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Laura Morante: racconto le fragilità con un sorriso

Intervista all'attrice e regista che in questi giorni presenta a New York il suo “Assolo”

Laura Morante
Con il suo secondo film da regista Laura Morante entra in territori molto intimi e racconta, con delicato equilibrio tra dramma e commedia, un personaggio femminile che le somiglia molto ma che, dice, “non sono io”

Laura Morante è una delle attrici italiane più conosciute ed è sicuramente una delle nostre attrici migliori. Ma se questa è cosa nota, anche ripercorrendo i film della sua lunga e bella carriera, dagli esordi con Giuseppe (Oggetti smarriti) e poi Bernardo Bertolucci (La tragedia di un uomo ridicolo) fino a Nanni Moretti, Pupi Avati, Sergio Castellitto, Alain Resnais e molti altri, meno nota è la Laura Morante regista. In questi giorni a New York, all’interno della rassegna Open Roads – New Italian Cinema, viene presentato Assolo (Solo), film di cui Morante è protagonista ma soprattutto secondo film da lei diretto dopo il bell’esordio nel 2012 con Ciliegine.

Assolo ha la veste di una commedia brillante che racconta una donna che si sente troppo imperfetta, ed è proprio quel sentirsi imperfetta, inadeguata rispetto alle amiche, agli ex mariti, alle nuove compagne degli ex mariti, alla sua analista, il cuore del dramma, che è un dramma comune, quotidiano, un costante bilico che molte donne vivono. Un film che ha dei tratti autobiografici, come ci ha raccontato lei stessa.

Cosa c’è di lei nel film e  nella protagonista, Flavia, e cosa c’è (se c’è) di film che l’hanno ispirata?

“Penso che sicuramente ci sia qualcosa del cinema che amo, ma in modo veramente intenzionale e cosciente c’è la sequenza iniziale del sogno, in cui ho chiesto espressamente agli attori una recitazione buñueliana. Ci sono, come sempre, le cose che uno ha amato, elementi di autobiografia, ci sono degli episodi familiari che mi ha raccontato mia madre per esempio, ma non esplicitamente io, io non sono Flavia”.

La fragilità femminile è raccontata in maniera molto personale, tra la commedia e il dramma, chi sono e come sono le donne del film?

laura morante“C’è sicuramente del materiale personale, molto anche della mia famiglia, delle persone che ho conosciuto, ma anche la fragilità è sempre relazionata alla chiave umoristica del film. Assolo non è propriamente una commedia, anche se ci sono anche degli elementi di commedia, perché mi piace sempre creare una dissonanza tra l’elemento drammatico e il suo controcanto umoristico, e viceversa. Quindi è una commedia in questo senso, ma la sostanza del film è drammatica. Cerco di mantenere sempre un equilibrio fra dramma e commedia, anche se è molto difficile, si rischia sempre di cadere da una parte o dall’altra”.

Ed è questo il tono più vicino alla vita, come già Pirandello ben sapeva e scriveva…. E gli attori, da attrice, come li ha scelti?

“Con Giallini e Pannofino ci conosciamo da tempo e abbiamo già lavorato insieme, con Gigio Alberti siamo amici da tantissimi  anni, oltre ad aver lavorato insieme, è quello che conosco meglio tra loro. Gli altri li ho fortemente voluti. Per esempio Emanuela Grimalda ho dovuto aspettarla perché era incinta, mentre Piera Degli Esposti ha accettato da subito, il personaggio della psicanalista era lei!”.

Qualcuno ha definito Assolo un film morettiano, lei cosa ne pensa?

“Penso che è un’affermazione che Nanni non sottoscriverebbe per niente [ride] e anch’io, pur amando i film di Moretti, non penso affatto che lo sia”.

Lei ha diretto e anche scritto il film, insieme a Daniele Costantini, sente più affine a lei la scrittura o la regia, come strumento espressivo e creativo?

“La scrittura è stata la mia prima passione in assoluto. Anzi, forse prima è venuta la danza, ma quand’ero bambina, appena ho cominciato a leggere direi che ho capito che avrei voluto scrivere. Forse è quello che ho sempre sentito più affine a me, più della recitazione… [si fa un po’ pensosa] in questo mestiere ci sono molte situazioni pubbliche, mentre la scrittura è più raccolta, solitaria, e mi sento più vicina a questa forma, perché in verità caratterialmente io non mi trovo benissimo in pubblico”.

E la regia?

“Non è stata una mia scelta, anche se poi con Ciliegine mi sono divertita un mondo e quindi ho deciso di rifarlo! È successo che quando ho scritto Ciliegine appunto [scritto anche questo con Daniele Costantini, nda], il produttore, che era francese, non trovava il regista adatto e ha proposto a me di dirigere il film. Io all’inizio non ne ero molto convinta, non ci avevo mai pensato, ed è una grandissima responsabilità: in termini creativi ma anche in termini economici, per fare un film ci vogliono molti soldi, bisogna fare delle scelte tenendo conto di esigenze produttive, economiche, pratiche…. Scrivere è un’altra cosa, si può scrivere qualunque cosa e non costa nulla! Ma come ho detto, mi è piaciuto molto dirigere Ciliegine quindi l’ho rifatto con Assolo!”

C’è stata una parte o una scena, nelle riprese di Assolo, particolarmente difficile?

“La scena del taxi è stata la più laboriosa, complessa produttivamente: avevamo la notte, la pioggia, siamo dovuti tornare due volte perché mi ero resa conto che il materiale che avevo era un po’ insufficiente. Dal punto di vita registico invece la scena più complessa è stata quella del sogno iniziale”.

E qual è stata invece per lei la più divertente?

“Il lavoro più interessante e anche più divertente è stato il lavoro con gli attori, mi è piaciuto moltissimo. Prima del film avevo scritto a tutti una lettera in cui chiedevo di rispettare i dialoghi, di non avere una recitazione naturalistica, di non improvvisare, per me era molto importante. Io sono una dialoghista direi [sorride]. Se ci sono delle proposte, dei cambiamenti possibili, vengono fatti dopo averne discusso. È normale che ci siano, gli attori portano tutto di sé: la loro fisicità, la personalità, l’umorismo… Piera Degli Esposti si è sempre attenuta scrupolosamente ai dialoghi, che conosceva alla perfezione. E la sua adesione al dialogo, alla parola, era tale che nelle scene dei flash back, in cui c’era una voice over quindi i dialoghi non si sentivano e non li avevo scritti, le avevo dato solo delle indicazioni di massima, ecco, lei mi ha chiesto di scriverli, e una volta scritti mi era quasi sembrato un peccato che non si potessero sentire. Tutti gli attori hanno dato molta attenzione e tenerezza al film, e mi ha fatto molto piacere”.

C’è un ruolo, nella sua carriera di attrice, che per lei è stato particolarmente difficile da interpretare?

“A me fa ridere che diano i premi agli attori protagonisti! Se un ruolo è ben scritto e c’è un bravo regista, fare il protagonista non è difficile, basta affidarsi al ruolo e al regista. Affidarsi alla corrente, come si dice, e l’acqua sotto di te ti sostiene e ti porta dove ti deve portare. Altra cosa sono i ruoli secondari, i ruoli secondari sono difficili, difficile non è fare il protagonista ma entrare in scena e dire: il pranzo è servito! [Mentre la ascolto penso che questa risposta molto semplice è al tempo stesso una grande lezione di recitazione, un bel consiglio agli aspiranti attori, agli attori emergenti, e un’indicazione preziosa agli spettatori, oltre che a giornalisti e giurati]. In generale è difficile interpretare un ruolo, o un film, che non è scritto troppo bene”.

Lei è stata a New York diverse volte per presentare i suoi film, cosa racconterebbe di New York?

“Racconterei il rapporto di uno straniero con una città sconosciuta e in qualche modo esotica. Ci sono stata molte volte ma non posso dire di conoscere New York. Ma mi ha fatto una grande impressione quando ci sono venuta la prima volta, a diciannove anni: immaginavo un’America modernissima e invece ho trovato una New York vecchiotta, tutto era vecchiotto, i taxi, la metropolitana, e questo mi è piaciuto molto, perché vedevo che tutto aveva una storia. Negli anni poi ho viaggiato molto negli Stati Uniti, da Los Angeles al Montana e naturalmente New York è un’altra cosa rispetto al resto dell’America. A Los Angeles non ci vivrei mai, è una città non mi piace per niente, quando ci sono stata la prima volta ho pensato che Dante Alighieri se dovesse ambientare oggi l’Inferno lo ambienterebbe qui! Ma non vivrei nemmeno nell’America profonda, che per noi è veramente un altro modo, come la gente vive, è tutto diversissimo da noi. Mi piacciono New York e Chicago, le sento più affini a me. A New York penso che potrei viverci, anche se forse meglio in passato. Ma in generale ho sempre avuto una grande curiosità per l’America, e una grande fascinazione, in senso positivo e negativo. È stato per molto tempo un mio sogno”.

Guarda il trailer di Assolo:

Assolo ha aperto la rassegna Open Roads venerdì 3 giugno e sarà di nuovo al Walter Reade Thetre del Lincoln Center lunedì 6 giugno alle 2 pm.

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