi anche la conferma che la strada che sto seguendo, su un doppio binario, è giusta: sono due amori che si nutrono l’un l’altro, non li riesco a vedere separati. È un periodo di messa in discussione continua, perché lo spettacolo mi dà un’adrenalina fortissima quando è finito, ma non sono mai soddisfatta, è uno di quei lavori che ti spostano il traguardo sempre un po’ più in là. Sono una privilegiata perché non capita spesso che tutti questi fattori si uniscano.

Hai avuto parti in molti lavori interessanti: riesci a scegliere e selezionare o sei molto fortunata?

La fortuna esiste, ma un po’ te la fai anche tu. Sono partita in una maniera molto fortunata, questo si, però anche quello è stato costruito in qualche modo, perché sono arrivata al cinema in una condizione di spavalderia. Quando ho fatto i provini per Virzì non ero più una diciottenne desiderosa a tutti i costi di fare cinema, avevo un passato professionale, quindi ero più tranquilla e più fatalista, ho affrontato il sogno con l’idea che se non andava bene tornavo a fare quello che faceva prima e questo mi ha aiutato anche per essere scelta per il film. Avendo iniziato con un personaggio forte, che era il punto di vista del film, che è stato molto amato, ho poi cercato di scegliere a mio gusto: penso che l’unica bussola, la cosa più onesta da fare, sia scegliere le cose che hanno senso per sé stessi. Quando mi propongono una cosa penso sempre a quando dovrò spiegare il perché della scelta. Seleziono con molta difficoltà, perché tutto quello che ho conquistato l’ho conquistato con molta fatica, ma forse nella nostra carriera è più importante dire dei no, magari anche sbagliando. Io, ad esempio, ho detto no a parti che pensavo ripetessero esperienze già fatte, o a ruoli bidimensionali, perché quando c’è da lavorarci mi diverto di più. Avendo fatto della passione il mio lavoro non voglio trasformarlo in routine.

Di tutti i personaggi interpretati, ce n’è qualcuno che ti ha segnato particolarmente?

t3Non sono particolarmente legata ai personaggi, penso che il lavoro di un attore sia quello di accrescere di sfumature la propria personalità, la propria anima, di arricchirsi talmente tanto, che poi approcciarsi a un personaggio significa semplicemente mixare delle cose, alzare il volume su una propria particolarità. Vivo il mio mestiere come un musicista: non cerco un’ispirazione da fuori, il mio lavoro è tentare di modularmi, usare delle parti di me, dei momenti vissuti. I miei ricordi più che altro sono legati al periodo, alla situazione personale che si è creata, alle amicizie nate intorno a un progetto, poi magari il personaggio ti porta a vivere un periodo aprendo dei vasi di Pandora, ma non è razionale. Il teatro mi ha sempre insegnato che si deve fare un lavoro fisico, che ha a che fare col corpo, inteso nel senso più alto della parola, con la chimica. La mia aspirazione è quella di renderlo un lavoro sempre meno razionale e il più istintivo possibile.

Vai spesso a teatro? Cosa ti interessa in particolare?

Trovo impossibile pensare di voler fare l’attore senza essere prima di tutto uno spettatore di cinema o di teatro. Io non saprei neanche cosa amare, mi sono innamorata del teatro vedendolo fin da piccola: per una città come Palermo era la possibilità di non essere più isola, lasciare che il mondo arrivasse da te, invece di dover sempre essere noi a emigrare. Io ho visto di tutto ed è diventata una bellissima abitudine, per questo bisognerebbe educare fin da piccoli, perché poi non se ne può più fare a meno. Avendo affinato il gusto, oggi sono una spettatrice che sceglie consapevolmente, mi piacciono moltissimo i Festival, per le nuove tendenze, e fortunatamente a Roma ci sono teatri in cui è possibile vedere anche novità. Seguo meno il teatro che assomiglia al cinema, perché allora preferisco il cinema. Credo che si debba scegliere un registro preciso e sapere perché lo si è scelto: qui, ad esempio, la scelta di non usare microfoni cambia il modo di parlare degli attori e porta a un ritmo diverso rispetto al cinema. Dover lavorare su una cosa che nel film può essere sussurrata e dover rendere l’intimità è un esercizio che paga, perché la voce nuda di un attore è una cosa sempre più rara, che trovo bellissima.

Da Palermo a Roma: ti piacerebbe lavorare anche all’estero?

Per come sono, sarei rimasta anche a Palermo, non ho mai pensato di voler andare all’estero, forse perché non si è esaurito il mio percorso qui. Sicuramente mi piacerebbe che esportassimo di più le nostre cose, che avessimo un po’ più di forza nell’imporre la nostra identità. Mi piacerebbe che il nostro cinema e il nostro teatro avessero un respiro più internazionale, non credo che abbiamo autori di minor forza di quelli che adoriamo solo perché stranieri. Da noi c’è pregiudizio in chi dice di non apprezzare il cinema italiano, ma poi vede film di piccoli paesi, che fa più intellettuale. Penso che un po’ di amor proprio aiuterebbe a essere più esportabili. Da spettatrice, penso che il livello del cinema e del teatro italiano sia più che dignitoso, molto creativo e anche molto vario: ogni regione ha il suo teatro, diverso per stile e storie.

Hai in cantiere progetti tuoi personali?

Mi piacerebbe tantissimo, ma dovrei fermarmi per un periodo a pensarci per poter fare qualcosa di mio, con i miei amici, che erano la mia compagnia. Purtroppo, per come funziono io, lavorare ad altre cose è come se mi succhiasse la creatività. Dovrei tornare per un periodo nella situazione iniziale, a Palermo, una città molto creativa, con tempi molto più rilassati, dove una giornata vale un anno perché il tempo passa molto più lentamente.

Dobbiamo parlare e Provando… Dobbiamo parlare sono ancora rispettivamente nelle sale cinematografiche e in tournée fino a fine febbraio.


*Articolo pubblicato su Teatroteatro.it.

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