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“Gli occhi cambiano”: la RAI dell’archeologo Veltroni a New York

Walter Veltroni all’IIC di New York per parlare di RAI, cultura, memoria, passato e presente

Walter Veltroni New York

Walter Veltroni at the Italian Cultural Institute of New York with the director of the IIC Giorgio Van Straten and the transaltor (Photos VNY).

“Gli occhi cambiano”: un ciclo di sei documentari — Ridere, Amare, Cantare, Tifare, Sapere, Immaginare — per raccontare cinquant’anni di RAI e come il nostro modo di guardare ha cambiato noi. Walter Veltroni sull'attualità ha poi detto al pubblico dell'IIC di New York: "La situazione ora è pericolosa come lo era negli anni ’30 in Europa"

Quando sei Walter Veltroni, e nella vita hai fatto tanto — dire tutto sarebbe troppo anche per lui, ma ci va molto vicino — compreso il politico, lo scrittore, il vicepresidente del Consiglio, il segretario nazionale e fondatore del Partito Democratico, il Sindaco di Roma (due volte, Veltroni I e Veltroni II) —  il giornalista Direttore de L’Unità, il Presidente Onorario della Lega Basket — da grande tifoso qual è — il commentatore di trasmissioni cinematografiche su Iris, il saggista e persino il doppiatore — in Chicken Little – Amici per le penne — aggiungere regista potrebbe sembrare l’ennesima voce nell’elenco delle esperienze. Per fare curriculum. In realtà, se si ha famigliarità con il suo lavoro documentaristico — e mi riferisco a Quando c’era Berlinguer e soprattutto al bello I bambini sanno— risulta ben chiaro quanto Veltroni ami armarsi di macchina da presa per frugare la storia e il mondo che lo circonda.

Gli occhi cambianoL’ultima sua fatica — e uso “fatica” non è caso — è Gli occhi cambiano, una serie di sei documentari che ha scritto e diretto e che Rai Storia ha prodotto: sei episodi intitolati e declinati secondo verbi del nostro quotidiano — Ridere, Amare, Cantare, Tifare, Sapere, Immaginare — in un percorso che ripercorre temi, personaggi e momenti della storia politica e sociale del nostro Paese, attraverso il racconto che ne ha fatto la RAI in cinquant’anni di servizio — e servizi.
Venerdì 17 marzo, Walter Veltroni è stato accolto all’Istituto Italiano di Cultura di New York, con grande gioia del Direttore, Giorgio Van Straten, suo carissimo amico.

“Il titolo, Gli occhi cambiano”, ha spiegato Veltroni, “per mostrare come ciò che abbiamo visto in cinquant’anni di RAI ci ha cambiato, ma anche come il nostro modo di guardare ha cambiato noi. E’ una specie di gioco di specchi, di rifrazione dello sguardo”.

“Immaginare”, l’episodio-verbo scelto per la proiezione all’IIC, ha tenuto il pubblico avvinto per 70 minuti, passati i quali, il Direttore Van Straten ha intervistato l’ospite per poi lasciare il campo a un Q&A.
“Immaginare” è un esempio felice ed estremamente godibile di archeologia visiva. Veltroni si rinchiude nelle archivi della RAI e spulcia filmati, interviste, vecchi programmi, riportando alla luce dei veri e propri tesori e raccordando il tutto con riflessioni che esplorano la traccia prescelta — la creatività. Un territorio ampissimo, che comprende creativi di caratura internazionale nel campo di letteratura, arte, poesia, scienza, cinema. Un gesto etico, quello di Veltroni, che salva dall’oblio collettivo momenti “patrimonio dell’umanità” e li porge agli spettatori — a quelli delle nuove e future generazioni, immagino. Se lo spettatore è un curioso, e magari appassionato di letteratura, arte, poesia, scienza, cinema, non potrà che andare in visibilio.

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Lo scrittore Italo Calvino nella puntata “Immaginare” della serie Rai “Gli occhi cambiano” di Walter Veltroni

Umberto Eco che dice: “Il Papa e il Dalai Lama possono discutere per anni sulla verità di un asserto come Gesù Cristo è veramente figlio di Dio, ma non potranno non convenire sul fatto che Superman sia Clark Kent”. Gabriel Garcia Marquez che confessa: “Realista magico io? No, io sono un realista puro. E triste. E’ la realtà dei Caraibi ad essere magica, non io”. Montale che ammette di aver chiamato Beckett “Prickett”, e di essersi ritrovato con Dylan Thomas ubriaco fradicio nell’armadio di casa. Borges che provoca: “la letteratura non è fatta di parole, ma di immagini”. Allen Ginsberg intervistato da una giovanissima Fernanda Pivano, a difesa di Kerouac, “che sperava in un’America di tenerezza e si ritrovò per le mani un mondo di plutonio”. E ancora registi. Truffaut, Charlie Chaplin che confida, poco prima di morire, di voler fare un film, The Freak, su un angelo con le ali — una tenerezza, nel modo di dirlo, da cui traspare tutto il suo Charlot. Federico Fellini che racconta della volta in cui Walt Disney ospitò lui e la sua Giulietta a Disneyland e i tre giocarono come matti a fare i pistoleri nel più classico dei saloon. Hitchcock che spiega il suo segreto: terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e gli uomini comuni. Ettore Scola che critica, con classe da maestro, l’intellighenzia presuntuosa degli anni ’70: “I miei personaggi sono ròsi dai dubbi, s’interrogano in continuazione. Invece l’intellettuale di oggi è sicurissimo di tutto…”, un concetto ripreso ed elaborato dallo stesso Veltroni in una riflessione sulla pratica del creare. “Creare è meraviglioso”, afferma, “e difficilissimo. Occorrono talento e tecnica. E occorre amare il dubbio, che della creazione è figlio e padre”.

E poi ancora Robert De Niro e Sergio Leone sul set di C’era una volta in America. “Penso che qualsiasi film sia politico. Attraverso il cinema si possono raccontare grandi verità” — rintocca Leone. Oppure Alberto Sordi che, nel 1993, dallo stesso tavolo dell’IIC di New York a cui Veltroni stesso è seduto, ricorda i bei tempi in cui doppiava Ollio insieme allo Stanlio di Mauro Zambuto che era tra il pubblico.
Letterati nazionali e internazionali, tra cui Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda, Ezra Pound, Tennessee Williams, Truman Capote, Isabel Allende, Nadine Gordimer, George Simenon, Louis-Ferdinand Céline, Mario Soldati — che mostra “lassù” la casa di un certo Benedetto Croce, “con le pareti ricoperte di libri dal soffitto al pavimento” — oppure Alberto Moravia che si arrampica su un cancello e sbircia Roma dall’Aventino.

Un momento dell’incontro con Veltroni all’IIC di New York

Immagino le mani di Veltroni mentre scorre migliaia di metri di piccola, e trova artisti come Andy Warhol, che si diverte a fotografare l’operatore della RAI in un video degli anni ’60, oppure un venticinquenne Keith Haring, che non fa una piega a dire “Io non sono una star. Michael Jackson lo è”. Giorgio De Chirico — “Credo che la pittura moderna non piaccia a nessuno” (!). Max Ernst, Marc Chagall, Joan Miro — “Sono irresponsabile della mia pittura. Lavoro in totale stato di trance… Come essere punto da un insetto”. E architetti. Le Corbusier, Walter Gropius. Scienziati, informatici e visionari abilmente accostati: “Il problema non è portare la fibra ottica nelle case delle persone. Quello si farà, è questione pratica. Il problema è immaginare, creare” (Nicholas Negroponte) accanto a, “Mi piace pensare che gli uomini saranno educati alla creatività, lasciando ai robot i lavori più noiosi e ripetitivi” (Isaac Asimov).
L’episodio “Immaginare” non è solo “una navigazione meravigliosa” — per dirla con le parole del regista — all’interno della storia della RAI, che ha raccolto le testimonianze di questi giganti della cultura e del sapere. E’ anche, secondo noi, un prezioso compendio universale che, di questi giganti, conserva chicche di poetica personale.

Veltroni

Il pubblico all’Istituto Italiano di Cultura di New York

Nel Q&A dopo la proiezione, Veltroni è stato generoso nel condividere con il pubblico cosa significa per lui l’italianità. “Prima di venire qui sono passato in un supermercato e mi sono soffermato davanti a un prodotto la cui etichetta leggeva ‘autenticamente italiano’. Come a dire che essere italiani è una garanzia. Una garanzia anche nella cultura, non solo nei prodotti alimentari! Tennessee Williams ed Ezra Pound conoscevano l’italiano perché avevano letto la Divina Commedia, ascoltato l’opera. Chi ama la cultura, deve passare per l’Italia, a un certo punto. E cultura è ciò che la RAI ha fatto intervistando, per mezzo secolo, personaggi straordinari come quelli che avete visto. Non so quante televisioni al mondo possano dire di averlo fatto”.

Veltroni confessa che il progetto gli è stato proposto anche per via della sua vicenda personale, intrecciata affettivamente a quella della RAI: il padre, Vittorio Veltroni, giornalista, scrittore, sceneggiatore, dirigente illuminato, ha letteralmente contribuito a costruire la Televisione di Stato. Ma se ammette che la nostalgia personale sia plausibile, afferma chiaramente che a livello collettivo sia inutile e dannosa.
Riguardo a questo particolare momento storico-politico, Veltroni ha commentato: “Siamo immersi in un tempo in cui tutto è portato alla semplificazione massima — esprimiamo un’opinione positiva o negativa attraverso un pollice in Facebook, e lo facevamo già al Colosseo! Tutto è gridato, ridotto ai minimi termini — come i 150 caratteri di Twitter — e questo purtroppo ha investito la politica, che si alimenta di fake news, di distorsioni della realtà. Per questo la situazione, ora, è pericolosa come lo era negli anni ’30 in Europa. Mi chiedo sempre come sia stato possibile che bambini ebrei siano stati cacciati da scuola, a seguito delle Leggi Razziali del ’38. E che nessuno si sia ribellato. Non i maestri, non i genitori dei compagni di questi bambini. Nessuno. Mi chiedo, com’è potuto accadere? Ebbene, ci sono momenti nella storia, in cui fatti come questi succedono, ovvero in corrispondenza di tre fenomeni. La recessione economica. La crisi dei partiti e delle istituzioni. E il cambiamento tecnologico-scientifico che determina, a sua volta, un cambiamento antropologico. Inoltre siamo in un periodo in cui domina, come tratto distintivo, l’ingenuità. Tendiamo ad accettare cose non plausibili, a rimuovere il dubbio”.

Infine, riguardo il conflitto fra televisione di qualità e televisione di massa, Veltroni ha aggiunto: “La RAI fatica a trovare quello che definisco ‘il punto di rugiada’, ovvero l’armonia fra il gusto del pubblico e la qualità. Ma il pubblico è spesso migliore della programmazione. Pensiamo a Benigni, le cui letture di Dante hanno raccolto milioni di spettatori, oppure l’opera, seguitissima. Il problema è la qualità, e qualità significa pluralismo, non essere omologati a un modello unico”.

Di certo l’operazione di scavo archeologico nella memoria RAI di Gli occhi cambiano, allontana la televisione di Veltroni dagli infimi spettacoli reality-horror che popolano i palinsesti, e la avvicina, idealmente, a quella vagheggiata dal padre, agli albori della Radiotelevisione Italiana.

 

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