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A Venezia 74, storie fallite di migranti e storie riuscite di padri falliti

Nella seconda giornata della Mostra del Cinema di Venezia "Human Flow" di AI Weiwei, "Lean on Pete" del britannico Andrew Haigh e il ritorno di Samuel Maoz con "Foxtrot"

La "Sala grande" della Mostra del cinema di Venezia

A Venezia, nel monumentale documentario "Human Flow", sui flussi migratori nel mondo, il regista cinese Weiwei pecca di eccessivo protagonismo. Mentre in "Lean On Pete", Charley è protagonista di un disperato racconto di formazione "al contrario", seppur con qualche anno di ritardo. Convince invece "Foxtrot", una feroce critica alla società israeliana, che segna il ritorno di un grande regista

Va in archivio il secondo giorno della 74° edizione della Mostra del cinema di Venezia, sferzato da bombe d’acqua improvvise e raffiche di vento monsoniche: i cambiamenti climatici non sono solo un tema ricorrente e urgente dei film in programma ma si affacciano anche sulla quotidianità del popolo festivaliero mettendo alla prova le strutture della Biennale. Sull’isola del Lazzaretto, si è allagato lo spazio che ospita le proiezioni dei film in realtà virtuale ed è solo uno dei piccoli intoppi che la pioggia torrenziale ha creato venerdì sera al palinsesto della Mostra di Venezia 74. Il concorso però scorre regolare e dopo l’apertura made in USA vede transitare sugli schermi della Sala Darsena, sede delle proiezioni stampa, alcuni dei titoli più attesi.

Human Flow, di Ai Weiwei

Una scena di "Human Flow", di Ai Weiwei

Una scena di “Human Flow”, di Ai Weiwei

La monumentale opera dell’artista e attivista cinese Ai Weiwei raccoglie immagini, testimonianze e suggestioni dei fenomeni migratori in 23 paesi del mondo, per ricordare in modo inequivocabile che i flussi di rifugiati sono un fatto mondiale e come tale andrebbero considerati, abbandonando quello sguardo miope di particolarismi e squallidi nazional-populismi che tanto bene conosciamo anche qui in Italia. Le immagini di Ai raccontano di 65 milioni di persone in fuga da guerre e cambiamenti climatici, di 300 mila rifugiati in Iraq in fuga dalla Siria, di 1 milione di persone sbarcate a Lesbo, dei Rohyngyas massacrati in Myanmar, di 1 milione e 400 mila siriani accolti in Giordania, di 500 mila curdi in fuga, di 3 milioni di persone accampate in Turchia, di 2 milioni di fuggitivi in Libano, di folle in fuga dal Kenya, degli sbarchi a Lampedusa, in Pakistan, dell’ex aeroporto di Berlino trasformato in campo profughi-prigione, della “giungla” di Calais, del muro Usa-Messico e degli altri 69 muri che sono nati negli ultimi anni in giro per il mondo. Proporzioni che da sole lasciano sgomenti, ma che, purtroppo, da sole nel film non sono mai: il film funziona solo quando (raramente) si limita a elencare cifre e intrecciare numeri, fatti e immagini pudiche (poche). L’artista cinese cede a due deleterie tentazioni: in primo luogo, quella di mettersi in scena continuamente in mezzo ai migranti, mentre cucina, mentre fa il barbiere, mentre aiuta, conforta, supporta. Una manifestazione di narcisismo, un bisogno di presenza che stona in modo evidente. Il secondo aspetto che stride fastidiosamente è la tendenza estetizzante di alcune immagini, i droni, i tramonti, i versi rubati a poeti locali, che pervadono l’opera di un languore inquietante. Se aggiungiamo che in 140 minuti, l’impressione è che l’abbondanza di materiali raccolti sia organizzata senza una struttura vagamente simile a un discorso, si comprende come il passaggio in concorso a Venezia dell’artista cinese si configuri come uno spiacevole tonfo.

Lean on Pete, di Andrew Haigh

Scott Patrick Green in una scena di “Lean on Pete” di Andrew Haigh

Che il mondo cui siamo stato abituati negli ultimi decenni si sia ribaltato, ce lo stanno ribadendo un po’ tutti i film che abbiamo visto finora. Così, in questo mondo sottosopra, anche un racconto di formazione non può che funzionare “al contrario”. Il bildungsroman di Andrew Haigh si chiama Lean on Pete, è il nome di un cavallo con cui Charley (l’ottimo Scott Patrick Green), quindicenne protagonista del film, attraversa gli States da vagabondo coast to coast, abbandonato dalla madre e improvvisamente orfano di padre. Charley, però, procede al contrario: perché rispetto alla tradizione del “grande romanzo americano” va verso Est (da Portland, estremo Ovest); e perché scappa, incontra, soffre, cambia, scopre, ma il punto d’arrivo non è il passaggio all’età adulta, al contrario Charley goes East per potersi permettere l’adolescenza, per ritrovare un contesto – una zia – che gli permetta di essere “solo” un quindicenne. Un percorso a ritroso, quindi, che diventa l’impietoso ritratto di un nazione – gli States – persa e disorientata, in cui i padri sembrano aver perso la capacità di permettere ai figli di essere “solo” dei soggetti in costruzione. Andrew Haigh racconta con la delicatezza che aveva già mostrato in Weekend e 45 Years, ma l’impressione è che, nel descrivere l’humus della provincia americana, dimenticata da tutti e abbandonata a se stessa, Lean on Pete arrivi con qualche anno di ritardo, già vecchio e già purtroppo smascherato (e quindi reso obsoleto) dall’ultima tragica tornata elettorale americana.

Foxtrot, di Samuel Maoz

“Foxtrot” di Samuel Maoz

Nel 2009 Samuel Maoz, con Lebanon – folgorante opera prima tutta chiusa dentro a un carro armato – si era aggiudicato il Leone d’oro. Dopo 8 anni, il coming back del cineasta israeliano, pur con qualche sfilacciatura, ne conferma il talento potente e visionario. Il titolo, Foxtrot, fa riferimento a un ballo molto semplice in cui, dopo 4 passi, ci si ritrova sempre al punto di partenza. Ci si muove, insomma, ma si sta sempre nello stesso punto. Anche il film di Maoz è in 4 “passi” come il ballo: due capitoli, drammatici e rigorosi, sono ambientati a casa della famiglia Feldman, dove giunge la notizia sconvolgente della morte del diciannovenne figlio Jonathan, soldato dell’esercito israeliano; gli altri due – caustici e grotteschi nel loro virulento antimilitarismo – mostrano che cosa è accaduto presso il posto di blocco dove si è consumata la tragedia, un avamposto paradossale e assurdo sperduto in mezzo al deserto. Alla fine del balletto, una danza macabra e frequente nella storia israeliana, si è sempre al punto di partenza.

La capacità di Maoz di cambiare registro è notevole: nel giro di poche inquadrature il film svolta dal dramma alla commedia surreale, senza mai dare l’impressione di artificiosità e rimanendo sospeso tra reale e immaginario. Nella faglia che si apre tra questi differenti registri, si colloca lo svolgimento del tema centrale: la feroce critica alla società israeliana e ai suoi sviluppi recenti e il fallimento di una figura paterna, il prototipo del borghese laburista, progressista, ateo e illuminato, che nelle sue contraddizioni compiaciute non è riuscito a costruire una società realmente nuova e che addossa il peso del proprio fallimento sulle spalle dei propri figli.

Redford e Fonda in una scena di “Our Souls At Night”

In serata è stato assegnato anche il Leone d’oro alla carriera alla coppia Robert Redford-Jane Fonda, icone del cinema hollywoodiano di qualità. Divi bellissimi e sempre attenti alle proprie scelte artistiche, sono stati però infelicemente celebrati attraverso la prima dell’ultimo film che li ha visti insieme, Our Souls At Night, insipida Netflix come senza corpo e anima.

Il terzo giorno è di George Clooney con Suburbicon e di uno dei film più attesi dai cinefili del Lido, Brawl in cell Block 99 di S. Craig Zahler, film che il direttore Alberto Barbera ha definito il più violento mai apparso sugli schermi del Lido.

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