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Il teatro diventa di Dominio Pubblico

Fino al 30 aprile, Dominio Pubblico festival di teatro indipendente

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Da sinistra: Tiziano Panici, Fabio Morgan, Francesco Frangipane e Luca Ricci

Una buona idea e il desiderio di collaborare: questi gli ingredienti di Dominio Pubblico, iniziativa romana che fa economie su un progetto teatrale di scala nazionale. Un piccolo festival partito da zero che oggi, alla sua terza edizione, raccoglie interesse, fondi e spettatori

Quando si parla di teatro si pensa ad un sipario, ai velluti rossi delle poltrone, al buio in sala e alle luci puntate sulla scena. Non considerando che il magico momento dello spettacolo è “solo” l’apice di un lungo e faticoso percorso fatto di tanto lavoro di squadra prima, e di quello che il pubblico si porta a casa, dopo. Prima di quel momento sospeso in cui il pubblico, immerso nell’oscurità, perde coscienza di sé per vivere un’esperienza affascinante, unica e irripetibile, esiste infatti una articolata macchina produttiva, costruita su professionalità che contribuiscono a creare e realizzare l’evento attraverso le proprie specifiche competenze. Produrre uno spettacolo o — a maggior ragione -– un festival, è dunque innanzitutto un impegno organizzativo, pratico ed economico, imprescindibile dal “prima” (il lavoro di artisti e operatori) e dal “dopo” (la presenza di un pubblico, auspicabilmente ricettivo).

L’eterno dilemma di chi fa teatro in Italia, a tutti i livelli, al di là degli aspetti creativi, è proprio come riuscire a coprire i costi di quella macchina, che, indipendentemente dall’economia di scala (grandi teatri o piccoli spazi, giovani gruppi o compagnie storiche), neanche nella più rosea delle prospettive possono essere compensati dalla vendita di biglietti. Questo imprescindibile postulato porta la maggior parte delle piccole realtà teatrali, in particolare a Roma, dove i prezzi dei locali sono spaventosamente alti, a piegarsi alla necessità di affittare le sale, caricando di fatto la spesa sulle compagnie, che paradossalmente finiscono per lavorare gratis o addirittura pagano per realizzare i propri spettacoli.

Come uscire da questo empasse? Una scommessa che ad oggi sembra vincente è quella lanciata tre anni fa con Dominio Pubblico, rassegna di teatro contemporaneo nata da un’idea di Fabio Morgan e Tiziano Panici (rispettivamente direttori degli storici teatri romani Teatro Orologio e Argot Studio) e condivisa fin dall’inizio con Luca Ricci (direttore artistico di Kilowatt, il festival di San Sepolcro, giunto quest’anno alla 14ª edizione).

“È nato tutto da un acceso scambio di vedute sul fatto che non fosse possibile per i teatri romani fare affitto sala per poter sopravvivere, visti i costi elevati dell’attività, impensabili da coprire con lo sbigliettamento – racconta Luca Ricci, che firma la direzione artistica di Dominio Pubblico fin dal 2013, quando insieme a Morgan e Panici il progetto fu presentato come “stagione congiunta” dei due teatri – La scommessa è quella di sviluppare una progettazione capace di intercettare delle economie e quindi di non dover necessariamente vivere sul mercato. Il primo anno chiedemmo ad ATCL (l’Associazione dei Teatri del Lazio, nda) di sostenere gli aspetti legati ad agibilità e SIAE, per lasciare alle compagnie un maggior margine sugli incassi. Visto l’esito positivo della prima edizione, il secondo anno ATCL ci propose di entrare direttamente nel progetto acquistando una data di ciascuno spettacolo per il circuito regionale e contribuendo dunque a costruire una mini tournée nel Lazio, accompagnata da un progetto che coinvolgeva i giovani spettatori della provincia. Quest’anno la vincita del bando fa entrare (pochi) soldi da parte della Regione ed è un segnale importante che riconosce il lavoro fatto e un’autonomia del progetto in quanto tale”.

In questa terza edizione (19 gennaio – 30 aprile 2016), grazie alla vincita di un bando promosso dalla Regione Lazio, Dominio Pubblico si assicura infatti un finanziamento di circa 20.000€, utili a coprire solo i costi SIAE e un cachet per le compagnie (alle quali va anche il 50% dell’incasso al botteghino), mentre all’organizzazione resta la copertura di tutti gli oneri organizzativi e promozionali. Un contributo minimo, rispetto alle dimensioni dell’operazione, ma utile a ribaltare la situazione economica: se inevitabilmente nella prima edizione si è andati in perdita, nella seconda il bilancio è stato a zero e oggi si auspica un ulteriore passo in avanti.

Evolutosi nel tempo, il progetto presenta oggi un nuovo, autonomo organigramma, in cui i soggetti rimangono sostanzialmente gli stessi, assumendo però ruoli ben definiti. “Non esiste più un ufficio che unisce i due teatri, ma una collaborazione di fatto fra i due spazi che risponde alla logica di una struttura a se stante, in cui la Direzione artistica è firmata da Luca Ricci e da me – spiega Tiziano Panici (il primo per la rassegna, il secondo per il progetto under 25 che è parte integrante del Festival, nda) – C’è poi una direzione generale (Fabio Morgan e Francesco Frangipane) una amministrativa (Alessandra Muschella) e una organizzativa (Erika Morbelli), oltre ad altre figure come ufficio stampa, fotografo di scena eccetera”.

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Una scena dello spettacolo Lourdes: adattamento e regia Luca Ricci, con Andrea Cosentino

La rassegna movimenta numeri significativi nell’ambito della giovane scena contemporanea, se si pensa che nel 2016 ospiterà 19 spettacoli, per un totale di 56 giornate di programmazione, con il coinvolgimento di altrettante maestranze (fra artisti e tecnici ed operatori), oltre ad un gruppo di Under 25, oggetto di un particolare progetto di formazione che è parte integrante della rassegna. La costruzione di una macchina così complessa, è stata “un’esperienza necessaria e preziosa”, secondo Luca Ricci. “Conosco pochissime esperienze reali in cui due teatri mettono insieme i propri staff, le proprie risorse, in uno spirito non competitivo. Nasce proprio come progetto di aggregazione, anche se quando quest’anno abbiamo provato a proporre ad altri spazi romani di unirsi non c’è stata una risposta positiva”.

Se il settore – almeno quello romano – non sembra disposto a lasciarsi coinvolgere in un’idea collettiva e inclusiva, basata sul concetto stesso di collaborazione, i fatti dimostrano in modo inequivocabile il valore del progetto: “Il primo anno l’iniziativa è gravata tutta sulle nostre forze – racconta Panici – con un piccolissimo contributo da ATCL, che si è poi rafforzato il secondo anno permettendoci di strutturare il festival in maniera più organica e soprattutto facilitando la diffusione degli spettacoli nei teatri della Regione. Il rapporto con ATCL quest’anno si è interrotto a causa di tagli e questo ci ha costretto a ridurre la programmazione e a partecipare in corsa al bando, che abbiamo vinto con un buon punteggio. Perché sono state riconosciute al progetto interdisciplinarietà (oltre a danza e teatro contemporaneo, il programma è integrato da Free Music Factory, diretto da Francesco Laineri) e territorialità, in quanto abbiamo mantenuto i rapporti con i territori di Rieti, Viterbo e Latina collaborando con le associazioni 20chiavi Teatro e Arciviterbo per quanto riguarda il viterbese, opera Prima e Matuta Teatro per Latina e Jobel a Rieti. Soprattutto, ci è stato riconosciuto l’impegno sul fronte dell’audience development: la formazione del pubblico è una delle mission principali di Dominio Pubblico, che sotto questo aspetto è anche parte di un ulteriore progetto nazionale (insieme a Città Visibili di Rimini e Artificio Teatro di Como e Jobel) riconosciuto dal MiBACT”.

La realtà costruita negli anni è insomma molto complessa e quindi difficile da raccontare, ma Dominio Pubblico – nomen omen – “nasce proprio come qualcosa destinato ad espandersi, a coinvolgere più soggetti e a fare rete, e noi siamo felici che stia diventando un progetto sempre più articolato. Già la scelta del titolo per noi rappresentava la possibilità di allargamento. C’erano sicuramente soggetti di base riconoscibili, ma c’era per definizione l’idea di ampliamento e oggi riuscire ad estenderlo a 6-7 realtà sarebbe molto bello”. Quello che colpisce seguendo la rassegna è, in effetti, in primo luogo il felice clima collaborativo fra le realtà coinvolte, che riescono a unire gli sforzi per ottimizzare i risultati. Eventualità tanto ovvia quanto rara, ma così è.

Cosa fa muovere dunque questa complessa macchina? Come si diceva, mentre Morgan e Frangipane curano i rapporti istituzionali e la ricerca di finanziamenti, quest’anno la scelta dei contenuti, pur condivisa, è firmata rispettivamente da Ricci per quanto riguarda le compagnie che costituiscono il nucleo principale del festival, e da Panici per il sotto-progetto under 25. I contenuti sono dunque “le scelte di una direzione artistica nel senso pieno – ci spiega quest’ultimo – seguendo una linea che intende restituire la fotografia, ovviamente parziale, dell’arte contemporanea e dello spettacolo dal vivo italiani. Luca ha un ruolo molto importante in questo, essendo gestore di un festival importantissimo che lo vede pioniere, riuscendo a ospitare e vedere tante nuove produzioni”.

La selezione degli spettacoli è un processo che è parte integrante dell’idea. Per il segmento giovane viene emesso un bando per artisti e compagnie under 25, in cui unica direttiva sono i generi: teatro, danza, performing art, installazioni, arte visiva e musica. Gli spettacoli vengono selezionati da un gruppo di altrettanto giovani spettatori in formazione. Per il segmento principale della rassegna, invece, la scelta è frutto di una logica precisa, come racconta Ricci: “il primo anno (2013-14), cioè prima della riapertura dell’India con Antonio Calbi

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Una scena dello spettacolo “Piero della francesca. Il punto e la luce”, di Lucia Franchi e Luca Ricci, con Barbara Petti e Gregorio de Paola

, abbiamo portato a Roma una serie di artisti che non vi avrebbero altrimenti trovato collocazione. Nomi come Roberto Castello, Cauteruccio, Stefano Massini… la prima esigenza è stata di far arrivare 30 spettacoli di artisti giovani ma affermati che non erano ancora passati in città, per creare un dialogo intergenerazionale. Quando ha riaperto l’India effettivamente quell’offerta è ritornata sulla piazza, ma oggi proviamo sempre ad intercettare progetti artistici che non arrivano: Simona Bertozzi (un nome, nella danza contemporanea italiana), Nicola Galli (artista giovanissimo che ha avuto grande successo alla Need Platform), la vincitrice di Scenario, Angela de Matté… L’idea per me è una sola, la stessa che seguo anche a San Sepolcro: presentare degli spettacoli belli, che raccontino come il contemporaneo non debba per forza essere il passatempo di una nicchia ristretta di persone, ma possa provare ad allargarsi ad una visione più accessibile. La linea è questa, in generale: non si fa una scelta di campo, verbale, performativo… va benissimo mischiare i generi, è importante trovare spettacoli che siano aperti, che considerino la platea come un orizzonte di creazione, non soltanto come un muro di fronte al quale fare il proprio spettacolo”.

Visione lucida e inequivocabile che si estende fino al dopo, all’esperienza dello spettatore, destinatario ultimo del prodotto teatrale. “Lo spettatore è al centro di tutta questa progettualità, quindi la proposta non può essere escludente o respingente per nessun tipo o categoria di pubblico – spiega Panici – Il contemporaneo, soprattutto nella nostra epoca e soprattutto in questa città, vive il problema di essere per pochi. Invece con questo progetto abbiamo avuto la dimostrazione che spettacoli bellissimi, anche se difficili, hanno sempre un forte riscontro di pubblico. La finalità di Dominio Pubblico è una programmazione aperta a tutte le età e a tutti i tipi di pubblico. A Roma ci ha seguito inizialmente un pubblico anche intellettuale e artistico, poi un pubblico giovane, che ha ripopolato le sale grazie alla programmazione under 25 e attraverso l’università. In regione, ed è stato forse il risultato più bello, abbiamo avuto spettatori di ogni genere ed età, grazie al lavoro fatto sul territorio, mirato espressamente a creare, appunto, un dialogo con il pubblico, che sentendosi coinvolto ha partecipato in maniera nuova agli spettacoli. A Latina in particolare è stato fatto un lavoro sullo “spettatore attivo”, con progetti di formazione. Come con il modello dei Visionari di Luca: mettere insieme un gruppo di persone che selezionino gli spettacoli per una parte della programmazione, coinvolgendoli nei processi, facendogli incontrare gli artisti e facendoli interrogare su poetica, estetica…. Metterli dentro il meccanismo ne garantisce una presenza e una partecipazione che non è scontata, creando dei cortocircuiti fortissimi”.

Avvicinare gli artisti può essere anche occasione per indagare sul processo creativo, svelando meccanismi e passaggi tecnici, o più semplicemente (ri)conoscere aspetti umani e sentimenti capaci di generare quell’evento misterioso, incantevole e, nel caso del teatro, effimero e inafferrabile, corrispondente alla definizione di opera d’arte. Rendendola fruibile, di dominio pubblico.

NOTA: Dominio Pubblico include un festival di e per under 25, il team di ragazzi si sta organizzando per costruirlo e noi prendiamo appunti… Vi racconteremo la storia da dietro le quinte, ma se volete seguirla passo passo attraverso lo sguardo dei protagonisti affacciatevi da qui e date un’occhiata al loro diario di bordo.


*Articolo pubblicato anche su Teatroteatro.it.

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