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Where to Invade Next: un Moore che non convince

Uscita del film spostata a febbraio in occasione delle primarie in New Hempshire

Where To Invade Next

Il regista Michael Moore

In Where to Invade Next Michael Moore mette a nudo anelli deboli e colpe del sistema economico-finanziario americano, in confronto al mondo fuori dagli USA. Racconto efficace, ma pericolosamente parziale: gli esempi che porta sono solo una piccola parte della realtà

Dunque, partendo dal fatto che da Bowling for Columbine a Capitalism: A Love Story condivido sempre il punto di vista e le battaglie civili di Michael Moore, questa volta devo dire di essere un po’ perplessa, perché se è vero che Where to Invade Next parte da un idea brillante ed è engaging nel suo svolgersi, è altrettanto vero che l’impegno militante di Moore questa volta cade in una faziosità piuttosto smaccata che non fa il bene del film né soprattutto del messaggio che vuole comunicare. Anche questo, come altri, è un film a tesi, e non ci si aspetta qui qualcosa di diverso da Moore che un solido lavoro di ricerca dove mette a nudo anelli deboli e colpe di un sistema, quello economico e finanziario americano soprattutto, con le sue pesanti conseguenze sociali e culturali. Ma il regista qui scivola su un principio di fondo, cioè le informazioni che offre e su cui costruisce la sua tesi sono troppo parziali, tanto da rischiare di non risultare veritiere.

Where to Invade Next comincia con la giocosa premessa in cui il regista prende atto che la politica estera statunitense ha sempre fallito, e Governo, Esercito e Marines, FBI, servizi segreti e tutti gli altri non ne hanno imbroccata una, dal Vietnam in poi. Bush o non Bush (senior e junior), l’America non è mai riuscita a invadere seriamente un paese, risolvere i problemi del posto e tornare a casa vittoriosa. Ci pensa quindi lui, Moore, lancia in resta, anzi, bandiera americana alla mano, ad approdare nei diversi paesi europei (o, nelle sue parole, almeno in quelli che è in grado di pronunciare, con l’aggiunta di un’incursione in Tunisia), scoprire ciò che di meglio ciascuno di questi paesi può offrire, appropriarsene e portare il risultato in patria.

Se pensato per il pubblico medio americano, Where to Invade Next è un documentario perfetto, perché mostra e spiega in maniera fin troppo lapalissiana che esiste tutto un mondo fuori dagli Stati Uniti dove le cose funzionano, in molti settori, assai meglio che in America e di cui gli americani spesso (sempre, secondo Moore) sono beatamente inconsapevoli. Ecco quindi che partendo proprio dall’Italia, il regista scorrazza su e giù per l’Europa e va a scoprire tutto ciò che di buono ha da offrire: le mense scolastiche gourmet in Francia; ottime scuole con un limitato orario scolastico e tanta libertà agli studenti in Finlandia; università in inglese gratuita per tutti in Slovenia; consumo di stupefacenti in ogni quantità non punibile in Portogallo (con annesse forze di polizia pacifiche e nonviolente); donne in ruoli di potere sia nella politica che nell’economia e nella finanza in Islanda; fabbriche modello per i diritti del lavoro, ma anche per organizzazione e design in Germania; carceri di massima sicurezza fatte di cottage privati e video musicali di orientamento per i detenuti in Svezia; cliniche ginecologiche e di supporto alle donne gratuite in Tunisia. Forse mi dimentico qualcuno, spero di no.

Ad ogni esempio eccellente europeo, contrappone quello vergognoso americano – e sappiamo che gli Stati Uniti possono essere un grande paese, ma anche un abisso in termini di uguaglianza e diritti, per non parlare di armi, polizia, e anche solo educazione alimentare.

Ma è proprio l’episodio girato in Italia che mi ha fatto pensare che forse qualcosa non funziona in Where to Invade Next. Nel documentario la situazione del nostro paese è la seguente: in Italia abbiamo tutti, tra ferie e feste comandate, 8 settimane di vacanza l’anno, veniamo pagati per farci le vacanze al mare in estate e in montagna d’inverno perché anche i datori di lavoro pensano che sia giusto per i lavoratori avere soldi a sufficienza per riposarsi e divertirsi, abbiamo tredicesima e quattordicesima da spendere come ci pare, le donne hanno tutte diritto a una maternità di cinque mesi a stipendio pieno, le fabbriche italiane sono fabbriche modello (il modello è quello della Ducati), linde e pinte, con lavoratori felici e soddisfatti e sindacalisti bonari (che per fortuna ricordano gli anni di battaglie, ormai passati, per i diritti dei lavoratori). Ora, la coppia intervistata su lavoro e diritti in Italia è una coppia di lavoratori con contratto a tempo indeterminato, uno pubblico l’altra no; gli imprenditori intervistati sono tre fratelli a capo di un’azienda familiare (anch’essa modello) che produce abbigliamento per le firme dell’alta moda; la lavoratrice che parla di maternità non è informatissima; il sindacalista sembrava trovarsi lì per caso a pranzare in mensa.

Mi viene da pensare che quelle da Moore raccontate in questo suo ultimo lavoro siano situazioni esemplari che non sono però quasi mai la consuetudine di un paese, e il problema è che (tranne nel caso del carcere modello svedese) non lo dichiara, così come non prende in esame fattori demografici, economici, culturali e altri ancora, che invece hanno un grande peso. Insomma, il racconto è efficace, ma pericolosamente parziale.

Quindi va benissimo per il pubblico del famoso Midwest americano (che poi, si sentirà pure offeso a un certo punto a essere chiamato sempre in ballo come esempio di pubblico mediamente ignorante e qualunquista!), ma un po’ meno per quelli che l’Europa un po’ la conoscono, perché ci sono stati o perché semplicemente leggono i giornali e magari qualche libro. Intendiamoci, è un documentario che ha premesse esilaranti, Moore è un ottimo provocatore e un narratore provetto, e gli esempi che porta non sono falsi, è solo che sono solo una piccola parte della realtà. Se questo serve a “educare” il pubblico americano, ben venga. E può servire in generale a far pensare, i confronti sono sempre utili e si spera sempre possano spronare al miglioramento (vale per gli Stati Uniti come per tutti). Diciamo però che in questo caso Michael Moore fa entertainment intelligente piuttosto che un buon servizio di informazione. E sembra più sarcastico che arrabbiato, ma mi viene da pensare che forse la nuova guerriglia funziona meglio così.

L’uscita di Where to Invade Next nelle sale, inizialmente prevista per il 23 dicembre, è stata spostata a febbraio, in occasione delle primarie in New Hempshire, per volontà dello stesso Moore; dal 4 gennaio infatti, un bus tour di 6 settimane che toccherà i 50 stati americani (anche se per Hawaii e Alaska devono ancora organizzarsi, ammette Moore) porterà il film tra gli americani, e verrà mostrato gratuitamente proprio tra la gente da cui è più importante che questo film venga visto, per le questioni che tratta e i problemi che solleva, soprattutto rispetto allo specchio americano. Il film è anche al Festival del Cinema di Berlino.

Guarda il trailer di Where to Invade Next:

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