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Charlie Chaplin, l’espressività dei sentimenti in una vita senza parole

Morì a Londra, nel Natale del 1977, il famoso attore che nel suo cinema seppe esprimere le emozioni dell'uomo attraverso la sola corporeità

A sinistra, Charlie Chaplin in una scena di "Work" (1915) Foto da: Youtube

In tante scene, sempre scritte, musicate, e recitate da lui, fornisce forse la versione più alta e raffinata del “mutismo” nel cinema, diventando l’icona novecentesca della vita vissuta senza parole. Ma non senza storia, essendo riuscito proprio così a rappresentarne le pieghe più intense

Era una notte di Natale anche quella: nel 1977, quarant’anni fa. Ci lasciava a 88 anni Charlot, nato Charles Spencer Chaplin a Londra in una tipica periferia urbana da un padre ubriacone ed una madre appassionata di canto ma senza talento. Un’infanzia difficile in orfanatrofio diventa una scuola di vita, e lo porta prestissimo sul palcoscenico, prima come cantante, poi come attore, e gli apre un percorso straordinario nel cinema della prima metà del Novecento. L’uomo venuto dal nulla inventa una forma straordinaria di cinematografia.

Mitico Vagabondo, nell’omonimo film, vestito in modo buffo e sgraziato, destinato a vivere ai margini della società e reietto dalla gente, ma non privo di una sua eleganza e di una strana aria da gentleman decaduto. E’ persino dotato, lui così conciato, di un’astuzia che gli consente di sopravvivere alle disavventure e talvolta persino di affrontare personaggi tanto più grossi di lui, nel fisico e nella posizione sociale. Inevitabile bersaglio della cattiveria umana, degli eccessi del potere e di infausti eventi individuali che finiscono per accentuarne la malinconia innata.

Charlie Chaplin in una scena di Tempi Moderni

Charlie Chaplin in una scena di Tempi Moderni

Quel vagabondo è un simbolo di generazioni di giovani, negli anni ’20 e ’30, alle prese con i problemi della sopravvivenza e con la difficile conquista di uno status sociale, di un lavoro e di un minimo di dignità personale. Un’America divorata dalla crescita. Un destino in comune con tutti i perdenti della terra, incapaci di emergere, di tenere testa ai potenti, ai furbi, a chi è riuscito comunque ad affermarsi nella vita: unica consolazione, tra gli esseri viventi, la compagnia di qualche animale, soprattutto un cane, e, quando va bene, il languido sguardo di una fanciulla, che però tutti, donne ed animali, condividono con lui la medesima condizione miserabile e infelice.

In difficoltà in ogni situazione, è un operaio pasticcione nei Tempi moderni, e diventa simbolo di un radicale conflitto con l’angosciosa modernità delle macchine, delle catene di montaggio, dei ritmi disumani di lavoro: la vertigine di un’epoca che vive un cambiamento travolgente, ponendo l’uomo in un ingranaggio terrificante e alienante, capace di schiacciare nella sua durezza ogni residua umanità. Un’inquietudine rappresentata fisicamente da quel corpo magrissimo che volteggia frastornato nella nuova e incomprensibile epoca moderna.

Charlie Chaplin

Interprete del cinema muto, solo ne Il grande dittatore, sarcastica rappresentazione dell’abominio nazista, affida alla figura del barbiere ebreo la loquacità di uomo mite in lotta perenne con la cattiveria umana, e a quella dello stesso dittatore Adolf Hitler la saggezza – impossibile – di uno strabiliante «discorso all’umanità». Ma non manca di ritagliarsi delle scene, quelle iniziali del soldato barbiere nella prima guerra mondiale, ancora mute, al modo dei suoi personaggi storici.

In tante scene, sempre scritte, musicate, e recitate da lui, fornisce forse la versione più alta e raffinata del “mutismo” nel cinema, diventando l’icona novecentesca della vita vissuta senza parole. Ma non senza storia, essendo riuscito proprio così a rappresentarne le pieghe più intense. È tanto densa l’esistenza di Charlot: espressiva, piena di significati, lucida nella rappresentazione della sofferenza e della allegria, della tristezza e dei sussulti di gioia. Una gamma inesauribile di sentimenti e di emozioni, dall’acutezza del dolore, al languore della malinconia, alla sfrenatezza della gioia irragionevole. Per raccontare non solo lo spirito di chi nasce, vive e muore, ma anche i guizzi di colui che prova a ribellarsi al destino già segnato.

Riesce a farlo usando un solo strumento espressivo, quel corpo esile e agilissimo, leggero e mobile, da muovere e agitare a piacimento, secondo il caso e le esigenze. Non la voce. Certo questo avveniva per i limiti tecnici del cinema di allora, ben diverso da quello tecnologico e avveniristico di oggi. Ma non era solo un fatto di necessità. La mancanza di voci e di suoni non è un limite in quella rappresentazione dell’esistenza, piuttosto un modo raffinato di perseguire la dimensione esile della purezza espressiva, nella quale ogni parola è superflua e forse inutile. E per questo quel silenzio è tale da lasciare davvero senza parole anche lo spettatore.

Era sempre se stesso Charlot con il suo corpo, le sue idee, il suo modo di intendere la vita, e nello stesso tempo così diverso nelle varie stagioni dell’esistenza, nella diversità degli incontri, nei momenti alterni della giornata. Quasi una molla eternamente carica e consapevole, per mostrare le ferite dell’animo, le rivolte della mente, il peso delle avversità nel quotidiano. Una vita in perenne allerta, sofferente ma in qualche modo indomita, persino pronta a una soprassalto di dignità, una reazione di energia, contro i vicini prepotenti, e spacconi.

Ma soprattutto la corporeità dell’espressione si concentra nella mimica di quel viso illuminato dagli occhi dolcissimi e malinconici, e ed esaltata da quegli eterni baffetti neri,  “a spazzolino“, languidi e mai minacciosi: elementi capaci di costruire l’immagine di un uomo mite, perennemente alle prese con le disgrazie della vita, e però dotato di un’arguzia, che se non gli permetteva di sovvertire radicalmente l’infausto destino, così comune a tanti, di uomo sconfitto dalle avversità, almeno gli consentiva di sopravvivere. E di superare le tragedie più brutte. Si può trovare in questo modo una via di riscatto dalla miseria, dalla malvagità e dall’ingiustizia, nel viaggio sofferente della vita.

«E va bene così, senza parole», canta Vasco Rossi. Per necessità oppure per scelta, si vive anche senza parole, nel silenzio misterioso ed illuminante del viso e del corpo. Hai l’impressione che tutto ti sia avverso, ti rubano il tempo e la dignità. Non riesci più a pensare, e fai fatica a ribellarti e a dire la tua, a trovare le parole per contrastare il male. Forse non ce la fai neppure a sopravvivere. E soffri una terribile solitudine. Non importa. Fuori, talvolta, c’è il sole. E se il cielo è cupo, magari incontri l’affetto di un cane, o gli occhi lucidi di una ragazza. Non pensi che siano esseri anche più sventurati di te. Ti basta quel contatto e ricambi con affetto i loro piccoli gesti. Davvero all’umanità «non servono più macchine», ma solo «più bontà e gentilezza». Ci sono tanti modi per dirlo. Anche senza parole.

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