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The Challenge, il Qatar raccontato da Yuri Ancarani

Arriva a New Directors / New Films un'affascinante e insolita produzione italo-francese

Una scena di The Challenge di Yuri Ancarani
Lo scenario è il deserto del Qatar, il soggetto gli sceicchi di un paese tanto ricco quanto ancestrale, lo stile è quello intensamente evocativo dei lavori precedenti di Yuri Ancarani. The Challenge sarà proiettato il 16 e il 19 marzo, intanto abbiamo fatto una chiacchierata col regista

Tra le numerose rassegne cinematografiche che si tengono ogni anno a New York, New Directors/New Films è sicuramente la più interessante, per la qualità e la varietà dei film proposti. Diversi stili,  autori, formati, le più varie provenienze culturali e geografiche, in una selezione di alto livello che viene proposta al MoMA e al Lincoln Center. Tra i film presentati in questa edizione, che si tiene dal 15 al 26 marzo 2017, c’è una produzione italo-francese, The Challenge, film decisamente insolito, quanto affascinante, di Yuri Ancarani che, dopo aver vinto il gran premio della giuria nel concorso Cineasti del presente al Festival di Locarno nel 2016, ha intrapreso un percorso in tutto il mondo che lo ha portato finalmente anche negli Stati Uniti; dopo SXSW arriva infatti a New York, per poi proseguire a Seattle, San Francisco e in altri festival americani.

Lo scenario è il deserto del Qatar, il soggetto sono gli sceicchi di un paese ora tanto ricco quanto ancestrale per cultura e tradizioni, lo stile è quello visuale ed intensamente evocativo che Ancarani ci ha fatto conoscere nei suoi lavori precedenti, solo che qui la dimensione narrativa è più ampia e complessa, in questo che è il suo primo lungometraggio.

The Challenge non è propriamente un documentario, come ci tiene giustamente a sottolineare Yuri Ancarani: “Io parto dalla realtà per ‘manipolarla’, attraverso la realtà rappresento le sensazioni che percepisco in quel luogo… La realtà viene quindi usata per raccontare altre storie, storie che non sono visibili”.

Poster The Challenge Yuri Ancarani

La locandina, di “TheChallenge” di Yuri Ancarani

Un soggetto inconsueto e lontano quello di The Challenge, tanto più se guardato qui, tra i grattacieli di Manhattan, dove abbiamo avuto modo di fare qualche domanda al regista. “L’ho scoperto per curiosità, il Qatar — ci ha detto — è un paese che fino a cinque anni fa era sconosciuto a tutti, con un deserto molto povero, finché non hanno trovato giacimenti di gas, e allora è diventato un posto importante per l’economia mondiale, hanno cominciato a costruire, hanno invitato artisti, i più grandi architetti del mondo. Era un paese che non conoscevo e ne ero incuriosito, anche perché era un paese rimasto a lungo protetto, chiuso per tutti noi. E come spesso accade, sono andato lì con delle idee che poi dopo i sopralluoghi si sono rivelate fallimentari… Ci sono tornato diverse volte, e dopo aver capito un po’ meglio le abitudini, le tradizioni, allora sono arrivato all’idea di The Challenge”.

Sceicchi ricchissimi che attraversano il deserto per partecipare a una gara di falconeria, che viaggiano in Lamborghini con un ghepardo sul sedile del passeggero, che si sfidano a corse automobilistiche sulle dune, forse non sono le persone più facili da avvicinare, e da raccontare…

“In verità è un paese molto ospitale, per tradizione i beduini sono estremamente ospitali, lo erano con il forestiero che una volta attraversava il deserto. Oggi naturalmente non succede più ma io sono riuscito ad avere la loro fiducia perché il mio è un film fondamentalmente sulle tradizioni, che per loro sono importantissime. Certo, sono tradizioni che ora sono esasperate dal tipo di vita che fanno oggi, ma si tratta comunque di tradizioni”.

Anche l’elemento della ritualità è fondamentale in The Challenge come lo è in altri lavori di Ancarani, primo fra tutti San Siro, il cortometraggio presentato a New Directors/New Films nel 2015. “Anche la ritualità fa parte delle tradizioni e della vita dell’essere umano, ed è un aspetto che mi interessa molto. In questo caso si tratta di tradizioni e rituali maschili. Per noi naturalmente è strano, ma nei paesi del Golfo, nella vita quotidiana uomini e donne vivono separatamente, per loro è questa la normalità”.

Oltre al racconto, molto forte, della ritualità, The Challenge e San Siro, come altri lavori di Ancarani, hanno in comune una struttura che è visuale e narrativa insieme. “Direi che è il mio stile è questo, a me interessa rappresentare l’invisibile, l’energia che sta nelle cose e nelle azioni. E per fare questo la voce non va bene, non basta, non mi porta nella dimensione che voglio io. Come per il deserto di The Challenge, anche l’edificio di San Siro, lo stadio, ha un energia tutta sua, particolare, unica. Io non sono un appassionato di calcio, ma da quell’edificio ho percepito un’altra storia che è quella che ho raccontato”, che è la storia di quel luogo, non la storia della partita ma quella della preparazione alla partita.

Se è vero che New Directors/New Films ha uno di suoi punti di forza proprio nel proporre film fortemente autoriali e non convenzionali quanto a forma e narrazione, negli Stati Uniti siamo pur sempre nella patria dello storytelling tradizionale, anche se Hollywood è lontana, e The Challenge è piuttosto lontano dalla narrazione cinematografica tradizionale, seppure fotografia e colonna sonora siano estremamente cinematografiche. “Infatti sono molto contento che il film stia andando bene qui negli Stati Uniti, perché è un film costruito secondo logiche astratte, distanti dalla narrazione classica cinematografica, eppure stiamo avendo continue richieste da festival, rassegne, e io ci tengo ad accompagnare il film: è un tour e io sono in tour con il film… Questo è un film che è stato definito ‘indistribuibile’, ma ho capito che la sua strada è questa, ai festival abbiamo sempre la sala piena, ci sono moltissime persone che apprezzano il film, che pure è un film distante da noi, che ha dei tempi diversi… E’ un film in cui devi sentire la noia ma non ti devi annoiare, e deve avere quel tempo, quella durata, perché c’è bisogno di tempo per entrare in quella dimensione lì”.

In effetti è un film da cui ci si sente lontanissimi ma in cui al tempo stesso, se si decide di entrarci, ci si perde. Occorre anche dire che qui la musica aiuta la narrazione, altrimenti difficile senza quasi dialoghi per quasi settanta minuti.  “Con Lorenzo Senni lavoro a chilometro zero, io sono di Ravenna, lui è di Cesena, a me piace questa dimensione della provincia italiana, ne sono fiero. Noi facciamo cose che poi portiamo all’estero, ma le cose più interessanti e creative nascono dalla provincia, e la provincia italiana non è quella americana o di altri paesi… Con Lorenzo e con Francesco Fantini abbiamo giocato con la colonna sonora, che è una colonna sonora da classico film di intrattenimento, ed è stata incisa con un’orchestra di sessanta elementi”.

Yuri Ancarani è a New York in questi giorni per presentare The Challenge, ma c’è un altro film che ha da poco completato e che ha cominciato il suo percorso, dopo il festival di Rotterdam in cui è stato da poco presentato: Whipping Zombie. “E’ un mediometraggio che ho girato ad Haiti, nello stesso periodo in cui giravo The Challenge in Qatar, ed è un film opposto. E’ un film sulla fatica, sullo schiavismo, dove ci sono immagini molto forti ma alla fine ti lascia un’energia positiva, e in questo senso è diversissimo da The Challenge. Il titolo viene da un rituale voodoo, in cui i ragazzi si frustano per rievocare il passato schiavista subito dall’isola”.

Ci sarà qualche pezzetto di America in un futuro film di Yuri Ancarani?  “Nei giorni scorsi, in Texas, sono andato a fare delle riprese nel deserto, per un possibile progetto sul confine…” Speriamo accada presto, sarà molto interessante vedere come Yuri Ancarani racconterà quest’America dei confini, le tante storie invisibili dietro e oltre i confini.

Guarda il trailer di The Challenge di Yuri Ancarani:

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