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Giuseppe Zangara, l’emigrato che voleva uccidere Roosevelt

Conversazione con l'attore, autore e regista Ernesto Orrico e il musicista Massimo Garritano sull'opera "La mia idea"

La mia idea

L'attore, autore e regista Ernesto Orrico e il musicista Massimo Garritano durante la rappresentazione di "La mia idea" nell'ambito della prima edizione del festival di teatro Tropea d’aMare. Ph: Antonella Carchidi

Il nuovo spettacolo "La mia idea" presentato in Calabria alla rassegna teatrale Tropea d'aMare svela la storia di Giuseppe Zangara, l'emigrato calabrese che nel 1933 fu condannato a morte con l'accusa di aver tentato di assassinare il presidente Franklin Delano Roosevelt. Abbiamo intervistato gli autori

“Giuseppe Zangara nacque a Ferruzzano, in provincia di Reggio Calabria, il 7 settembre 1900. Combattè negli ultimi mesi del primo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra svolse i mestieri più umili prima di emigrare negli Stati Uniti insieme a suo zio, nel 1923. Si stabilì a Paterson, nel New Jersey, lavorando come muratore e acquisì la cittadinanza statunitense l’11 settembre del 1929. Il 15 febbraio del 1933 pianificò un tentativo di assassinio ai danni di Franklin Delano Roosevelt a Miami, in Florida, durante il quale morì invece il sindaco di Chicago Anton J. Cermak. Accusato di omicidio, Zangara fu giustiziato tramite sedia elettrica il 20 marzo 1933 nel penitenziario di Stato della Florida. Oggi, Il personaggio di Giuseppe Zangara appare nel musical Assassins di Stephen Sondheim”.

Il brevissimo testo che avete appena letto appare sulla pagina italiana che Wikipedia dedica al personaggio. Consultando quella americana, invece, si apprende che il sindaco di Chicago venne solo ferito dai proiettili di Zangara e che morì poi in ospedale a causa di una peritonite. Nonostante ciò, Zangara venne comunque mandato a morte per aver provato ad uccidere Roosvelt e siccome la legge non consentiva ai condannati a morte di condividere la cella il carcere dovette costruirne una nuova appositamente, dato che c’era già un altro condannato a morte presente in quella prigione. Sembra che in questo modo nacque il braccio della morte. Sembra anche che l’idea non fu un’iniziativa personale di Zangara ma che il tentativo gli fu commissionato dal boss di Chicago Frank Nitti. Insomma, i dati interessanti inerenti il caso di Zangara sono molti e vale davvero la pena informarsi. Per farlo potete andare a vedere La mia idea, lo spettacolo che Ernesto Orrico gli ha dedicato.

Orrico è attore, autore e regista di base a Cosenza, ma con spettacoli rappresentati in tutto il mondo, anche in America. Lo spettacolo in questione è un monologo, un racconto fatto in prima persona proprio da Zangara, in dialetto reggino. Accanto all’attore, solo due pannelli con foto originali (accanto a quelle di repertorio) realizzate da Matteo Ianni Palarchio, fotografo calabrese che attualmente vive a New York, e il musicista Massimo Garritano accompagnano questo racconto scritto e recitato in maniera magistrale. Ernesto Orrico riesce a dare vita ad un uomo che parla e si muove con indolenza, con rassegnazione, ma anche con una gran voglia di protesta da indirizzarsi contro non si sa bene chi. Quando lo realizza, Zangara/Orrico si veste di forza, una forza buona e discreta, la forza del giusto e di colui che non ha un solo modo di dare vita alla sua protesta, cancellando quello che si presenta come la prima fonte dei suoi problemi.

La mia idea

Ernesto Orrico in occasione di una rappresentazione de “La mia idea” nell’ambito della prima edizione del festival di teatro Tropea d’aMare. Ph: Antonella Carchidi

Uno spettacolo di una sola ora in cui vi troverete a non riuscire a staccare gli occhi dal protagonista. Proprio come è successo a me e agli spettatori di Tropea d’aMare, rassegna di teatro calabrese alla sua prima edizione al teatro del porto di Tropea in Calabria. A 15 minuti dalla fine ha cominciato a piovere. Pochissimi si sono messi al riparo solo dopo aver capito che non avrebbe smesso. Gli altri sono tutti rimasti lì. Siamo tutti rimasti lì.

A fine spettacolo, con la pioggia che si era ormai calmata, ho chiacchierato con Ernesto Orrico e con Massimo Garritano riguardo allo spettacolo. Ecco a voi quello che ci siamo detti, aspettando di poter vedere La mia idea anche negli Stati Uniti, dove quei fatti hanno avuto luogo.

Come ti è venuto in mente di fare questo spettacolo?

“Nel 1999 stavo lavorando alla stesura della mia tesi di laurea in Dams (Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo), l’argomento erano le trasposizioni cinematografiche dei romanzi e racconti di Philip K. Dick (in particolare Blade Runner, Total Recall e Scanners). Ovviamente in quel periodo ho letto tutte le opere di Dick e in The Man in the High Castle (in italiano La svastica sul sole) ho trovato la storia di Joe Zangara. Nel romanzo, l’attentato dell’emigrato italiano contro Roosvelt appena eletto presidente degli States è andato a segno e le conseguenze sono state catastofiche, i nazisti hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale e dominano su tutto l’Occidente, Stati Uniti compresi.

All’epoca rimasi molto colpito dalla vicenda, ma non ebbi modo di approfondire. Una decina d’anni fa invece mi sono in imbattuto in The five weeks of Giuseppe Zangara. The man who would assassinate FDR, una accurata ricostruzione storiografica di tutta la vicenda scritta dal giornalista Blaise Picchi (l’edizione italiana. dal titolo Le cinque settimane di Giuseppe Zangara. L’uomo che avrebbe voluto uccidere Franklin Delano Roosevelt,  è stata curata da Katia Massara, docente dell’Università della Calabria). Nel libro è contenuto un memoriale che lo stesso Zangara avrebbe scritto (o dettato) durante i suoi ultimi giorni prima di essere giustiziato sulla sedia elettrica nel carcere di Raiford in Florida”.

Come hai costruito lo spettacolo?

“Sono partito da alcuni frammenti contenuti nel memoriale per scrivere una narrazione in prima persona in cui Zangara si abbandona ai ricordi e ricostruisce i passaggi fondamentali della sua vita fin dalla nascita in Calabria, sull’Aspromonte.

La lingua che parla Zangara nel monologo è un italiano imbastardito dal dialetto reggino e ibridato da numerosi intercalari in inglese americano. È stato fondamentale il lavoro in sala prove, per trovare una modalità espressiva credibile. Non mi interessava tanto una ricostruzione filologicamente corretta della personalità di Zangara, piuttosto volevo animare attraverso il racconto una autobiografia apocrifa, in cui far emergere un’umanità dolente che a mio avviso può essere assimilata a molte storie dell’emigrazione italiana e non solo, vicende di uomini e donne che non hanno raggiunto il ‘sogno americano’, esistenze che si sono scontrate con ostacoli insormontabili, difficoltà che hanno condotto le loro storie ad avere finali tragici”.

Come è arrivata la musica dal vivo di Massimo Garritano?

“Avevo in mente da diverso tempo di collaborare con Massimo Garritano, artista di straordinario talento capace di spaziare con grande duttilità attraverso diversi generi e approcci musicali. L’occasione de La mia idea mi è parsa quella giusta e lui dopo aver letto la prima bozza della drammaturgia si è detto entusiasta ed abbiamo iniziato a provare in maniera molto libera e senza schemi preconcetti. Massimo ha poi scelto di concentrarsi sull’utilizzo del bouzochi nella parte mediterranea della vicenda e di passare al dobro per la parte americana”.

A questo punto giro la domanda a Garritano, responsabile delle scelte e dell’esecuzione musicale all’interno dello spettacolo.
Massimo, come ti sei avvicinato a questo lavoro? Come hai operato le tue scelte musicali?

Garritano: “Con discrezione. Cercando da subito di evitare interventi didascalici e favorendo un punto di vista evocativo. Io sono, a volte, Joe Zangara: il suo dolore, la sua rabbia, i suoi pensieri. Ma sono anche ciò che lui incontra, vede, osserva, tocca. In lavori di questo tipo cerco sempre di intervenire per sottrazione, lasciando una parte di ego chiusa nell’armadio e prediligendo perciò un approccio poco invasivo. Non da musicista solista, insomma. La scelta di usare due strumenti, se vogliamo etnici — il bouzouki e il dobro, meglio conosciuta come chitarra resofonica — è stata una conseguenza naturale alla prima lettura del copione.

I due strumenti non vengono usati in maniera ortodossa ma servono piuttosto per dare una collocazione spazio-temporale alla storia e al personaggio. Il bouzouki, strumento di origine greca, rimanda al mediterraneo e quindi in un certo senso alla Calabria, luogo dove si svolge la prima parte del racconto. La chitarra resofonica, invece, è strumento proprio degli Stati Uniti, costruita intorno gli anni ‘20, contemporaneamente alle vicende del protagonista. Il materiale musicale è frutto di composizioni originali. Nel corso dello spettacolo, però, mi ritaglio momenti di libera improvvisazione. Reagisco, infatti, agli impulsi emotivi che la storia emana attraverso l’interpretazione dell’attore, intervenendo in punti sempre differenti e sempre in maniera non convenzionale. Solo in un punto della storia vi è la presenza di un brano non originale, che ho rivisitato. Dopo un’attenta ricerca la scelta è caduta su una famosa canzone della tradizione della musica jazz composta proprio negli anni in cui si svolge la scena. Questa operazione mi permette di catapultare lo spettatore nel luogo e nel momento preciso in cui la storia accade.  Sono sicuro che nell’udire la melodia, il mondo americano degli anni ’30 appare vividamente davanti agli occhi di chi ascolta”.

Che reazioni hai riscontrato nel pubblico?

“Dopo le prime repliche posso dire che le reazioni sono state generalmente molto positive, è una storia che pochissimi conoscono per cui viene naturale provare grande sorpresa e curiosità.

In generale credo che il pubblico contemporaneo, ormai avvezzo a una enorme mole di approcci espressivi, sia assai ben disposto verso un teatro di narrazione che con semplicità e senza la pedanteria didattica di certe proposte del recente passato, proponga un approccio emozionale verso i personaggi e le storie di cui come performer ci facciamo veicolo”.

Quante storie simili pensi che siano ancora da raccontare?

Le storie dell’emigrazione italiana sono tantissime, e ogni storia di emigrazione meriterebbe di essere narrata e tramandata. Alcune si somigliano e si sovrappongono, altre emergono perché, come il caso di Zangara, impattano con eventi o personaggi storici importanti.

Da tempo ormai mi occupo con il mio teatro di queste tematiche, negli spettacoli Jennu brigannu. Storie di briganti calabresi e L’emigrazione è puttana (scritti da Vincenza Costantino) ho avuto modo di portare in scena personaggi e storie attraverso le quali attualizzare una riflessione su un fenomeno che resta fondamentale per interpretare la nostra epoca: non sono pochi i parallelismi e le similitudini che potremmo fare ad esempio tra l’emigrazione italiana (ma più in generale europea) di fine Ottocento verso le Americhe e le migrazioni contemporanee di migliaia di donne e uomini che dall’Africa si riversano verso l’Europa alla ricerca di condizioni di vita migliori o più semplicemente della possibilità di vivere.

Infine mi piacerebbe avere tempo e modo per studiare e raccontare le vicende americane di Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo, Arturo Toscanini, Francesca Cabrini… figure storiche che, ciascuna nel proprio campo, hanno segnato in maniera radicale i rapporti culturali e sociali tra Italia e Stati Uniti. Allo stesso tempo mi interesserebbe continuare a raccontare storie meno conosciute eppure simbolicamente rilevanti, penso ad esempio al giocatore di baseball Roy Campanella, di origine italiana da parte paterna e afroamericana da quella materna, o a Charles Paterno, l’imprenditore edile di origini lucane che nel 1909 costruì un castello neo-gotico sulle rive del fiume Hudson”.

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