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“Nome di donna”: Marco Tullio Giordana racconta il coraggio delle donne abusate

“Se vedevi una donna per strada e commentavi era considerato un peccato veniale. Per me quello era un peccato mortale”. Giordana ci parla del suo film

Una scena del film "Nome di donna".

Arriva a New York, in occasione del festival Open Roads, l’ultimo lavoro di Giordana, in cui Cristiana Capotondi è la protagonista di un tema attuale più che mai, quello degli abusi sessuali. Noi abbiamo intervistato il regista e gli abbiamo chiesto di raccontarci il vero significato di questo film

L’ultimo film di Giordana, presentato nell’ambito della rassegna Open Roads: New Italian Cinema, porta oltreoceano una storia di abusi sessuali sul luogo di lavoro.

Protagonista del film è Nina (Cristiana Capotondi), una giovane donna che si trasferisce con sua figlia in un piccolo paese della Lombardia dove trova lavoro in una clinica privata per anziani. La vita che serenamente Nina sta cercando di costruire viene presto turbata dalle avance sessuali del direttore della struttura (Valerio Binasco). Comincia così la battaglia della donna, isolata dalle sue colleghe ma sostenuta dall’appoggio del suo compagno e di un tenace avvocato.

Abbiamo incontrato Marco Tullio Giordana per parlare del suo film.

Una scena del film.

Sono cresciuta guardando i tuoi film, e in un certo senso identificandomi negli ideali che i tuoi protagonisti incarnano. Le tue pellicole fanno credere che il bene esista davvero. Mi hai rovinata!
“Il bene esiste e sarà sempre così, dobbiamo averne fiducia, anche se la storia si alterna. D’altra parte sarebbe impossibile cambiare, se uno nasce con degli ideali, anche nei momenti difficili bisogna crederci, ti dà qualcosa in più rispetto a chi non ci crede – chi non ha ideali magari è infelice quanto te, però a differenza tua non ha speranza e questo dà una forza immensa”.

Cosa ti dà questa forza nel continuare a raccontare queste storie di speranza? Credo che il buon esempio sia contagioso tanto quanto il cattivo esempio. Soprattutto nei momenti in cui la maggioranza delle persone pensa di abbandonare la lotta, è importante dare il buon esempio. Per me non è sempre stato così, da ragazzo volevo raccontare la disperazione perché quando si è giovani ci si può permettere questo lusso di essere disperati. Però andando avanti capisci il valore della capacità di analizzare e ribellarsi. Col tempo per me è diventato sempre più importante raccontare la storia di persone che non si rassegnano. È il contrario della morale cristiana, che invece insegna la rassegnazione. Io penso che la ribellione sia un valore più importante. Ti devi rassegnare all’idea del destino e della morte e del destino, ma non devi accettare che siano gli altri a scrivere la tua vita. E penso che il cinema è uno strumento che permette di esprimere questa ribellione e di condividerla. Tutta l’arte ha il compito di consolarci dal fatto che dobbiamo accettare l’idea del destino e della morte. Senza arte diventiamo animali, perdiamo consapevolezza”.

Quali sono stati i tuoi maestri di vita?
“A questa domanda ti rispondo con facilità: Pasolini. Quando avevo vent’anni Pasolini interveniva pubblicamente e politicamente, riusciva a cogliere le sfumature delle cose, ed è stato meraviglioso avere una guida che sapeva in anticipo dove l’Occidente stava andando”.

E i tuoi maestri cinematografici?
“Potrei dire tutto il cinema mondiale, non solo i nostri Rossellini, Visconti, Antonioni, Fellini, Bertolucci, Belloccio, Olmi, i fratelli Taviani… Ma anche il cinema mondiale… non potrei pensare di fare un film senza John Ford o Orson Welles, che rispetto alla letteratura hanno raccontato storie senza bisogno della traduzione. Il cinema, come l’architettura e a differenza della letteratura, non ha bisogno di traduzioni. Puoi vedere un film anche senza sottotitoli e capire. Un film ti apre dei mondi, ti fa viaggiare, ti racconta la complessità, le differenze e le somiglianze degli esseri umani. Il cinema è come l’oro, è qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Se fossi nato nel 1700 non avrei avuto questo, e allora forse sarei stato un musicista. La musica allo stesso modo non ha bisogno di traduzioni”.

Come rimane accesa la tua passione per il cinema?
“Per me è come entrare in una caverna, che da bambino mi affascinava molto, e con una piccola torcia cercare di illuminare la strada da vedere. È come illuminare un piccolo pezzo di realtà. E poi me è stato sempre importante rinnovare il parco degli interpreti, scoprire giovani talenti sconosciuti e di dare loro l’opportunità di esprimersi”.

Parliamo del tuo ultimo film, “Nome di donna”. Cosa ti ha insegnato questo film? Che il cammino è ancora lunghissimo. Raccontare la sfida di una donna che non accetta di subire e scopre che le persone che le sono intorno non la sostengono incarna in un certo senso la solitudine dell’eroe. Però mi piaceva l’idea di un eroe che alla fine contagia in maniera positiva chi gli è intorno”.

C’è un’integrità di fondo nel tuo film nell’affrontare il tema degli abusi sessuali… Sono cresciuto in una famiglia di molte donne e ho capito fin da subito che dovevo rispettarle, ma non per senso del dovere, ma perché le vedevo all’opera, sapevo cosa facevano. Mi ha sempre dato fastidio della cultura italiana questo lasciar andare, che se vedevi una donna per strada e commentavi era considerato un peccato veniale. Per me quello era un peccato mortale”.

Mi ha infuriata vedere nel tuo film che nessuna delle colleghe di Nina la sosteneva. Sembra però che il suo isolamento nella battaglia contro gli abusi del datore di lavoro sia determinato da un problema altrettanto preoccupante, quello della precarietà lavorativa.
“Questo film sarebbe molto diverso se fosse stato ambientato in un’altra epoca, meno violentemente segnata dal fatto che il lavoro ha perso quasi tutte le sue tutele, e chi lo sfida rischia di perdere lo stipendio e le tutele. La paura di perdere tutto questo intimidisce e indebolisce le persone. Da un certo punto di vista ci siamo emancipati, oggi solo pochi lascerebbero passare certi abusi. Ma è anche vero che per tanti, troppi anni abbiamo lasciato passare. Necessariamente il film doveva raccontare la solitudine di chi si ribella. Però alla fine qualche amica sostiene questa ragazza, o il suo fidanzato, e questo piccolo mondo di affetti dà coraggio”.

Il finale però non è affatto positivo…
“Anche se il film alla fine si chiude con la vittoria di Nina, vuole ricordare che a una vittoria corrispondono invece tante altre sconfitte di cui noi non sappiamo. Ho pensato che se il film finiva bene non sarebbe stato reale. Il finale è come il graffio di un gatto, che lascia il segno per ricordare che c’è ancora tanto da fare”.

C’è una scena del film a cui sei particolarmente legato?
“Mi piace molto la scena in cui la protagonista, interpretata molto bene da Cristiana Capotondi, incontra la giovane psicologa del sindacato, interpretata da Stefania Monaco, che cerca di convincerla ad affrontare questa battaglia. E lei passeggiano in mezzo al bosco e si parla di questa figura del passato, il reclutatole, e di come tutte le donne si dovevano mettere in coda per andare a letto con lui altrimenti finivano in fondo alla lista. È stata una scena vibrante, commovente, le due attrici l’hanno fortemente sentita, senza di loro sarebbe stato un manifesto politico senza emozioni. Quando succede questo è bellissimo per un regista, si esce dalla pagina scritta e si entra nel cinema, dove oltre alle parole si trasmette un sentimento in più”.

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