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Quarant’anni fa, Taxi Driver: che bel cinema

Nel film di Scorsese, una New York cupa, violenta, sgranata nei colori e nelle emozioni

taxi driver

Robert De Niro nei panni di Travis in Taxi Driver

Sono passati 40 anni esatti dall'uscita nelle sale americane di Taxi Driver, di Martin Scorsese, 40 anni che sembrano 400: erano brutti anni per la New York di allora, ma che bello quel cinema fatto per le strade, da grandi registi, grandi sceneggiatori e grandi attori

Esattamente quarant’anni fa, in queste settimane, nelle sale americane usciva Taxi Driver, iconico film di Martin Scorsese, capolavoro del cinema americano degli anni Settanta e ritratto spietato di una New York cupa e violenta, una città fatta di solitudini, intrisa di tensione e sporcizia, sgranata nei colori e nelle emozioni.

Riguardando il film in questi giorni, camminando per strada, in quella che è stata Hell’s Kitchen, fra le luci e i turisti di Times Square, nel rinnovato glam artificiale dell’East Village, tutte strade in cui Taxi Driver è stato girato in una caldissima estate del 1975, mi rendo conto che il film, diretto da Scorsese e scritto da Paul Schrader, che ha segnato così tanto l’immaginario e la formazione cinematografica di tutta la mia generazione (e di quella precedente e sperabilmente anche di quella successiva), questo film è il doloroso ritratto espressionistico di una città che semplicemente non esiste più. Forse le solitudini, quelle sì, sono rimaste.

Scorsese veniva dal successo di Alice Doesn’t Live Here Anymore (Alice non abita più qui) con cui l’8 aprile di quello stesso anno Ellen Burstyn aveva vinto l’Oscar e De Niro aveva vinto il suo Oscar per l’interpretazione del giovane Vito Corleone in The Godfather: Part II (Il padrino – Parte II) di Francis Ford Coppola – da notare, a proposito di Oscar, che Taxi Driver non ne vinse nessuno, vinse però la Palma D’Oro a Cannes nel 1976. Eppure la consacrazione di Scorsese a uno dei registi più innovativi e interessanti di quegli anni avviene adesso, con Taxi Driver, e lo stesso accade per De Niro, con quel monologo allo specchio diventato memorabile, “You talkin’ to me?”. Più volte citato negli anni a venire da film, da serie tv, cartoni animati, preparato da aspiranti attori in casting e provini in ogni parte del mondo, è un monologo in realtà improvvisato da De Niro stesso, “la miglior cosa di tutto il film – commentava Schrader – e non l’ho scritta io”. Siti internet specializzati e biografie varie raccontano che quella battuta De Niro l’avesse presa da Bruce Springsteen; qualche giorno prima infatti c’era stato un suo concerto nel Greenwich Village, erano in tour per il lancio di Born To Run, bei tempi. Insomma, a questo concerto, alla folla che chiamava il suo nome, sembra che Springsteen, fingendo sorpresa umiltà, avesse risposto: “You talkin’ to me?” A De Niro era rimasto impresso, ed eccolo qui davanti allo specchio, pietra miliare della recitazione moderna, eroe disperato che cerca di sopravvivere al suo passato e alla solitudine, nelle lunghe notti alla guida del suo taxi mentre si lancia in battaglia contro violenza, corruzione, depravazione, “tutta la spazzatura di cui era piena la città”: ladri, spacciatori, prostitute e protettori, mendicanti, vandali da quattro soldi, assassini, politici senza scrupoli.

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Una giovanissima Jodie Foster sul set

Nel 2002 Spike Lee con The 25th Hour (La 25a ora), film altrettanto struggente e disperato, rende omaggio a quel tassista, rende omaggio a Scorsese, richiama ancora una volta una New York di cui resta solo pallida traccia. Eppure non erano le prostitute, che pure affollavano i marciapiedi del theater district, il bersaglio di Travis / De Niro, anzi, quelle donne sono le vittime che cerca di salvare in quello che è definito da Scorsese stesso il più femminista dei suoi film, quello che svela le falle del machismo rispetto a una donna fondamentalmente innocente. Non a caso sceglie Jodie Foster, dodici anni e mezzo (nel doppiaggio italiano sono 13, chissà perché), con già una solida carriera cinematografica e televisiva alle spalle, protetta come non mai sul set di quel film considerato troppo violento, con un’assistente sociale sempre presente e la sorella maggiore Connie che le fa da controfigura nelle scene sessualmente troppo esplicite o troppo crude. Una delle tante prostitute bambine della New York di quegli anni, tant’è che Schrader cambiò il personaggio in corsa, durante la preparazione del film, avendo incontrato in un bar Garth, prostituta, minorenne, strafatta. Iris / Jodie è lei, quella è la sua storia, raccontata a Schrader e Scorsese una mattina a colazione, in quei brevi attimi di attenzione che riusciva ad avere nella sua vita infernale e sballata. Non ci sono più prostitute in giro di giorno e di notte intorno a Times Square, niente più cinema e luci rosse e peep show, niente più papponi e delinquenti. Ora ci sono i tanti Hilton e il Marriott che svettano tra i neon sempre più grandi e sempre più luminosi, limousine e pullman che scaricano turisti e qualche star.

I newyorchesi dicono che New York non è più quella di un tempo, e nemmeno Times Square è più quella di un tempo e meno male, aggiungono in molti, perché a quella Times Square e a quelle strade non ti potevi nemmeno avvicinare, a Central Park dopo il tramonto non ci andava nessuno, Hell’s Kitchen era veramente un inferno e nessuno avrebbe mai voluto vivere nello squallore dell’East Village degli anni Settanta. Ma Taxi Driver è tutto questo, “occorre ripulire questa città”, dice Travis al candidato alla presidenza Charles Palladine in piena campagna elettorale per le primarie, proprio come adesso. Il fasullo e vanesio Palladine, politico di lungo corso dai modi raffinati e amichevoli, in un’America appena uscita dal Vietnam e dal Watergate parlava di popolo che doveva essere unito per lottare per un paese migliore, “We are the pepole” era il suo slogan.

Rivisto adesso fa quasi sorridere di fronte alla feroce ignoranza di Trump. Anche la parola popolo, o gente, come si voglia tradurre in questo caso, è stata cancellata dalle campagne elettorali. Se Travis aveva tentato di sparare a quel candidato che si riempiva la bocca di parole vuote, oggi farebbe a pezzi Trump e molti altri con le sue mani. Ma ora tutto è mediato, ci sono le televisioni, ci sono i social network, chi partecipa lo fa con un click, e Cybill Shepherd, l’angelica bionda che lavora alla campagna elettorale di Palladine di cui Travis si innamora senza speranza, quella donna oggi non esiste più, non esistono più né quelle donne, né quelle campagne elettorali, né quella città, solo di Travis credo ce ne siano ancora molti, ciascuno con le sue buone ragioni.

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Times Square (New York) alla fine degli anni Sessanta

Per la sceneggiatura Schrader raccontava di essersi ispirato all’esistenzialismo europeo, a Sartre e Camus, ma anche alle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskji e alla storia di Arthur Bremer che nel 1972 aveva cercato di uccidere il candidato alle presidenziali George Wallace. Pare che De Niro stesso, qualche anno prima, avesse avuto l’idea di scrivere un film su una specie giustiziere della notte, disperato e solo per le strade della città. La Shepherd non era certo l’attrice più brava del mondo, ma si addiceva al ruolo, all’immaginario di Travis e di tanti americani. Iris e il suo mellifluo sfruttatore Sport / Harvey Keitel vengono direttamente dai marciapiedi e dalle camere a ore di New York, Scorsese veniva dalle mean streets di Little Italy con il loro senso di colpa, la stessa colpa del protestante riformato Shraeder, la stessa di Travis, arrivata da chissà che lontano, la stessa di tutta l’America. Mi chiedo se oggi qualcuno, a New York, o in qualunque altra parte del mondo, provi guilt, senso di colpa, per le diseguaglianze sociali, lo sfruttamento, l’ambiente devastato, i diritti negati.

Anche Taxi Driver, come Mean Streets, come prima ancora Who’s Knocking at My Door, parla di senso di colpa: sembra appartenere a un mondo lontanissimo, a un’era del cinema ancora ingenua, con il suo sangue di un rosso troppo acceso che veniva fatto smorzare verso il marrone, per evitare la X al cinema, con Scorsese che all’ultimo minuto sostituisce lui stesso un attore che aveva avuto un incidente e non poteva girare la scena come previsto – un cliente del taxi di Travis, mezzo schizzato – e viene guidato nella recitazione dallo stesso De Niro, seduto al posto di guida. Il grandissimo Bernard Hermann che dice a Scorsese “sono un po’ stanco, ma preferisco finire stasera”, aggiusta le ultime note di jazz della colonna sonora del film, la sera del 23 dicembre del 1975, per poi morire quella notte stessa. Dopo Citizen Kane, Vertigo, Psyco, Farenheit 451 e praticamente trent’anni di storia del cinema, la sua musica ora accompagna le lunghe notti di Travis Bickle, ed è a Hermann che il film è dedicato.

Quarant’anni che sembrano quattrocento. Sì, erano brutti anni per New York: sporca, corrotta, povera, violenta. Ma che bel cinema. Per capire cos’era quel cinema, fatto per le strade, fatto da grandi registi, grandi sceneggiatori e grandi attori, vale forse la pena ricordare un aneddoto, che è al tempo stesso un frammento di vita e un frammento di cinema. Robert De Niro, per prepararsi al ruolo, aveva preso la licenza per guidare il taxi e per alcuni mesi se n’era andato in giro alla guida del suo yellow cab per scoprire una città notturna che gli sarebbe stata vitale per interpretare Travis Bickle. Scorsese, in un’intervista a Roger Ebert, racconta che alcune notti se n’era andato in giro con lui, a bordo del taxi. “De Niro era assolutamente anonimo, la gente seduta sul sedile posteriore diceva e faceva ogni genere di cose, come se lui non esistesse. Una sera sale un tipo, che un tempo aveva fatto l’attore, e riconosce il suo nome sulla targhetta della licenza. ‘Gesù – esclama – l’anno scorso hai vinto l’Oscar e adesso sei di nuovo qui a guidare un taxi’. De Niro gli spiegò che stava solo facendo delle ricerche. ‘Si, Bobby – dice il tipo con un tono fra lo strafottente e il compassionevole – I know, I been there too‘”.

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