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Open Roads e le fragilità del nuovo cinema italiano

Dal 2 all'8 giugno al Lincoln Center la rassegna di cinema italiano con il meglio dell'ultimo anno

di Chiara Barbo e Maurita Cardone
open roads
La selezione di Open Roads 2016 pone alcuni interrogativi sul cinema italiano più recente. Commedia all'italiana, cinema di genere e autorialità si confrontano con una generale fragilità nei generi, nei temi e negli stili. In programma, tra gli altri, il pluripremiato "Lo chiamavano Jeeg Robot"

Dunque. Non si dovrebbe mai cominciare un articolo con “dunque”, ma la selezione di Open Roads 2016 pone alcuni interrogativi e lascia aperte diverse questioni sul cinema italiano prodotto in quest’ultimo anno. Quindi un dunque è d’obbligo: se da una parte i quindici film proposti riflettono una grande varietà di stili, temi, generi, pur con alcune tendenze comuni, dall’altra sembrano rivelare anche una certa precarietà o fragilità nei generi, nei temi e negli stili con cui si confrontano.

La commedia già da anni è il genere a cui puntano produttori e distributori per attirare il pubblico in sala, una commedia che spesso ha uno sfondo sociale, più o meno realistico, interpretata dagli attori di punta del momento, solitamente semplice nelle situazioni e nella struttura, molto parlata.

Paolo Genovese in Perfetti sconosciuti riesce a mettere tutte queste cose, ma è stato presentato con successo alla scorsa edizione del Tribeca, poco più di un mese fa. Il fenomeno Checco Zalone ha invece un’altra storia che forse con la rassegna newyorchese ha poco a che vedere. Nel solco della nuova Commedia all’italiana a Open Roads troviamo Se Dio vuole, Io e lei e in qualche misura anche Assolo, commedie che raccontano squarci di società italiana, ad uso e consumo esclusivo del momento, a servizio di una battuta o una situazione piuttosto che il racconto in chiave di commedia di vizi e virtù del nostro paese, magari con personaggi-persone emblematici di una società, come faceva appunto la Commedia all’italiana.

lo-chiamavano-jeeg-robot-open-roadsC’è poi, sempre negli ultimi anni, il famoso ritorno al cinema di genere, di cui negli anni Sessanta e Settanta in Italia siamo stati maestri, ma evidentemente questo non basta. Se horror, fantascienza e cinema d’azione declinato in varie forme sono da molto tempo prodotti di punta del cinema internazionale quanto a botteghino, uniti a volte anche a una certa autorialità, ora sembra che anche il cinema italiano abbia riscoperto il genere, seppur con risultati piuttosto altalenanti. Nella produzione italiana di quest’anno abbiamo molti film che vanno in questa direzione e il genere si affaccia anche nelle proposte di Open Roads. Se la rassegna avesse una sezione dedicata ai film di genere vi troveremmo, oltre al pluripremiato Lo chiamavano Jeeg Robot, l’enigmatico Alaska, avventurosa e sfortunata storia d’amore dai toni melò con un tocco d’azione, pastrocchiata nella trama ma con un bravissimo Elio Germano. E, pur partendo da un intento di denuncia sociale, può in parte rientrare nel filone del ritorno al cinema di genere anche il poco convincente film di Ascanio Celestini, Viva la sposa, storia grottesca di un attore spiantato alcolizzato che si caccia nei guai nei bassifondi romani. Ispirata alla vicenda e al personaggio di Giuseppe Uva, il gruista di Varese morto nel 2008 in reparto psichiatrico dopo una notte in caserma, di quella storia conserva solo alcuni tratti, mescolandoli con storie di ordinaria criminalità e disperazione, in cui alcuni personaggi sembrano aspirare all’emblematico, riuscendoci tuttavia solo in parte.

Il genere è fatto di stilemi, luoghi e strutture specifici, temi ricorrenti (utilizzati con sapienza) che appartengono a una tradizione (o un’attualità) sociale e culturale: spesso però succede che questi aspetti fondamentali al nostro cinema di genere contemporaneo mancano o ci sono solo in minima parte. Questa è in gran parte, ci sembra, la ragione per cui non riescono a competere su un piano internazionale in cui negli anni si è continuato a fare cinema di genere, se ne sono esplorate le possibilità e le forme e ci sono quindi “mestiere” e pubblico, solitamente molto scafato. Così, se Jeeg Robot è un film ben confezionato, dalla bella fotografia e dalla storia non banale, l’entusiasmo collettivo con cui è stato accolto in Italia rischia di non  replicarsi oltreoceano dove i film di supereroi sono cosa seria e Jeeg Robot non sempre tiene il ritmo, schiacciato da un localismo a volte ostico.  Al di là del desiderio di rivalsa di un popolo che finalmente ha il suo eroe borgataro, Lo chiamavano Jeeg Robot forse non riesce a scavalcare i confini di una nazione. Staremo a vedere come sarà accolto.

C’è poi il cinema d’autore, in cui abbiamo una grande tradizione e anche degli ottimi esempi contemporanei. Ma se Garrone, Rosi, Sorrentino e Guadagnino, per fare alcuni nomi, con i loro Il racconto dei racconti, Fuocoammare, Youth e A bigger Splash, sono rimasti fuori dalla selezione di Open Roads perché presentati ad altri festival o usciti in sala qui a New York, è anche vero che sono forse i migliori esempi del cinema d’autore prodotto quest’anno.

open roadsBuoni esempi di film d’autore, senza intellettualismi o demagogie, sono La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi, pur presentato come commedia è piuttosto quella che qui si chiama dramedy, è un film che ha una certa sostanza, che l’Italia di adesso ce la racconta, pur senza disdegnare i toni comici. Vincenzo Marra, con il suo La prima luce, racconta un dramma familiare e personale ambientato fra Bari e il Cile, con una certa profondità e delicatezza insieme. Autoriali (termine odioso) sono anche Banat, produzione-manifesto italo rumena,  I ricordi del fiume , documentario di Gianluca e Massimiliano De Serio su una baraccopoli sulle sponde del Po, e vagamente in una qualche misura, anche Chiamatemi Francesco di Daniele Luchetti. Non essere cattivo di Claudio Caligari, presentato a New York lo scorso autunno in occasione della presentazione al MoMA di un programma in collaborazione con Rai Cinema, incrocia autore e genere, in un film che arriva già datato ma splendidamente interpretato. Sulla stessa scia autoriale si inserisce Arianna di Carlo Lavagna, miglior regista esordiente ai David di Donatello, film che ha il pregio di affrontare in maniera delicata e onesta il tema dell’identità di genere in età adolescenziale (tema che altrove è stato ampiamente trattato ma che in Italia è ancora relativamente nuovo).

C’è infine Viva Ingrid, breve documentario su Ingrid Bergman, un bel montaggio di materiali di repertorio curato da Alessandro Rossellini, nipote del grande Roberto, e con anche la voce di Isabella Rossellini.

In generale, se Open Roads è vetrina del cinema prodotto in Italia quest’anno, resta l’impressione che ci sia qualcosa che non va, che ci sia sempre la tendenza a raccontare se stessi rivolgendosi a se stessi, mentre il racconto pur particolare di luoghi, persone, modi specificatamente italiani che dovrebbe essere il punto di forza diventa spesso puro particolarismo, e non riesce ad “arrivare”, mentre dovrebbe essere comunicato altrove, ad altri, con un racconto cinematografico che usi al meglio gli strumenti propri del racconto cinematografico e vada oltre i nostri confini nazionali, tanto più ora che al cinema la gente ci va sempre meno ma al tempo stesso le possibilità di vedere un film, tra festival, rassegne, canali tematici e piattaforme digitali, sono molte più che in passato, quindi un pubblico internazionale si può e si deve raggiungere, pur tra le immense difficoltà dell’oggi. Rassegne come Open Roads sono fondamentali per proporre un cinema che altrimenti non verrebbe visto, si perderebbe tra le migliaia di altre proposte o non riuscirebbe nemmeno ad affacciarsi al panorama internazionale, per ragioni che sono di mercato prima di tutto.  Ma, tanto più rispetto alle passate edizioni, il dubbio sui film proposti quest’anno a Open Roads rimane. Che i film più interessanti non fossero disponibili o che la selezione sia stata fatta con criteri diversi dalla qualità del film o che – per ragioni che vanno dai meccanismi di finanziamento a quelli di distribuzione passando per tanto altro, ragioni che sarebbe giusto e doveroso indagare a fondo e possibilmente cominciare a risolvere – sia lo stesso cinema italiano a non essere riuscito a dare il meglio di sé nell’ultima stagione, resta il fatto che al Lincoln Center dal 2 all’8 giugno l’Italia del cinema si presenta con poche stelle. La rassegna è comunque fotografia di un momento storico in cui la proclamata rinascita del cinema italiano rischia di trasformarsi in discorso autoreferenziale. Sarà interessante il confronto col pubblico internazionale.

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