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Emma Dante: corpi e silenzi con un accento siciliano

Intervista con la creatrice di "Le Sorelle Macaluso", pièce teatrale in scena fino al 19 novembre all'Alexander Kasser Theatre a Montclair University

Emma Dante

"Uso molto il dialetto ma la mia è una lingua reinventata e adattata alla scrittura teatrale: non un semplice strumento verbale ma un elemento fedele all’espressività fisica degli attori", racconta Emma Dante. Che su "Le Sorelle Macaluso" dice: "Si tratta di una storia di tensioni familiari, di vita e di morte, dolore e gioia, e in quanto tale rappresenta un racconto universale"

Nel corso di una serata intitolata “Sicilia teatro del mondo”, la multi-premiata Emma Dante ha condiviso esperienze, pensieri e storie con il pubblico della Montclair State University, dove il suo fortunato spettacolo, Le sorelle Macaluso, verrà presentato in prima nazionale negli USA fino al 19 novembre, all’ Alexander Kasser Theater, all’interno del cartellone di Peak Performances. La conversazione con Emma è stata talmente ricca, divertente e intensa che le ho proposto di trasformarla un’intervista, mettendo in risalto i momenti salienti di quello che è stato uno scambio veramente magico.

La Sicilia è per te un luogo molto personale oltre che uno spazio culturale, creativo e doloroso. Originaria di Palermo, è ancora lì che vivi e lavori. Cos’è per te la Sicilia e, per estensione, il sud?

“La Sicilia è il punto di inizio, il luogo in cui ho sentito le prime parole, dove ho ascoltato e ancora ascolto le storie raccontate dalle strade che mi circondano. E’ la mia identità, così come il mio teatro è un teatro d’identità, per cui è naturale per me legare il mio lavoro alla mia terra. La Sicilia è ciò che sono e che sono diventata”.

Sei un’artista molto versatile e attiva in una vasta gamma di generi e campi, eppure il ruolo che racchiude un po’ tutti i tuoi sforzi creativi è quello della scrittrice: scrivi le sceneggiature dei tuoi spettacoli e film, pubblichi romanzi e racconti per bambini, ecc. Qual è il tuo rapporto con la “parola” e, in particolare, con la lingua e il dialetto all’interno di una visione artistica che invece spesso trascende la parola per affidarsi ai corpi degli attori?

“Uso molto il dialetto ma la mia è una lingua reinventata e adattata alla scrittura teatrale: non un semplice strumento verbale ma un elemento fedele all’espressività fisica degli attori. Non si tratta dunque tanto del dialetto della parola: i corpi dei miei attori “parlano” dialetto.  I miei spettacoli s’incentrano su storie originali, non su fatti reali: non sono interessata a documentare la realtà. E’ il lavoro d’improvvisazione che sviluppa la storia. Per questo non impongo un testo ai miei attori; il testo nasce da loro, tutto succede sul momento in una ricerca continua. E’ un’evoluzione e un’involuzione allo stesso tempo e, in questo processo, così come qualcosa si trova qualcosa inevitabilmente si perde. Fa parte del lavoro, un lavoro tormentato, e anche pesante per il corpo. I nostri spettacoli vengono presentati più volte nel corso degli anni e quindi invecchiano con il corpo degli attori. I corpi sono contenitori di tempo, orologi biologici, che danno sempre nuova vita agli spettacoli, una vita che coltiviamo mentre i corpi sono sempre più acciaccati, danneggiati e imperfetti. Prendi Le sorelle Macaluso, ad esempio: presentate nel 2014 dopo due anni di gestazione, sono vecchiette adesso…”

La tua produzione teatrale comprende anche la rivisitazione dei classici. Che cosa significa per te lavorare su questo repertorio, specie in una terra come la Sicilia tanto impregnata di dramma antico?

“I miti classici sono alla radice della cultura cui appartengo. E’ inevitabile per me esplorare l’universo del teatro antico. Il mito risuona in noi ancora oggi, perché è lì che nascono i grandi quesiti. Persino il linguaggio nuovo che creiamo sul palco come parte della sceneggiatura deriva da quel linguaggio antico. Un esempio di questa indagine originale del mito classico è Verso Medea, spettacolo vincitore di diversi premi, con Elena Borgogni come protagonista e in cui le voci speciali dei fratelli Mancuso ricoprono un ruolo cruciale. Al momento sto lavorando sulla trilogia tebana di Sofocle, e le Baccanti ed Eracle di Euripide. Quest’ultimo sarà presentato la prossima estate al Teatro Greco di Siracusa”.

Di recente ti sei anche misurata col cinema. Per il tuo primo film, Via Castellana Bandiera, sei tornata alle tue origini di attrice, oltre ad averne scritto il copione (basato su un tuo romanzo) e diretto la regia. Parlaci di questo film intenso e profondamente teatrale. In esso si ripete una frase presente anche in Le sorelle Macaluso: “Avete tutti torto e avete tutti ragione”. Ce la commenti?

“Per me il cinema e il teatro si arricchiscono a vicenda. Questo è il mio primo film (anche se ho appena finito di scrivere il secondo, un adattamento de Le sorelle Macaluso) ed è stata un’esperienza eccezionale perché l’ho osservata dall’interno nel ruolo di una delle due protagoniste. Diciamo che mi sono ritagliata un ruolo da regista dentro al film: Rosa, il personaggio che interpreto, è quella che prende la decisione di fermarsi, di non indietreggiare e di creare una situazione di stallo, trasformandosi in questo modo nella regista dell’azione nel film.

È la storia di due donne alla guida delle loro auto, che prendono la stessa strada, ma in direzioni opposte e si rifiutano di fare retromarcia, restando così dietro al volante, in attesa che l’altra faccia la prima mossa. Diverse per età e non solo, si àncorano a questioni di principio creando così un’impasse tra due mondi, una guerra futile. Entrambe hanno torto e ragione, perché essere nel giusto è una questione di punti di vista e la verità non sta mai da un lato soltanto. Ad avere veramente ragione è la strada che non è poi neppure tanto stretta come i personaggi del film la fanno sembrare. In realtà, la strada è larga, come mostra chiaramente l’ultima scena del film, accompagnata dall’intensa canzone dei fratelli Mancuso, vincitrice di una menzione speciale al Festival del Cinema di Venezia nel 2013. La strada è grande e c’è spazio per tutti. Il vero problema sta nella testa delle persone e non nello spazio che occupano”.

Le Sorelle Macaluso (Credits: Carmine Maringola)

Ti sei cimentata anche con l’opera, a cominciare dalla Carmen di Bizet, presentata alla Scala di Milano nel 2009 con Daniel Barenboim come direttore d’orchestra, un lavoro che ha suscitato un acceso dibattito. In tempi più recenti, la tua rivisitazione del Macbeth di Verdi è stata premiata al prestigioso Festival di Edimburgo. Come descriveresti il tuo rapporto con l’opera?

“Diciamo che sono entrata nel mondo dell’opera dalla porta principale, come una principessa, con l’opera migliore al mondo, nel teatro più importante al mondo e con il più grande direttore d’orchestra del mondo. Io, abituata a lavorare con un piccolo gruppo d’attori in un sottoscala, all’improvviso mi sono ritrovata a dover gestire 250 persone sul palco. Tanto che ci scherzavo sopra, dicendo che sono passata dal sottoscala alla Scala!

Il tutto è iniziato con una telefonata, un giorno mentre friggevo melanzane – attività quotidiana in Sicilia. A chiamarmi era il direttore artistico della Scala, Stéphane Lissner, che mi chiedeva di aprire la stagione operistica il 7 dicembre con la Carmen. In quel momento, confondendomi con le date, gli risposi che non potevo perché ero già impegnata con un laboratorio e che dovevo chiudere la chiamata perché mi si stavano bruciando le melanzane. Sono fatta così a volte, ingenua e incosciente… Per fortuna, Lissner mi ha richiamato e, quando mi sono resa conto della posta in gioco, ho detto: “Sì, certo!”.

Questo progetto è stato una scommessa esaltante. Ho seguito il mio istinto senza paura, specie grazie alla guida di Barenboim. Un lavoro bellissimo che mi ha profondamente segnata e che è stato anche molto contestato. I tradizionalisti mi hanno fischiata con veemenza, alcuni addirittura minacciata: non volevano che mi avvicinassi più alla Scala. Ho persino ricevuto email con minacce di morte, che naturalmente ho conservato. Nonostante questo, da allora lavoro con l’opera regolarmente: devo farne una l’anno o vado in astinenza!”

I tuoi lavori sono permeati di musica della più grande varietà, dalla classica al folk, al pop e al rock. Qual è il ruolo della musica nel tuo processo creativo?

“La musica è essenziale nel mio lavoro, specialmente perché per me ha a che fare con il silenzio. Ogni spettacolo è il risultato di uno o due anni di lavoro collettivo con la compagnia: all’inizio metto su della musica – di ogni tipo – e chiedo agli attori di ascoltare e reagire. Poi la musica sparisce e loro restano da soli nel silenzio. Eppure non sono soli davvero, sono con il silenzio e con ciò che resta di quella musica nello spazio sonoro. Ciò che m’interessa è quel momento impalpabile tra una nota e l’altra. La mia arte si sviluppa lungo il solco del silenzio”. 

Questa stagione di Peak Performances all’Alexander Kasser Theater è interamente dedicata alle donne e alle loro innovazioni nello spettacolo, una visione fortemente voluta dal direttore artistico Jed Wheeler con l’obiettivo di portare l’attenzione sul lavoro delle donne, spesso trascurato eppure fondamentale. Cosa ne pensi tu, come donna e artista?

“Francamente, io non penso al mio lavoro e a me stessa in quanto donna o uomo. Faccio quello che desidero e che è importante per me. Eppure col tempo ho imparato che sono vista e trattata da donna, e donna siciliana nello specifico… carnagione scura e per di più bassina! Eppure ciò che faccio, al di là del successo che riscuoto, non produce gli stessi risultati che produrrebbe per un uomo. Un uomo della mia età, 50 anni, e con lo stesso tipo di esperienza che ho io, avrebbe tutti ai suoi piedi. Se fossi Emmo Danto sarei una figura affascinante e carismatica, ma in quanto donna, Emma Dante intimidisce. E la cosa più sconvolgente è che, almeno in Italia, una donna deve eccellere per mantenere ruoli di spicco che sono invece accessibili a uomini dalle qualità mediocri. La pressione e le aspettative che gravano sugli uomini sono generalmente più contenute”.

Parlaci de Le sorelle Macaluso: la genesi, il successo e il significato che può avere negli Stati Uniti, dove ha debuttato il 16 novembre.

“Ci abbiamo lavorato per due anni, incontrandoci mensilmente per una o due settimane. Il punto di partenza erano le donne e, infatti, originariamente, il laboratorio era composto da sole donne. Questa sorellanza ha poi generato un mondo più complesso, fino ad abbracciare anche figure maschili, sia vive che morte. Si tratta di una storia di tensioni familiari, di vita e di morte, dolore e gioia, e in quanto tale rappresenta un racconto universale con la potenzialità di raggiungere anche il pubblico e la critica americani, come ha già fatto in Europa e in Sud America. E’ uno spettacolo baciato dalla fortuna, con 300 repliche al suo attivo a oggi, e sono davvero felice che sia stato portato al Kasser Theater in collaborazione con l’Inserra Chair e il Programma di Italiano (Dipartimento di Lingue Moderne) alla Montclair State University, per essere visto da spettatori dell’area metropolitana di New York e del New Jersey”.

Vedi qui il link diretto allo spettacolo.

Lo spettacolo ha già ricevuto una recensione molto positiva dal New York Times, il 17 novembre: The Sisters Macaluso is Critic’s Pick!.

* Teresa Fiore, Inserra Chair in Italian and Italian American Studies, Montclair State University

Traduzione di: Laura Campisi.

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