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Alla Mostra di Venezia, il regista Ai Weiwei porta il dramma dei rifugiati

L'artista cinese, autore del documentario "Human Flow", ha presentato alla Mostra del Cinema la sconcertante realtà vissuta dei profughi

Il regista Ai Weiwei, autore del documentario "Human Flow"

Afghanistan e Bangladesh, Francia e Grecia, Germania e Iraq, Israele e Italia, Kenya e Turchia: un flusso di storie d'amore e di coraggio, da parte di persone che lottano per la sopravvivenza in un pianeta in movimento. "Anch'io mi sento un rifugiato" ha detto a Venezia Ai Weiwei, esiliato dalla Cina quando era bambino perché il padre era considerato anticomunista

Oltre 65 milioni di persone nel mondo sono state costrette a lasciare le proprie case per sfuggire alla carestia, ai cambiamenti climatici e alle guerre: il più grande esodo umano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale viene raccontato nel documentario Human Flow, diretto dall’artista cinese Ai Weiwei .

Il film, presentato in concorso alla 74esima edizione della Mostra di Venezia è solo uno dei modi in cui Weiwei ha affrontato la crisi dei rifugiati. Tra i suoi lavori, c’è l’installazione “Law of the Journey”, che comprende un gommone di 60 metri che trasporta 258 figure di rifugiati. Tra le sue testimonianze, numerose dimostrazioni, come avvolgere la Konzerthaus di Berlino con oltre 3.000 giubbotti di salvataggio arancioni recuperati a Lesbo, coprire le sue sculture pubbliche con coperte termiche e ricreare con il suo stesso corpo l’immagine del bambino siriano Aylan Kurdi, affogato sulle coste della Turchia. C’é anche l’installazione Laundromat, in cui ha riempito una galleria di New York con i vestiti e gli oggetti personali abbandonati dai rifugiati in un campo a Idomeni, in Grecia, e l’organizzazione della “Marcia della compassione” di circa 13 chilometri attraverso Londra, mentre si teneva per mano con l’artista Anish Kapoor. Infine,  l’imminente “Good Fences Make Good Neighbors“, in cui Weiwei installerà strutture pubbliche a New York.

Con Human Flow, l’artista viaggia con una piccola troupe per circa un anno, percorre venti nazioni, visita città ridotte in macerie e oltre quaranta campi profughi per mettere in scena l’umanità dei rifugiati, la loro ricerca delle cose che tutti vogliamo – sicurezza, un riparo, pace, l’opportunità di essere quelli che siamo. “Ho cercato di raccontare una situazione che ha raggiunto dei limiti estremi e la prospettiva dall’alto chiarisce ancora meglio le proporzioni di questo enorme problema”, ha detto Weiwei in conferenza stampa. “Così sono andato a Lesbo per vedere l’isola in cui stavano arrivando i rifugiati. È stata un’esperienza molto personale veder arrivare sulle navi bambini, donne e anziani. Nei loro volti vedevo un’espressione di incertezza. Avevano paura e non sapevano proprio cosa avrebbero potuto trovare in questa nuova terra”.

L’artista stesso si considera un rifugiato È stato esiliato quando era bambino perché il padre era accusato di essere anticomunista. Da adulto è entrato ed uscito dalla prigione per il suo impegno politico. Ed è per questo che Ai Weiwei vede i profughi che stanno nei battelli come la sua famiglia. “Potrebbero essere i miei figli, i miei genitori o i miei fratelli. Non mi sento diverso da loro. Magari parliamo lingue diverse o abbiamo modi di pensare differenti, ma io li capisco. Come capita a me, anche loro hanno paura del freddo e non amano stare sotto la pioggia o essere affamati. Come me, anche loro hanno bisogno di sicurezza”. Human Flow arriva proprio nel momento in cui infuria il dibattito su chi e quanti sono, su sicurezza contro responsabilità e se costruire dei muri o dei ponti. Già la parola ‘rifugiato’ genera distanza con il risultato che si riduce tutto a una questione di statistiche, di dati. Così si ignora il dramma di chi è riuscito a scampare alla catastrofe per poi trovarsi di fronte a un confine chiuso, in un campo improvvisato, lottando per non consentire che un filo spinato infranga le speranze di una vita migliore.

“Oggi ritengo che, come individuo, io debba fare uno sforzo per rendere le persone più consapevoli che i rifugiati non sono assolutamente diversi da noi. Non sono dei terroristi e dipingerli come tali è veramente un modo di pensare terroristico. Sono semplicemente degli esseri umani e il loro dolore, la loro gioia, il senso di sicurezza e di giustizia non è diverso dal nostro. A livello internazionale, abbiamo tanti tipi di sistema diversi, ma tutte le istituzioni dovrebbero avere un obiettivo comune: proteggere l’umanità. Credo che, quando i politici dimenticano i valori e i diritti umani essenziali, continuano a creare ulteriori crisi. È tempo che la comunità internazionale inizi ad avere una discussione generale su come affrontare la più grave emergenza umanitaria dei nostri tempi.”

Una scena tratta dal trailer del film “Human Flow”, di Ai Weiwei

Human flow pone quindi delle domande con l’intenzione di provocare una scintilla che, assieme ad altre, possa aiutare ad accendere una fiamma, che ci permetta di trovare soluzioni creative alla questione dei rifugiati.

Riuscirà la nostra società globale a superare la paura, l’isolamento, gli interessi personali e ad accogliere l’apertura, la libertà e il rispetto dell’umanità?

Il film uscirà il 2 ottobre, giorno commemorativo in onore dei rifugiati.

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