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Lotta alla mafia e cattivi maestri televisivi

Roberto Saviano non ha sempre ragione e la tv in questo caso non racconta il male ma il falso

lotta alla mafia
Mentre abbiamo condannato i cattivi maestri del terrorismo, perseguito i predicatori di violenza e odio religioso, sintonizziamo le nostre tv su serial che narrano epopee criminali, forniscono codici comportamentali e di valore, nella totale assenza di ogni testimone di legalità.

La lotta alle varie mafie territoriali che infestano l’Italia meridionale e contaminano quella settentrionale ha conosciuto negli ultimi decenni la potente spinta di una legislazione finalmente adeguata, una consapevolezza diffusa tra la gente e un’attenuato peso elettorale degli aggregati criminali che  fanno diminuire di intensità il rapporto tra le aree mafioso camorriste e la politica.

Tuttavia nel contrasto lungo decenni quello cui si assiste è un rinnovarsi, più difficile ma sempre intenso, delle vocazioni a delinquere che assicurano alle mafie le nuove leve per continuare a svolgere l’identico lavoro di prima.

Gli stessi magistrati e inquirenti sottolineano come la componente repressiva senza un’eguale intensa componente culturale che la affianchi, potrà contrastare ma non debellare la mafia.

La diffusione di una cultura del rifiuto del modello mafioso trova felici esempi tra i ragazzi che sfilano con cartelli contro la mafia in zone che erano state fucina di boss e gregari e signoria indiscussa degli ordini criminali, ma l’azione svolta è del tutto inadeguato perché alla scuola manca i’investimento in ore sufficiente a incidere e la mitologia del crimine oramai viaggia e valica i confini ristretti dei quartieri a rischio.

Gli insegnanti impegnati in queste zone sanno bene che i nuovi modelli hanno permesso a una larga fascia di ragazzi di identificarsi nel “bene”, nello Stato, nelle Istituzioni, nel rispetto delle regole, ma restano salde e vive le radici del “male” che si manifestano in bambini e adolescenti violenti che hanno già scelto da quale parte stare.

Radici alimentate non solo dall’esempio di capi rispettati e temuti e dalle decine di collaboratori pagati per essere ai loro ordini, ma rinsaldate e rese floride da esempi televisivi ripetuti e perseverati che privano le realtà raccontate di qualsiasi esempio di legalità e contrasto, riducendo i fenomeni criminali a guerre per bande con sistemi di valori  cui conformarsi.

Così, mentre abbiamo condannato i cattivi maestri del terrorismo, perseguito i predicatori di violenza e odio religioso, sintonizziamo le nostre tv su serial che narrano epopee criminali, forniscono codici comportamentali e di valore, nella totale assenza di ogni testimone di legalità.

La riverita industria delle fiction ha trasformato romanzi e narrazioni nate per testimoniare gli esempi di una illegalità diffusa in tragiche rappresentazioni di una violenza da videogioco osannata sui muri di quelle periferie a testimonianza della facile identificazione con quei modelli.

E dispiace che l’inventore del termine con cui è rappresentata una di queste serie, Roberto Saviano, dichiari che “si ha paura di raccontare male il proprio il Paese. Si teme di darne una immagine sporca. Non credo che l’arte debba avere uno scopo pedagogico. Si continua a prendersela con chi racconta il Male e non con il Male stesso. È un vizio italico”. In questo caso non si racconta male o il male, si racconta il falso. Ma la forza dei diritti televisivi può oltre il buon senso.

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