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Banksy, la relatività dell’arte di strada: Proserpio ci racconta il suo documentario

"The man who stole Banksy" parte dal furto di un graffito su un muro, per toccare molti più temi e questioni irrisolte; dietro la street art c'è molto altro

di Clara Ramazzotti
Un altro italiano, Marco Proserpio, ha portato al Tribeca Film Festival 2018 il suo lavoro. Il suo documentario, "The man who stole Banksy", inizia a parlare di un'opera d'arte di strada, per arrivare poi a trattare di battaglie politiche, faide, scontri religiosi e questioni irrisolte. Riguardo a questa storia, il regista ci ha detto che...

Tribeca Film Festival 2018. La storia dell’arte, intesa davvero come racconto della nascita, vita e talvolta morte di un’opera, è un viaggio affascinante e sorprendente. Lo ha dimostrato il meraviglioso quadro rinominato “Woman in Gold”, il ritratto di Adele Bloch-Bauer dipinto da Klimt ed esposto alla Neue Gallerie di New York. O si nota nei viaggi avventurosi intrapresi dalle creazioni di Raffaello e Da Vinci, rubati e nascosti sotto ai letti e oggetto di progetti politici utopici e strumentali. Gli artisti e ciò che producono permettono di raccogliere tanti pezzi di un vasto puzzle, il tempo in cui viviamo, e di prendere coscienza di ciò che accade di generazione in generazione.  “The Man Who Stole Banksy”, documentario diretto da Marco Proserpio e presente al Tribeca Film Festival 2018, parte anche da qui, dalla storia di un’opera dipinta su un muro che rappresenta anni di battaglie politiche, faide, scontri religiosi e questioni irrisolte, e soprattutto che divide la Striscia di Gaza da Israele.

Banksy ha creato di recente un murales politico qui a New York, in questo caso dedicato all’incarcerazione della pittrice e giornalista-attivista Zehra Doğan. Come cambia l’importanza di un’opera di street art a New York e in Palestina?

“Per rispondere userò un concetto di Ron English (artista che ha disegnato a sua volta il West Wall in Palestina, ndr) spiegato poi nel documentario. Con Banksy accade la stessa cosa che accadde con John e Yoko. Ovunque lui va i media lo seguono, tutti lo cercano. Di conseguenza Banksy ha capito che può portare l’attenzione dove vuole. Il contesto cambia sicuramente, New York è una vetrina”.

Per questo motivo Walid, un taxista palestinese “protagonista” del documentario, decide che il murale della discordia, il soldato israeliano che chiede i documenti a un asino, deve sparire. Perché poi non approfittarne per creare un servizio ancora più utile: venderlo. Walid taglia letteralmente la porzione di muro con l’opera di Banksy ed è pronto a lasciarlo a qualche ricco collezionista d’arte. L’asino offende la comunità palestinese e, mi spiega Marco, “qui subentra la relatività dell’importanza di un’opera d’arte. Banksy è un’artista per noi occidentali, ma in Palestina si domandano cosa vuole insegnare questo londinese graffittaro a loro”.

Esposizione di “Donkey Documents”, graffito di Banksy.

Banksy lo possiamo trovare sui magneti da frigorifero e su un muro che ogni giorno separa un problema da un altro problema. Lavorando su questo progetto credi che la street art stia perdendo il controllo e i diritti su ciò che produce?

“Fa parte del gioco: puoi sfruttare la strada come luogo pubblico, e non puoi impedire foto e diffusione di quelle foto. A livello pratico è difficile reclamare un tuo diritto e copyright: in teoria la street art è illegale e se fai qualcosa d’illegale puoi non avere la possibilità di chiedere il diritto d’autore. Ha senso, altrimenti il giudice diventerebbe critico d’arte e dovrebbe stabilire se e quando un murales è da proteggere. Con Banksy è come appendere una banconota per strada, è così famoso che tagliare un muro con una sua opera significa entrare nel mercato di scambio delle opere di strada, vendute anche a grosse cifre a insaputa degli artisti. Era nata come voce per gli emarginati, ora questa tendenza a staccare e rivendere le opere, credo, cambierà il loro approccio”.

Tagliare un’opera da un muro significa anche tagliarla dal contesto in cui si trova. E questo può voler dire che stiamo privando di senso il lavoro dell’artista. Se spostassimo il murale di Zerocalcare da Rebibbia non capiremmo al 100% cosa significa uscire dalla metropolitana ed entrare nel quartiere. Per non parlare del muro di Berlino smembrato al punto che si può bere un caffè a NY in una piazzetta dove troneggia proprio una sezione.

“Visitando Betlemme, prima di Banksy, si notava che il turismo era legato alla religione e alla nascita di Gesù. I turisti scendevano da un autobus, entravano nella chiesetta e se ne andavano a casa. L’economia di Betlemme ora è anche artistica: è cambiata la rotta, ci sono tantissimi giovani in quartieri improbabili che vogliono assolutamente vedere gli artwork. Intendo dire che le location sono scelte appositamente, puntigliosamente, proprio dove ci sono i clashes o nei refugee camps. L’opera è fatta per portarti esattamente lì e nel suo contesto, che ha intorno. Senza quel luogo l’opera perde valore e probabilmente anche interesse, ma quando ho seguito questo pezzo di Banksy ho notato che comunque faceva parlare di Palestina. Quindi il messaggio continua a circolare se non succede quello che è successo a Donkey Documents: finire chiuso in una scatola dove nessuno lo può vedere o farsi un’idea critica. L’arte che finisce così non parla più a nessuno”.

Intervista di Clara Ramazzotti a Marco Proserpio, regista del documentario “The man who stole Banksy”.

Credi che si possa parlare anche di “preservare” la street art grazie al mercato che ci hai mostrato nel documentario, o siamo solo davanti a una caccia all’opera da mettere in salotto?

“Ogni caso è a sé, dipende dall’opera e dalla sua storia. Non c’è bianco e nero, diversi personaggi hanno fatto ciò che ha fatto Walid, ma le motivazioni o l’approccio sono differenti. Esistono critici e studiosi che vogliono proteggere la street art, perché ormai non è più arte da ragazzini, come si è cercato di mantenere traccia degli affreschi”.

Gli street artist della western society sono presuntuosi?

“I Palestinesi sono abituati ad avere il biggest canvas al mondo. La polemica è più profonda: vanno, fanno un disegno o lo cercano per una foto, scattato il selfie sono già a Tel Aviv per il prossimo volo aereo. C’è una forma di tourism activism, termine interessante e che credo vedremo sempre di più. Lo stesso Banksy, che fa ragionare ed è provocatorio, e ha a cuore la situazione in Palestina, non sta comunicando a loro o lavorando per loro: sta mostrando all’Occidente qualcosa che l’Occidente non vede”.

 

“The Man Who Stole Banksy” è diretto da Marco Proserpio, prodotto da Filippo Perfido e Rai Cinema, con la voce narrante di Iggy Pop.

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