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“The Place” sbarca a New York, ma Paolo Genovese ha già in cantiere un nuovo film

Il regista romano, a Open Roads per presentare il suo ultimo film, ci racconta della Manhattan del suo prossimo film

Una scena di The Place.

L’ultimo film di Paolo Genovese ha inaugurato la prima serata di Open Roads. Un bravissimo Valerio Mastandrea nel ruolo di un uomo senza nome chiede a 11 personaggi: “cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?”

È stato presentato il 31 Maggio a Open Roads il thriller di Paolo Genovese “The Place” con Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Marco Giallini, Vittoria Puccini, Giulia Lazzarini, Silvio Muccino, Alessandro Borghi, Vinicio Marchioni e Sabrina Ferilli.

Nel film, che si ispira alla serie televisiva “The Booth at the End”  e scritto da Isabella Aguilar e Paolo Genovese, undici visitatori si presentano al tavolo di un misterioso uomo (Valerio Mastandrea) che sembra capace di accontentare il desiderio di chiunque gli chieda aiuto in cambio di un compito, non affatto facile, da portare a termine.

“The Place” apre allo spettatore una finestra sui luoghi più scuri dell’essere umano e li analizza con freddezza, per ricomporli in un finale che echeggia, in maniera circolare, la domanda di partenza del film: “cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?”

La Voce di New York ha incontrato Paolo Genovese per sapere di più del suo ultimo lavoro e del suo prossimo film, basato sul suo recente romanzo e ambientato a New York.

Paolo Genovese.

Quali sono state le tue sfide da regista nel realizzare “The Place”?
“Dopo “Perfetti Sconosciuti” molti si aspettavano “Perfetti Sconosciuti 2” o qualcosa di simile, ma io avevo deciso di fare una cosa che nessuno si aspettava da me. L’intero film si può definire una sfida. Innanzitutto il tempo: ho preparato il film con un budget molto basso e in pochissimo tempo – girato in 12 giorni con 11 protagonisti, un giorno di riprese per protagonista e un giorno per gli esterni. Poi, a differenza di “Perfetti Sconosciuti” in cui è vero che c’è un’unica location ma si tratta di un’ambientazione reale, in “The Place” l’ambientazione è surreale e ho dovuto raccontare questa storia non attraverso le inquadrature come di solito farei ma piuttosto attraverso il lavoro degli attori. Tutto il film è la storia di una lotta tra il bene e il male sul volto di 10 persone,  e la mia sfida è stata quella di raccontarla”.

Come è stata l’accoglienza del pubblico italiano?
“Alcuni lo hanno respinto, altri lo hanno amato profondamente e sono entrati in questo viaggio. Ma al di là di questo sono contento di aver vinto questa sfida, non tanto tecnica quanto concettuale”.

Hai appena presentato il film al Lincoln Center. Come è stata invece l’accoglienza del pubblico newyorkese?
“Per le commedie è più semplice capire il pubblico, sei in sala e senti ridere, per un film drammatico è diverso, ma dal numero di persone che resta per il Q&A capisci, e ieri sono rimasti tutti. Comunque è un film che scuote e inevitabilmente il pubblico lascia la sala con una domanda”.

Torni a lavorare con Mastandrea. Come è stata la collaborazione con lui su questo set?
“È andata molto bene come sempre, è facile lavorare con lui. Per questo tipo di recitazione che lavora di sottrazione, dove bisogna evitare l’over acting, lui è un maestro, riesce a comunicare con nulla se non un piccolo gesto come sbucciare una mela al momento giusto”.

A proposito di mela, che immagino qualcuno avrà anche letto in chiave simbolica… Il protagonista è sempre neutrale rispetto alle vite dei suoi visitatori. Il cibo sembra l’unico elemento in cui anche lui esteriorizza una qualche forma di desiderio. È così?
“Sì, volevo che questo personaggio avesse anche lui in qualche modo delle pulsioni, dato che deve sempre controllare quelle degli altri, dato che non deve dire per chi patteggia e non può dare consigli. Lui è il custode del libero arbitrio, lo ripete fino allo sfinimento “sei libero di accettare o di non accettare”. Però allo stesso tempo volevo dargli una qualche pulsione nel film e il cibo funzionava”.

Come mai hai deciso di fare un film da una serie televisiva?
“Fatalismo. Una sera di notte ho beccato per caso questa serie sconosciuta in Italia. Non amo molto i remake quando sono frutto di un’operazione “furba” che segue l’onda di un successo. Era quello che avrei potuto fare con “Perfetti Sconosciuti”. Penso invece che come regista, quando delle piccole storie che vorrei presentare al pubblico italiano, che altrimenti non conoscerebbe mai, il remake ha un senso diverso. Tra l’altro non mi vengono in mente film che sono stati adattati da serie televisive, generalmente il passaggio è l’opposto. Quindi mi sembrava interessantissima l’idea in sé e poi volevo sperimentare una trasposizione non usuale”.

La tua è stata una regia sobria, basata soprattutto sul lavoro con gli attori. Ti ha insegnato qualcosa questo film?
“È stato innanzitutto un film fatto in estrema serenità, con un budget molto basso e con una regia che non fagocita le scene, realizzata quasi soltanto con la camera fissa e che si mette da parte per dare spazio all’interpretazione degli attori. E poi mi trovavo in una posizione privilegiata, perché venivo da un film che aveva fatto grandi incassi, e ho trovato giusto rischiare e presentare al pubblico qualcosa che altrimenti non avrebbe visto. Questo film ha fatto buoni numeri in Italia perché l’ho fatto io dopo “Perfetti Sconosciuti”, e mi è sembrato giusto mettermi in gioco”.

Progetti per il futuro?
“Sono particolarmente emozionato di essere in questi giorni a New York proprio perché la settimana scorsa è uscito il mio romanzo edito da Einaudi. Si chiama “Il primo giorno della mia vita”, è ambientato interamente a Manhattan e probabilmente sarà il soggetto del mio prossimo film.

Di cosa parla?
“È una storia che ha un filo rosso come le altre due. Ma mentre “Perfetti Sconosciuti” e “The Place” erano storie senza speranza, “Il primo giorno della mia vita” è  piena di speranza. È la storia di un uomo misterioso, qualcuno lo chiamerebbe un angelo senza ali ma dal cuore enorme, che gira di notte per Manhattan e ferma le persone un attimo prima di suicidarsi, proponendo un patto: una settimana di tempo per farle innamorare di nuovo della vita, promettendo di riportarle poi dove le ha trovate. In questa settimana questo patto che ha della magia fa vedere come sarà la vita senza di loro, il loro funerale, cosa perdono, persone che forse non incontreranno mai. I personaggi che quest’uomo incontra sono 4: una poliziotta che ha persona figlia; un life coach che soffre di depressione; un’atleta finita sulla sedia a rotelle; e un bambino obeso divo delle pubblicità ma vittima di bullismo. Queste 4 persone sono unite dall’aver toccato il fondo e passeranno una settimana insieme condividendo esperienze fino a separarsi dopo 7 giorni e quello che per qualcuno sarebbe stato l’ultimo giorno di vita, potrebbe diventare il primo giorno di una vita nuova”.

Come mai Manhattan?
“Non voglio fare l’esterofilo, oltre al mio amore sconfinato per New York, penso sia l’unico luogo al mondo in cui potresti immaginare un incontro notturno con un uomo misterioso in un posto magico. Sono contento anche che la storia stia piacendo in Italia perché anche se il tema è tosto, dopo solo una settimana sono alla seconda ristampa del libro”. 

Come immagini la colonna musicale di questo nuovo film?
“Nel romanzo la musica ha proprio un ruolo. Il senso, detto con semplicità, è che la musica può salvare una vita. Una delle cose magiche che questo protagonista crea è di far arrivare la musica nel posto giusto al momento giusto, e New York è piena di queste possibilità, da Times Square ai ragazzi che suonano in metropolitana, alle radio dei taxi, alla filodiffusione nei grandi magazzini, la città si presta anche a questo”.

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