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“Nome di Donna”, il primo e necessario film italiano contro le molestie

"Nome di donna", diretto da Marco Tullio Giordana, tratta il delicato e controverso tema delle molestie sessuali sui luoghi di lavoro

Michela Cescon, Marco Tullio Giordana e Cristina Capotondi (foto di Lavinia Pinzari)

Un fenomeno di proporzioni enormi in Italia, a fronte del quale solo una sparuta minoranza sceglie di reagire

Cosa succede ad una donna quando viene lasciate sola da altre donne ad affrontare il capo orco?  Lo racconta con precisione Marco Tullio Giordana, il regista di “Romanzo di una strage” e “I cento passi”, nel nuovo film “Nome di donna”, uscito nelle sale oggi 8 marzo, nella Giornata Internazionale della donna, e in pieno deflagrare della campagna internazionale antimolestie #metoo.

Siamo in una piccola provincia della Lombardia. Nina, interpretata da Cristiana Capotondi, tra le firmatarie del recente manifesto delle donne dello spettacolo contro le molestie, è una ragazza madre con il disperato bisogno di un impiego. Lascia Milano per andare a lavorare in una residenza per anziani facoltosi.  L’ambiente all’apparenza sereno e accogliente è una menzogna che si sgretola sotto il peso di segreti scomodi e torbidi.

Dopo aver rifiutato le avances del dirigente della struttura, interpretato da Valerio Binasco, Nina sceglierà di non restare una vittima ma di rompere  il muro di omertà tenuto in piedi dalla paura che protegge i colpevoli. L’idea del film è venuta in mente tre anni fa alla giornalista Cristiana Mainardi, qui alla sua prima prova da sceneggiatrice, con l’intento di vedere cosa è successo nei vent’anni passati dalla modifica della legge sulla violenza sessuale del ’96, che l’ha trasformata da reato contro la morale a reato contro la persona. Occupandosi anche del tema delle molestie, ma con un difetto importante, che sarebbe bene rimediare al più presto: chi decide di denunciare ha soltanto 6 mesi di tempo per farlo.

Perché la molestia non ha niente a che vedere con un flirt. “Una volta li chiamavano complimenti…”, dice nel film Adriana Asti nei panni di una vecchia attrice, ospite della casa di riposo. Non riconoscere le molestie è una conseguenza del sessismo ordinario, completamente banalizzato nella nostra società.  Perché mentre sui social, le testimonianze di persone molestate sessualmente esplodono, sui posti di lavoro, il tema rimane tabù.

L’Istat ha pubblicato meno di un mese gli ultimi dati sulle molestie sessuali sul luogo di lavoro. Sono 1 milione 404 mila le donne tra 15 e 65 anni che nel corso della loro vita lavorativa hanno subito molestie fisiche sul luogo di lavoro, o da parte di un collega o di un datore di lavoro, o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Rappresentano l’8,9% delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione . Solo negli ultimi tre anni  queste molestie hanno riguardato oltre 425mila donne (il 2,7%).  Per la prima volta nella storia di questa tipologia di studio, sono state rilevate anche le molestie a sfondo sessuale ai danni degli uomini. Un milione 274 mila uomini hanno ricevuto molestie a sfondo sessuale, quasi sempre da altri uomini, non necessariamente sul luogo di lavoro.

Cristiana Capotondi (Foto di Lavinia Pinzari)

Cristiana Capotondi spera che è il film possa dare un contribuito ad aprire uno squarcio sul substrato sociale della violenza più diffusa e silente, l’esercizio di potere che un datore di lavoro esercita su un suo subordinato, uomo o donna che sia, per ottenere qualcosa che altrimenti non otterrebbe. “Per questo penso che questa non sia una battaglia di genere, ma deve unirci tutti”, ha tenuto a precisare l’attrice romana.

Nome di donna  non è un film perfetto: risulta qualche volta lezioso, didascalico e, vista la tematica, non sempre morde come dovrebbe. Ma convince per la forza con cui cerca di  dare voce a quelle donne, come Nina, che hanno avuto il coraggio di uscire da quell’esercito relegato nel limbo del silenzio per dimostrare di “non essersi inventate nulla”.

 

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