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“Diva!”: Patierno a Open Roads racconta il suo documentario su Valentina Cortese

La Voce di New York incontra Francesco Patierno, a New York per presentare al Lincoln Center il suo nuovo film tratto dall’autobiografia di Valentina Cortese

Una scena del film.

“Diva!” mette in scena la vita della famosa attrice di teatro e cinema attraverso la voce di otto grandi interpreti del cinema italiano e nostalgico materiale d’archivio

L’ultimo film di Francesco Patierno, in programma a Open Roads il 6 Giugno alle 20:30, si ispira all’autobiografia di Valentina Cortese, Quanti sono i domani passati  (Mondadori, 2012), candidata agli Oscar come miglior attrice non protagonista in “Effetto Notte” di Truffaut, musa di Giorgio Strehler e attrice nei film di Antonioni, Fellini e Zeffirelli.

Il risultato è un documentario che intreccia materiale d’archivio con le voci di otto attrici del cinema contemporaneo che interpretano i passi tratti dal libro della Cortese. Se Michele Riondino dà voce a Giorgio Strehler attraverso una lettera d’amore indirizzata alla sua musa, le attrici Barbora Bobulova, Anita Caprioli, Carolina Crescentini, Silvia D’amico, Isabella Ferrari, Anna Foglietta, Carlotta Natoli e Greta Scarano guidano lo spettatore in un percorso intimo e astratto dal tempo.

Foto di Luigi Ciminaghi.

Valentina Cortese  è una figura necessaria oggi più che mai, una donna che ha esposto le sue fragilità al servizio dei film in cui ha lavorato e che ha rinunciato alla sua carriera a Hollywood ribellandosi alle avance del produttore Darryl Zanuck.  La Voce di New York ha intervistato il regista Francesco Patierno per parlare del suo film e del suo personale stile narrativo.

Come è nata l’idea di “Diva!”?
“L’idea non è nata da me ma dal mio agente. Io avevo appena finito di promuovere “Napoli 44” e lui mi ha proposto questa idea su Valentina Cortese. Io di lei conoscevo pochissimo se non la famosa foto di questa attrice vecchio stampo col foulard, e quindi ho preso tempo per leggere il libro della Cortese di cui il mio agente aveva comprato i diritti. E ho scoperto un mondo, non sapevo tantissime cose della sua vita privata. Per esempio, leggendo l’inizio, si apprende che lei nasce da una famiglia ricca ma poi viene abbandonata e adottata da una famiglia di contadini. E quindi così è nata l’idea di raccontare la vita dell’attrice e di raccontarla al contrario, ovvero di partire dalla maturità e dai successi per scoprire, come un colpo di scena, questo enorme buco nero che poi era stato il motore della sua carriera. In questo modo ho cercato di trasmettere a moltissime persone che potrebbero avere la mia stessa diffidenza iniziale su un film su Valentina Cortese, questo meccanismo di sorpresa”.

Come mai ti sei affidato al documentario per raccontare questa storia?
“Non faccio distinzione di generi, mi piace mischiare. Anche negli altri miei film mischio il linguaggio, perché questo mi permette di creare corto circuiti emotivi che danno allo spettatore un’emozione irrazionale che fa parlare l’inconscio. In “Diva!” ho messo molto delle mie cose interne. E poi è un film al femminile, e sono molto contento, da uomo, di aver raccontato un film al femminile”.

A proposito di questa fortissima presenza femminile, grandi attrici del cinema contemporaneo italiano danno voce alla storia. Come hai scelto le otto protagoniste del tuo film?
“C’era un’idea di partenza molto precisa, quella di usare le attrici non come attrici ma come donne che in qualche modo dovevano identificarsi con la donna Valentina Cortese. Quindi anche loro dovevano mettere, come me, la pancia, e scomporre come un puzzle questa figura in otto e, durante la storia, fare un’opera di ricomposizione. Il criterio di scelta quindi è stata la diversità più che la somiglianza, sia tra di loro che con l’attrice, perché nessuna di loro doveva fare un’opera di imitazione”.

Per quanto riguarda invece l’altro elemento narrativo del tuo film, il materiale d’archivio, come l’hai selezionato per metterlo al servizio della tua storia?
“L’uso di materiale d’archivio è una cosa che mi piace molto, che mi porto dietro da molti dei miei lavori pubblicitari d’esordio. Ho imparato molto presto a utilizzare il materiale d’archivio snaturandolo dalla sua origine e dandogli, col montaggio e con le musiche, un altro significato che si prestava alla storia che volevo raccontare. Quindi era una manipolazione del materiale di repertorio. Con questo film volevo dimostrare una cosa molto precisa e che ho imparato dal lavorare con gli attori: quasi tutti gli attori portano la loro vita privata nelle storie e a volte la storia di finzione si confonde con la storia reale dell’attore che la interpreta. Nel caso di Valentina Cortese è lampante perché lei ha portato quasi tutta la sua vita privata nei film che ha interpretato, e i suoi film allo stesso tempo i suoi film raccontano della sua vita privata”.

Mi racconti del tuo approccio narrativo nello sdoganare i generi dalle loro costrizioni.
“Nasce dalla mia natura. Nasco come disegnatore di fumetti e da tempo mi piace lavorare con patchwork e l’ho trasportato nelle immagini in movimento”.

Nel raccontare la vita della tua protagonista attraverso il re-enactment, hai avuto conflitti etici?
“No. Da questo punto di vista mi sento sempre molto libero. Siccome non manipolo le immagini alterando la realtà ma le uso al fine della narrazione, non ho problemi a prendermi le mie libertà”.

Valentina Cortese ha visto il tuo film?
“Sì, ed è stato clamoroso. Il film esce in Italia il 7 Giugno e proprio qualche giorno fa a Milano per la presentazione del film si è presentata Valentina Cortese. Io mi sono messo dietro e per tutta la durata del film non ho fatto altro che guardare lei che si guardava nel film. Immagina una donna di 95 anni che per la prima volta vede la storia della sua vita scorrerle davanti sul grande schermo. Lei si commuoveva, annuiva, commentava, ed è stato emozionante”.

Quale è il tuo rapporto con il pubblico di New York?
“A Novembre dello scorso anno ho presentato qui a New York “Napoli 44” e per me è stata l’occasione per imparare una lezione importante. Gli Americani sono maestri della sceneggiatura, hanno un modo di raccontare perfetto, preciso, circolare, tutti gli elementi sono al loro posto. Mi sono reso conto che invece il mio modo di raccontare le cose può creare un disorientamento, ma è positivo: persone che non sono abituate a questo tipo di documentario possono avere degli sbandamenti perché non lo riconoscono come un documentario classico, ma alla fine il pubblico ha riconosciuto il valore di mettere in scena qualcosa di diverso. Per esempio il New York Times ha scritto una recensione positiva di “Napoli 44”, ma che evidenziava alcuni punti non chiari per il giornalisti. Io vado comunque per la mia strada”.

Quali sono i tuoi nuovi progetti?
“Ho appena finito di montare il mio ultimo film, un documentario commissionato da Rai Cinema che ha affidato a una serie di registi del cinema dei grandi temi, e che a me ha assegnato la camorra. È stato un modo per dire la mia su un fenomeno che purtroppo conosco bene da Napoletano. E poi sto scrivendo il mio nuovo film, che girerò il prossimo autunno, ma non posso ancora rivelare niente”.

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