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Kilowatt: l’energia della scena contemporanea

Intervista agli ideatori di un festival che mette al centro il pubblico e fa scuola in Europa

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Luca Ricci e Lucia Franchi, ideatori e organizzatori del festival Kilowatt

Giunto alla 14ª edizione, il festival di teatro di Sansepolcro è stato il primo a lanciare l'idea di coinvolgere gli spettatori nella scelta degli spettacoli, con un progetto che oggi si amplia a livello europeo. Ce ne parlano i fondatori di Kilowatt, Luca Ricci e Lucia Franchi

È tempo di risplendere è il titolo di questa edizione del festival di teatro Kilowatt, che si svolge dal 15 al 23 luglio sotto l’egida della poesia. È ispirato da un verso di Amelia Rosselli e accompagnato da un’immagine di un grande fotografo, poeta dell’immagine, Mario Giacomelli. ’edizione guidata dai poeti “perché  – si legge sul programma del festival – è bello lasciarci condurre da chi conosce il valore delle parole messe in fila per creare senso e suono […]. Perché, se vogliamo risalire dal fondo in cui ci sentiamo precipitati, dobbiamo lasciare da parte il chiacchiericcio quotidiano e dare importanza a chi parla bene, a chi scrive e pensa bene”.

Il festival si svolge da 14 anni a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. Dedicato alle compagnie emergenti della scena contemporanea (teatro, danza, arti performative, musica, letteratura, arti visive), è stato ideato nel 2003 dalla locale compagnia Capotrave, che lo ha portato a risultati di documentata eccellenza: Premio Ubu 2010, Premio Nico Garrone 2013.

Da tempo punto di riferimento del teatro italiano, , il festival teatrale di Sansepolcro ha soprattutto una peculiarità: il suo cuore batte con quello degli spettatori. pubblico viene messo al centro dell’evento teatrale, una peculiarità che si incarna nei Visionarie che oggi rende Capotrave leader anche di un progetto europeo di cooperazione su larga scala, Be SpectACTive!, che coinvolge altri 11 partner sul tema dell’active spectatorship.

Ma Kilowatt è anche un raro esempio di solida crescita e di sviluppo a livello internazionale, anche economico, in campo culturale. La crescita da piccolo evento locale a rassegna di profilo internazionale è un caso raro in Italia, ma non miracoloso. È frutto di idee portate avanti con consapevolezza e concretezza, è un progetto costruito con impegno e intelligenza, fattori che nel tempo hanno reso Kilowatt una impresa culturale di tutto rispetto.  Ce lo raccontano gli ideatori Luca Ricci e Lucia Franchi che ogni anno mettono in piedi il festival con rinnovata energia.

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Partiamo dall’inizio: qual è l’idea da cui nasce il festival 14 anni fa?

Lucia Franchi: “Eravamo appena usciti dall’università, ci eravamo sempre occupati di teatro e in coincidenza con la nascita della nostra compagnia Capotrave abbiamo deciso di organizzare un piccolissimo evento per creare uno scambio con amici e colleghi. Volevamo portare gente nel territorio per far conoscere il nostro lavoro e confrontare le diverse visioni artistiche. Lo scambio inteso come collaborazione, ma conservando l’indipendenza nelle scelte, è rimasto l’idea di fondo del festival. Avevamo coinvolto persone con le quali avevamo già lavorato, che ci conoscevano e che capivano il senso della cosa. A pensarci ora la prima edizione era molto diversa da quello che Kilowatt è diventato, però c’era un’atmosfera molto divertente, perché tutti sentivano che stava partendo qualcosa e lo condividevano”.

Luca Ricci: “Io che sono più ambizioso di Lucia non nego che fin dall’inizio la visione fosse anche quella di fare un evento simile a quello che Kilowatt è diventato oggi. Già ne parlavamo, ma era una cosa che apparteneva al mondo dei sogni più che delle cose fattibili. Il festival è nato realmente dal basso, con 2.500 euro dati dall’Assessorato alle Politiche Giovanili. Era tutto ciò che avevamo, per 4 giorni di spettacoli. C’erano cinque compagnie, con artisti che facevamo dormire a casa dei miei a rotazione e che ospitavamo a cena, con Lucia in cucina. Andrea Cosentino e Tony Tagliarini, che poi sono tornati varie volte, rimasero entrambi oltre il giorno della loro replica per dare una mano. Avevamo uno spazio unico, all’interno di un chiostro, con un palco esterno, che abbiamo utilizzato anche dopo, poi nel corso del tempo ci sono state una o due edizioni itineranti nei comuni della Valtiberina toscana. Una delle cose divertenti ed emblematiche di quella prima edizione fu Mirko, un altro dei fondatori del festival, che una sera fece il tecnico, poi il bigliettaio e poi si andò a cambiare per andare in scena. Ecco, c’era quel tipo di spirito, ma un po’ ambiziosi lo siamo stati fin da quel primo momento, c’era la percezione di poter costruire un progetto che avesse il senso di portare certi linguaggi a casa nostra, nel nostro territorio. Non c’erano le possibilità, ma poi sono cresciute passo passo”.

Quanto è cambiata e si è evoluta nel tempo quell’idea?

Lucia Franchi: “Per noi credo che l’idea di partenza sia rimasta la stessa. Il festival è cresciuto e speriamo che cresca ancora, ci sono sempre nuove difficoltà, la responsabilità aumenta e così i problemi da risolvere. Però lo spirito con cui lo portiamo avanti è sempre rimasto lo stesso, anche per le persone che negli anni ci hanno seguito”.

Luca Ricci: “Volendo provare a definire questo spirito direi che abbiamo sempre creduto che il teatro, come tutti i linguaggi della scena contemporanea, non sia un prodotto per tutti. Questo tipo di progettualità, proprio perché richiede allo spettatore uno sforzo, un pensiero, lo sollecita a volte a smuovere nervi scomodi. Ma questo non deve far sì che parliamo ad una cerchia ristretta di persone, il nostro lavoro è sempre stato quello di provare ad ampliare questo nucleo, senza la speranza vana che i nostri spettatori diventino una maggioranza, perché uno lo sa che non parlerà mai alla maggioranza. Però questo non ci deve far arrendere e smettere di credere che ci siano sempre nuovi territori da conquistare. E soprattutto non dobbiamo dimenticare che non serve nessun atteggiamento di superiorità intellettuale o di snobismo nel fare questo lavoro, ma anzi è fondamentale l’idea di servizio, stare in relazione con le persone e creare pensiero nel contesto in cui si opera”.

Perché questo teatro “non è per tutti”?

Lucia Franchi: “È necessaria una disponibilità, un’apertura. Quello che abbiamo fatto negli anni, soprattutto nella città, è stato cercare di far capire alle persone che forme di arte non popolari, che non passano per un linguaggio televisivo, non per questo sono inaccessibili. L’idea è stata sempre quella di avvicinare le persone e far capire loro che per dire che qualcosa non piace bisogna provarla. Sembra un’idea banale, ma ci vuole ancora parecchio tempo per far comprendere che anche l’arte contemporanea è per le persone. Per questo abbiamo cercato sempre di proporre vari linguaggi di questa contemporaneità, dal visuale al teatro di parola”.

Luca Ricci: “L’idea del ‘non è per me’ è molto diffusa e gli stessi artisti contemporanei hanno contribuito a crearla, in tutto il ‘900, soprattutto nel secondo dopoguerra. La volontà di rompere con un’arte borghese, in cui una società benpensante si rispecchiava sulla scena, ha sviluppato (in tutti i campi, non solo nel teatro) una produzione artistica per iniziati, che presupponeva delle conoscenze per giungere alla comprensione. Tutto questo ha creato una certa distanza e diffidenza nello spettatore. Oggi il processo è ancora da compiere, molti lavorano per riallacciare relazioni di confidenza con le persone, ma per quanto lavoro si possa fare non arriveremo mai a parlare a tutti, perché serve quella disponibilità che non tutti hanno, e per noi è proprio questa la chiave. Il teatro (in senso trasversale, includendo prosa, danza, eccetera) è un luogo in cui si sovvertono le categorie, i belli diventano brutti e viceversa, cambiano i valori consolidati, si dà cittadinanza all’emarginazione, agli ultimi. Tutto questo chiaramente una parte della società non lo vuole, non è disposta ad accettarlo, perché cambia completamente le sue chiavi di lettura del mondo”.

Quindi questo limite ha più a che fare con l’attitudine mentale e sociale che con l’età?

Lucia Franchi: “Non ha assolutamente a che fare con l’età. Lo abbiamo capito portando avanti la riflessione sul pubblico, con il progetto dei Visionari, un gruppo di cittadini di Sansepolcro che scelgono una parte della programmazione del festival, costituito da persone molto diverse, sia per età che per lavoro, formazione, interessi. Rappresentano un campionario di pubblico molto eterogeneo, l’unica cosa che li accomuna è il non essere addetti ai lavori. La loro visione è sempre interessante perché non si fanno condizionare dal nome della compagnia, guardano il loro lavoro. Al tempo stesso hanno questa disponibilità di fondo, e non necessariamente scelgono i lavori più facili. A volte scartano spettacoli troppo didascalici, superficiali, ad effetto, scelgono quelli difficili e li difendono, discutono tra di loro. Questo ci sorprende sempre molto, e ci ha fatto capire che spesso il pubblico viene sottovalutato, mentre ha una sua intelligenza, una conoscenza che se stimolata arriva a leggere tante cose, anche meglio degli addetti ai lavori”.

Luca Ricci: “È anche importante dire che questa disponibilità neanche gli spettatori appassionati ce l’hanno sempre quando arrivano. È proprio il ritrovarsi dentro un’intelligenza collettiva già allenata a questo tipo di apertura che li fa crescere. Le singole persone che non hanno particolari attitudini si nutrono di pregiudizi e diffidenze, ma se introdotte in un gruppo che è già allenato, che vive anche delle disponibilità di alcuni, lavorano con loro cambiano completamente visione. La nostra non è una scelta populista per cui il pubblico ha ragione a prescindere, è invece la testimonianza che la democrazia funziona se c’è formazione. Nel nostro ambito ha funzionato nel momento in cui abbiamo dato gli strumenti alle persone per capire.

[I Visionari, che oggi sono 25, lavorano con impegno diversi mesi l’anno, vedono i video degli spettacoli (quest’anno circa 200), leggono la scheda artistica e i curricula, poi compilano una scheda in cui sintetizzano la propria opinione, che viene mandata anche agli artisti. Gli spettacoli da loro scelti sono inclusi nella programmazione ufficiale di Kilowatt, che viene invece selezionata dalla direzione artistica. Il progetto è subito diventato l’elemento caratterizzante del festival, tanto che per alcuni anni il loro programma è stato quello principale, relegando al ruolo di Off quello degli organizzatori. Oggi si è ristabilito un equilibrio e i Visionari scelgono 9 spettacoli a fronte delle 50 compagnie presentate in questa edizione.]

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Ma gli artisti come vivono il giudizio di un pubblico generico?

Luca Ricci: “Oggi è molto più facile, venire da noi è anche un riconoscimento nel contesto teatrale italiano tale per cui l’importante è esserci. In passato non ho notato che questo creasse un problema, anche se qualche reazione più piccata c’è stata. Molti ci ringraziano per l’impegno in fase di selezione e durante il festival e per l’accoglienza, perché il gruppo non vede l’ora di incontrare gli artisti. I Visionari sono diventati soggetti irradianti rispetto al resto della città e sono stati l’elemento determinante che ha favorito la conoscenza del nostro progetto a livello internazionale. È diventato un format che viene ripetuto in vari teatri ed è alla base del progetto europeo SpecACTive. È un’idea della cui portata non ci eravamo resi conto inizialmente, per noi era una chiave per far sentire la città partecipe del festival, ma innegabilmente vedere le riunioni fra persone così eterogenee che discutono di teatro fa pensare alla Atene del IV secolo A.C., con la gente normale che mette il teatro al centro della propria esistenza, che si specchia nel teatro e sente che la cosa riguarda la propria vita. Solo realizzandola ne abbiamo capito il potenziale: è un ripensamento rispetto al ruolo centrale dello spettatore. Credo che abbiamo il merito di averlo intuito prima che diventasse un elemento centrale delle politiche culturali, come oggi è l’audience development a livello europeo. Per questo poi abbiamo vinto il bando europeo, eravamo credibili perché stavamo lavorando su questo da 8-9 anni.

[I premi conquistati da Kilowatt evidenziano l’attenzione che l’evento suscita all’esterno, questo ha permesso l’ulteriore crescita del festival, che con qualche economia in più ha potuto diventare anche un soggetto produttore, inserendo quindi nel programma delle prime (quest’anno addirittura una ventina). Nel 2013 l’acquisizione di una residenza in un teatro regionale per tre anni ha cambiato completamente il rapporto di Capotrave con la città e con il festival: grazie alla consistenza degli investimenti che la Toscana fa sulla cultura è nata la possibilità di una progettazione continuativa a medio termine, con residenze artistiche durante tutto l’anno. E ora il progetto europeo di cui Capotrave/Kilowatt è capofila ha aperto nuovi sviluppi.]

In cosa consiste esattamente Be SpectACTive!?

Luca Ricci: “Parte dall’idea dei Visionari e si concretizza nel fatto che in altre otto città europee vengono creati altrettanti gruppi di spettatori. Con compiti diversi (a Praga lavorano sulla danza, a York sono giovanissimi, sul modello di Dominio Pubblico [un’esperienza che su La Voce abbiamo già raccontato], a Sibiu scelgono solo tre spettacoli di grande dimensione, a Zagabria lavorano sulle differenze di genere), ma con in comune un gruppo di spettatori con ruolo di decision maker. Il progetto prevede anche la produzione di 21 spettacoli, per ciascuno dei quali il network fa un investimento importante (45-50.000 euro), e la realizzazione di tre residenze di un paio di settimane l’una, all’interno delle quali la compagnia sviluppa uno spettacolo e poi debutta. Nel corso di queste residenze si chiede agli artisti di creare delle interazioni con gli spettatori locali, con l’idea che gli spettatori possano influenzare anche il processo creativo”.

Lucia Franchi: “Quest’anno a Kilowatt si potranno vedere due spettacoli di questo progetto europeo, uno particolarmente interessante, di un regista belga, è sul tema dell’immigrazione e viene ambientato all’interno di un camion, dove 45 spettatori saranno seduti a seguire la narrazione. Camion prevede anche l’interazione con gruppi di richiedenti asilo che vivono sul territorio. Il fatto di aprirsi all’interazione internazionale ha anche fatto sì che ora ci arrivino anche tanti progetti dall’estero e che quindi possiamo sceglierli”.

Insomma, ci state raccontando che anche in Italia “si può fare”? Qual è la chiave?

Luca Ricci: “C’è una generazione che pensa che alcune cose siano date, ad esempio rispetto ai fondi del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) sento persone che pensano che gli spetti di diritto. No: sono soldi pubblici, devi fare progetti che funzionano, non sono a vita. Quello che noi abbiamo imparato fin dall’inizio è che le fonti di sostegno devono essere tante, differenziate, devi curarle tutte una per una, non devi dare nulla per scontato, devi rinnovare il contenuto che proponi perché sia sempre stimolante per chi mette soldi, e i finanziamenti devono essere sia pubblici che privati”.

Lucia Franchi: “La nostra generazione è legata alla precarietà, che secondo noi è anche una fonte di stimolo. Le generazioni che ci hanno preceduto certe cose le davano per scontate, per noi non è mai stato così. Basta un cambio di amministrazione per ribaltare tutto, ogni volta ti devi rimettere in gioco, alzare il tiro, assestarlo, farti venire una nuova idea. Questo è a volte molto faticoso, ma sempre stimolante. In passato poter dare per scontate alcune cose non ha sempre dato buoni risultati, la continuità, la sicurezza danno la capacità di lavorare bene, con serenità, ma al tempo stesso ci si adagia. È vero che l’Italia non è paese molto meritocratico, ma in fondo non sono tante le persone che non lo vorrebbero tale, secondo me, perché la meritocrazia è dura e le società veramente meritocratiche sono spietate. Siamo davvero pronti?”.

Dal punto di vista economico siete partiti con i 2.500 euro di 14 anni fa, oggi su quali economie vivete e in quanti?

Luca Ricci: “Il nostro sponsor principale è un’azienda che produce erbe (Aboca), con sede a Sansepolcro ma importante a livello nazionale, che ha accompagnato la nostra crescita fin dall’inizio e oggi come partner principale investe sul festival 30.000 euro ogni anno. Poi abbiamo altri sponsor con cifre più piccole, come la Coop, l’azienda che fornisce energia elettrica sul territorio, la banca di credito cooperativo locale e altre ancora. Tutti rapporti che vanno curati costantemente, tanti e diversificati. Ma è chiaro che un progetto a questo livello non lo si può portare avanti senza l’investimento pubblico (dal comune ci arrivano ad esempio 16.000 euro) e che il nostro lavoro è a remissione. Però sul bilancio totale del festival, che si aggira sui 300.000 euro, un terzo è speso per gli artisti, che hanno spazio, tecnica, ospitalità e cachet”.

Lucia Franchi: “Pagare gli artisti e le persone che lavorano con noi è stato un obiettivo fin dalla prima edizione, anche se ovviamente all’inizio si poteva dare pochissimo, perché chi lavora nella cultura deve difendere il diritto al proprio lavoro. Un altro terzo del bilancio è per gli stipendi dello staff: abbiamo quattro persone che lavorano tutto l’anno sul festival e sulle residenze full time, altre quattro part time. Poi c’è il lavoro della compagnia Capotrave, che produce spettacoli. In totale arriviamo a 13 persone, alcune giovanissime, accanto ai volontari, molti dei quali poi sono rimasti e a lavorare per noi. Siamo fieri anche di essere riusciti nel tempo a costruire delle professionalità che qui non c’erano. All’inizio è stato necessario perché non potevamo permetterci di far venire professionisti da fuori, oggi che ci sarebbe la possibilità di averli è una scelta quella di prendere giovani persone del territorio, in tutti gli ambiti tecnici ed organizzativi, e partire con loro da zero. È  giusto che noi ormai quarantenni diamo spazio a persone che hanno la metà dei nostri anni, altrimenti si ricrea quel blocco generazionale che noi abbiamo dovuto forzare”.

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Nei contenuti dicevate che il festival parte dall’idea che il teatro possa essere popolare senza rinunciare alla qualità della proposta. Con quali criteri scegliete quindi gli spettacoli?

Luca Ricci: “Abbiamo sempre privilegiato quei lavori che fossero capaci di parlare ad un pubblico più ambio possibile, mai quelli che si concentrano in una ricerca criptica, a volte intellettualistica, che spesso è anche molto autoreferenziale. Questo non significa che presentiamo lavori autocompiaciuti, ma anzi devono proporre scarti di senso, salti in avanti, sfide nuove da offrire al pubblico. Questo non ha nulla a che fare con i generi, sono aspetti che si possono trovare anche in certa musica, in forme di teatro non verbale, totalmente visuale. Cercare un senso in ciò che si sta dicendo non ha nulla a che fare con il livello di sperimentazione, piuttosto forse con l’attitudine con cui l’artista si mette a creare, con il fatto che quando crea ha realmente qualcosa di reale, profondo da dire, ha una necessità”.

Parliamo di onestà intellettuale?

Luca Ricci: “Non voglio giudicare, chi fa un lavoro più criptico magari è onesto pure lui, però a volte è più ingarbugliato e questo non sempre giova alla causa. Quando si sono definite meglio delle linee artistiche, delle visioni, allora magari lo valorizziamo. A volte si chiama ricerca qualcosa che è ricercato, che è maniera, e in certi passaggi la sperimentazione non serve ad avvicinare il pubblico al contenuto. Questo non ci fa escludere la ricerca vera, il tracciare nuove strade, a volte abbiamo presentato spettacoli non del tutto riusciti sapendo che erano tali, ma che contenevano un elemento di verità”.

Lucia Franchi: “Ci interessa che ci sia una ricerca nel senso vero della parola, che si cerchi un proprio punto di vista, una propria visione del mondo, una lettura onesta. Cerchiamo anche di restituire al ‘teatro di ricerca’ un significato: che si capisca almeno cosa ricerca”.

Le difficoltà più grandi che avete dovuto affrontare in questi anni di che ordine sono?

Lucia Franchi: “Sono state di natura economica per molto tempo. Sono state logistiche, perché fino al 2013 avevamo uno spazio solo per il mese del festival e per un periodo è stato itinerante anche l’ufficio. A volte è stato difficile a livello politico, più locale che regionale o nazionale, e ogni volta che cambia l’amministrazione dobbiamo ricominciare. All’inizio abbiamo avuto difficoltà anche con le compagnie, nel far capire che era una cosa che stava crescendo, a volte si creavano delle tensioni perché non riuscivamo a realizzare tutte le aspettative. Abbiamo trovato resistenza anche con una parte della critica teatrale italiana, soprattutto per il progetto dei Visionari, che per alcuni sviliva il loro ruolo, altri invece ci hanno aiutato a definire il festival. Non tutti capivano che era importante restituire alle compagnie un altro punto di vista, quello dello spettatore”.

Siete arrivati a livello europeo, quali obiettivi avete ancora?

Lucia Franchi: “Io mi chiedo sempre cosa si possa fare per mantenere lo stimolo senza aumentare il carico di lavoro…”.

Luca Ricci: “Australia [ride]. Penso che la cosa ha senso fintanto che senti che le sfide che ti lanci sono vive, ti stimolano e non ti fanno addormentare, finché quello che fai non diventa una sorta di routine. Finché sentiamo questa cosa è giusto andare avanti, se un giorno non la sentiremo più sarà giusto passare il testimone e spero che la cosa possa proseguire, magari con un ruolo diverso per noi”.

A quattordici anni Kilowatt è in ottima forma, fondato su solide basi e idee chiare, è radicato sul territorio ma non ha mai smesso di crescere. Ha ricevuto riconoscimenti ufficiali, è stato fonte di ispirazione, ha raggiunto il livello europeo ed è pronto per ulteriori passi, mosso dall’energia positiva di un teatro contemporaneo evidentemente ancora capace di grandi cose, in Italia. è un caso se l’edizione 2016 si ispira a parole e immagini degli anni Sessanta, quando fiducia e bellezza accompagnavano lo sviluppo del nostro Paese.

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