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“The Post”: la libertà della stampa e delle donne, contro minacce e segreti

Il nuovo film di Steven Spielberg racconta della scoperta dei Pentagon Papers, che nascondevano le bugie sul Vietnam da parte di quattro Presidenti USA

Tom Hanks (che interpreta Ben Bradlee) e Meryl Streep (che interpreta Katharine Graham), in una scena del film

La storia, vera, riguarda lo scoop giornalistico fatto nel 1971 dal New York Times (supportato poi dal Washington Post), che ebbe tra le mani la relazione top secret di 7mila pagine, stilata dall'allora Segretario alla Difesa Robert McNamara. Una battaglia legale per la libertà della stampa, ma anche delle donne, molto attuale visto il periodo storico vissuto oggi dagli Stati Uniti

The Post, il nuovo film di Steven Spielberg,  regista di cult come Lo squalo, E.T. The Extra Terrestrial, la serie Indiana Jones, Jurassic Park, Schindler’s List, Salvate il Soldato Ryan e il recente Lincoln, racconta la storia vera di quando il Washington Post e il New York Times crearono un’alleanza dopo la sconvolgente scoperta del Times del rapporto top secret che sarebbe diventato famoso con il nome di Pentagon Papers. Anche se lo scoop era del New York Times, il Washington Post cominciò a interessarsi alla storia che aveva provocato minacce legali e mobilitato tutto il potere della Casa Bianca contro il Times.

I Pentagon Papers, una relazione top secret di 7.000 pagine, che era stato stilato nel 1967 per l’allora Segretario alla Difesa Robert McNamara, avrebbe scatenato un’onda d’urto nell’opinione pubblica perché rivelava in maniera inequivocabile una serie di bugie sulla guerra in Vietnam, nascosta da quattro presidenti di fila degli Stati Uniti d’America, da Truman a Eisenhower, fino a Kennedy e Johnson. Nella questione entrava anche il destino di milioni di persone, che combattevano una guerra che il  governo americano non credeva di poter vincere e  che, terminata nel 1975, costò la vita a 58.220 soldati americani. Una storia oscura di assassini, violazioni della Convenzione di Ginevra, elezioni truccate e bugie raccontate al Congresso.

Tom Hanks (Ben Bradlee) e Meryl Streep (Kay Graham), in una scena del film. Foto: Niko Tavernise

I protagonisti di quella battaglia legale contro la Corte Suprema a difesa della libertà di stampa sono Katharine Graham , interpretata da Meryl Streep, la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è di norma maschile, e Ben Bradlee, Tom Hanks,  il duro e testardo direttore del suo giornale. I due premi Oscar formano nel film un’improbabile coppia nella lotta per  portare pubblicamente alla luce ciò che quattro Presidenti hanno nascosto e insabbiato per anni. Hanks era più convincente in Forrest Gump che ora come direttore di un giornale. Meryl Streep fa la sua parte in automatico.

In generale il film segue il modello delle grandi inchieste giornalistiche arricchito da una scenografia finalizzata al realismo, cominciando dalla tipografia, arredata con linotype autentiche come le compositrice. E poi ci sono le redazioni affollate di giornalisti a caccia di scoop, gli stagisti tuttofare e il ticchettio delle macchine da scrivere. Un thriller politico che nonostante sia ambientato nell’America degli anni ’70, si rivela comunque profondamente attuale.

“La libertà di stampa consente ai giornalisti di essere i veri guardiani della democrazia, ma oggi quel diritto è sotto attacco”,  precisa  Spielberg in conferenza stampa. “Ogni giorno la stampa americana deve combattere quotidianamente contro le accuse di fake news, se pubblica notizie che non piacciono al Presidente. Forse lo scenario attuale è ancora peggiore del 1971”.

Solo qualche giorno fa Trump ha infatti additato la stampa “nemica del popolo”, parlando di democrazia in pericolo. “Un attacco senza precedenti e ingiustificato”, nota Tom Hanks con molta amarezza. “La libertà di stampa protegge le persone! Non serve chi governa, ma chi è governato”.

Meryl Streep (Foto: Tavernise)

Il film esce in un momento molto critico per gli Stati Uniti in cui gli attacchi alle donne arrivano direttamente dai vertici del governo  mentre imperversa la campagna #metoo contro le molestie sessuali nata con lo scoppio del caso Weinstein. “Per questo motivo Kay è il nucleo emotivo del film” tiene a precisare Spielberg. “Parliamo di una donna che da casalinga si trasforma nell’editrice di una delle più grandi testate giornalistiche. Lei una leader che non si era mai messa alla prova e che impara in un momento così cruciale a far sentire la sua voce  in un mondo governato da uomini”.

“In quelle redazioni – aggiunge la Streep –  le uniche donne presenti erano le segretarie e anche per questo che la Graham ha dimostrato di avere coraggio. Il problema è che oggi non lo insegniamo abbastanza alle nostre ragazze”. A proposito del  movimento “Times Up” contro gli abusi sessuali, afferma che l’aria è cambiata, non solo a Hollywood, ovunque. “ E se per qualcuno le donne si sono svegliate troppo tardi, è proprio degli esseri umani imparare molto lentamente. Ma sono molto ottimista per il futuro e sono sicura che si continuerà ad andare avanti su questo fronte”.

Dal sessantotto sono passati quasi dieci lustri, dalla battaglia dei sessi 44. Ma la strada per cambiare radicalmente i rapporti tra donne e uomini rimane tutta in salita. Sembra che dalla notte dei tempi si sia gradualmente affermato  un sistema in cui il genere è diventato pretesto per stabilire gerarchie ingiustificate. Eppure secondo Spielberg le donne hanno spesso dimostrato di ribellarsi agli schemi dentro i quali gli uomini le vogliono costringere. “Come è accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma alla fine del conflitto la loro conquiste non sono state riconosciute e sono ritornate in cucina. In realtà – aggiunge – il problema vero sono gli uomini che non hanno la capacità di controllarsi e di accettare un “no” come risposta proprio dalle donne. Fino a quando questo ci sarà, la battaglia dei sessi non avrà mai fine”.

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