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A Torino arriva “Balon”, il film-accusa sullo scempio umanitario in Libia

"Non possiamo restare indifferenti", ha detto al Torino Film Festival il regista siciliano Pasquale Scimeca

Un'immagine del film Balon, di Pasquale Scimeca

Nei giorni in cui sembra sia stata trovata la quadra tra, Italia, ONU e organizzazioni umanitarie sulla Libia, il regista di "Balon", che racconta le storie di due ragazzi che scappano verso una vita migliore, torna sulle violenze sui migranti da parte delle autorità libiche: "Ma il mio non è un film sull’immigrazione, bensì sull’Africa", precisa Scimeca

L’accordo che l’Italia ha firmato con la Libia il 2 febbraio 2017 ha affidato ai libici il pattugliamento costante delle coste e il compito di impedire ai migranti di lasciare il paese africano per raggiungere l’Europa. In cambio il governo italiano si è impegnato a finanziare infrastrutture per il contrasto all’immigrazione irregolare e a fornire assistenza tecnica alla guardia costiera libica.

Un accordo che è stato più volte criticato dalle organizzazione umanitarie che denunciano la violenza sui migranti da parte delle autorità libiche. Di recente, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha definito disumana la cooperazione tra Unione Europea e Libia per gestire la crisi migratoria.

Il regista di “Balon”, Pasquale Scimeca (Foto di: Lavinia Pinzari)

“Non possiamo restare indifferenti di fronte al dramma che stiamo vivendo. Di fronte a quello che sta accadendo in Libia. Di fronte agli stupri, ai maltrattamenti, alla detenzione forzata e agli omicidi”. A parlare è il regista Pasquale Scimeca che ha portato al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile la pellicola Balon, il dramma di chi è costretto a fuggire da miserie e violenze per raggiungere l’Europa.

“Ma questo non è un film sull’immigrazione ma sull’Africa”, precisa il regista siciliano noto al pubblico per il film Placido Rizzotto presentato a Venezia nel 2000 e per Biagio uscito nel 2014. “Per anni ho visto arrivare i barconi. Ho parlato con i profughi che mi hanno raccontato le loro storie. Ho ascoltato i dibattiti e ho letto i giornali, per cercare di farmi un’idea. Di avere un’opinione precisa. Ma invece è davvero difficile capire quale sia la posizione italiana sull’immigrazione: c’è solo confusione.  Allora ho deciso di andare in Africa e vedere come stanno davvero le cose.”

I due protagonisti del film: Amin, David Koroma (a destra) e sua sorella Isokè, Fatmata Kabia (Foto di: Lavinia Pinzari)

La storia è quella di Amin, David Koroma, e sua sorella Isokè, Fatmata Kabia. I due ragazzi vivono in un villaggio di povera gente privo di elettricità e di acqua. Il personaggio principale, Amin, è un bambino di dieci anni a cui piace studiare ma la sua scuola dista ben sei chilometri a piedi da casa. Prima  ancora deve andare a prendere l’acqua dal pozzo e badare ai suoi fratelli. Trova anche il tempo di giocare a calcio, la sua passione. Isokè a soli 15 anni sogna di diventare il primo medico donna del suo Paese.

Un giorno una banda di predoni assalta il villaggio,  brucia la  loro casa e uccide i genitori  e i fratelli.  Rimasti soli, i due ragazzi fuggono verso il Nord, finché non raggiungono il deserto, dove vengono soccorsi da una coppia di archeologi che li porta in Libia. Catturati da una milizia, dopo mesi di violenza, prigionia e lavoro da schiavi, riescono a salire su un barcone che leva l’ancora verso l’ignoto.

Il film non si limita a documentare la realtà di una tragedia che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi  ma vuole indagare i motivi che spingono migliaia di persone ad affrontare il mare su imbarcazioni di fortuna. Ad attraversare il deserto infuocato e a rischiare la vita per un futuro incerto. Per farlo Scimeca ha deciso di utilizzare attori non protagonisti che riescono a mettere in discussione la nostra capacità di provare empatia verso il prossimo.

Il regista punta il dito  contro il sistema mediatico responsabile attraverso una costante operazione manipolatoria dell’opinione pubblica di aver contribuito alla formazione di una mentalità ostile allo straniero. Ormai l’immigrato è equiparato ad un delinquente, ad un portatore di malattie infettive e a un terrorista . La figura quella dell’immigrato diventato il capro espiatorio perfetto dei disagi , dell’insicurezza e dei diversi malesseri della società. Perché non sempre sono esperienze dirette quelle che alimentano le nostre paure, ma informazioni rivisitate e nella maggior parte dei casi deviate.

“Mi auguro quindi – conclude Scimeca –  che il film aiuti a riflettere su cosa stiamo vivendo in questi giorni e sulle lunghe conseguenze che vivremo ancora per molti anni a venire.”

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