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“My Country”: Giancarlo Iannotta ci parla della sua scoperta del Molise

L'intervista con il regista, scrittore e attore di Chicago protagonista del film appena presentato a Brooklyn

Ultima tappa del tour promozionale di "My Country": dopo San Diego, Tampa, Houston, Castel San Vincenzo, Roma e Ferrara, il film è arrivato anche al Brooklyn Film Festival. Giancarlo Iannotta ha raccontato a La Voce di New York il perché della scelta del soggetto e del titolo.

Ad una settimana dalla proiezione al Brooklyn Film Festival, abbiamo incontrato il giovane regista, scrittore e attore di “My Country”. Giancarlo Iannotta è arrivato all’appuntamento nel West Village con lo stesso entusiasmo che caratterizza il suo personaggio nel film, e così ha iniziato a raccontarci come è nata la storia di Lucky…

Giancarlo, puoi spiegarci come mai e in che momento hai deciso di girare il tuo primo lungometraggio proprio sul Molise?

Sono nato a Chicago ma sono cresciuto nei suburbs, ho frequentato la scuola di cinema del Columbia College e ho trascorso un po’ di tempo a Los Angeles, finché finalmente nel 2014 ho deciso di imparare l’italiano, visto che a casa si parlava solo un po’ di dialetto molisano con mio padre. I tre mesi del corso sono diventati tre anni in cui ho vissuto a Roma…

Eri già stato in Molise prima di allora?

Sì, ci sono stato in vacanza per la prima volta a dodici anni per andare a trovare la famiglia di mio padre e ci siamo tornati ogni 1-2 anni. Siamo stati a Roma e abbiamo visitato il Colosseo e il Vaticano, che per me è uno dei posti più belli, e poi ci siamo spostati in Molise. Lì ho conosciuto i miei cugini che non parlavano inglese, ed è stato entusiasmante comunicare a gesti o con i dizionari, per non parlare del cibo… Credo di essermi sentito a casa, perché ho un nome così italiano, Giancarlo Iannotta! Ho sempre sperato quindi di scrivere un libro su questa esperienza, o una canzone dato che suono in un gruppo, ma non avevo mai pensato di farne un film fino a quando non ho finito la scuola di cinema e mi sono trasferito in Italia.

Eri a conoscenza della barzelletta che gira tra gli italiani, per cui il Molise non esiste?

No! A Roma vivevo con coinquilini spagnoli, brasiliani, italiani e loro sono stati i primi ad avermelo detto! Io ero così emozionato e raccontavo a tutti di essere originario della provincia di Isernia, e loro mi rispondevano: “Ma tu sai che il Molise non esiste?”. Non potevo crederci, ho cominciato a cercare su internet e ho trovato tantissimi memes sul “Molisn’t”.

Immagina di dover convincere un turista americano a recarsi in Molise, e un turista italiano a venire a Chicago invece che nella solita New York, cosa gli consiglieresti? 

Non è facile arrivare in Molise in effetti, c’è solo un treno vecchio e lento che ci arriva…

Devi convincere, non dissuadere!

Scusa, pensavo a come non convincerlo! Ad ogni modo, adoro il Molise, la campagna, l’aria che si respira, le persone sono così amichevoli, anche con chi non parla italiano. Amo i paesaggi, la montagna, il lago che si vede nel film, ovviamente la cultura, il cibo. Nel paesino di Castel San Vincenzo c’è anche un’Abbazia dell’800 D.C. che è un convento per le suore di clausura.

E per quanto riguarda Chicago?

Citando il mio personaggio, Lucky, Chicago ha più di settanta quartieri stupendi: c’è una parte chiamata “the heart of Italy”, a qualche isolato di distanza la parte messicana, quella polacca… c’è il centro storico con dive bar, buona musica e soprattutto NIENTE SPAZZATURA IN STRADA!!

Dopo aver deciso di scrivere un film sul Molise, quali sono stati i passi successivi nell’elaborazione dell’idea?

Come ho già detto, ho sempre voluto raccontare una storia sul Molise, su Roma e sull’Italia, ma volevo anche parlare di due fratelli. Ho un fratello minore a Chicago, abbiamo solo un anno e mezzo di differenza e ho pensato che sarebbe stato interessante se, per una volta, fossi stato io quello più giovane. Avevo bisogno inoltre di spiegare per quale motivo Lucky deve andare a Roma, allora ho iniziato il film con la morte di mio padre, che in realtà è vivo e ride sempre!

Mi ha sorpreso moltissimo il modo in cui, da osservatore esterno, sei riuscito a catturare l’italianità di certe situazioni e personaggi. Per esempio Francesco mi ha ricordato il tipico uomo italiano di mezza età…

Sono contento che tu abbia notato queste peculiarità, ma voglio precisare che ho fatto il possibile per non cadere nel luogo comune e nello stereotipo. Mio padre è tradizionalista, ha un’etica del lavoro molto forte e il film è ispirato proprio a questi italoamericani, non ai mafiosi.

Pensi di aver costruito Francesco come il tuo alter ego, un uomo pieno di caratteristiche “italiane” nascoste nella tua personalità?

Non ho mai riflettuto su questa interpretazione, ma direi proprio di no. Sono più simile al mio personaggio, sempre positivo, sorridente, Lucky, appunto. Francesco, invece, si sente abbandonato, ha tanta rabbia repressa e con la sua negatività cerca di abbattere il fratello. Avevo bisogno di un buon equilibrio tra i due, soprattutto perché Francesco evolve nel corso del film, mentre Lucky resta quasi sempre lo stesso.

“My Country” è stato presentato in Italia a Castel San Vincenzo, a Roma e a Ferrara, e negli Stati Uniti a San Diego, Tampa, Houston e Brooklyn. Quali sono state le domande e i commenti più frequenti degli spettatori americani?

Tantissime donne mi hanno chiesto se Francesco/Antonio Palumbo è single! Tutti hanno apprezzato la scena degli gnocchi e la recitazione dei miei zii, che avevano scambiato per attori professionisti. Ci sono state alcune domande sulla colonna sonora e la musica dei Negrita e di Venditti, che ho scoperto grazie a un cd di mio cugino.

E in Italia?

Ero molto emozionato per la proiezione a Castel San Vincenzo nella piazza del paese, alla “Nuova Cinema Paradiso”, alla presenza di tante persone che erano al contempo attori nel film, ma l’accoglienza è stata delle migliori. Solo alcuni hanno criticato quello che, a loro dire, è stato un uso limitato del dialetto molisano. Il film, però, è stato immaginato per un pubblico americano, e il 30-40% delle scene sono comunque in lingua italiana. A Roma e a Ferrara, infine, erano tutti innamorati di Francesco e della mia passione per il Molise.

Vorrei concludere parlando del titolo del film “My Country”, “Il mio Paese”. Cosa ti lega all’Italia e cosa agli Stati Uniti?

Tutti mi chiedono: “Ti piace più l’Italia o Chicago?”. Per me è difficile scegliere, perché sono nato qui, amo Chicago ma amo anche l’Italia e l’italiano! Quando vivevo a Roma, telefonavo a casa con il pacchetto Vodafone “My Country”, e da qui la scelta del titolo, che è facilmente pronunciabile e comprensibile anche per i non anglofoni. 

Quindi dobbiamo aspettarci un seguito alla storia di Francesco e Lucky?

Non so se ci sarà un film “al contrario” su Francesco che va da Lucky a Chicago. Mi piacerebbe raccontare ancora dell’Italia e del Molise, magari una ragazza o un ragazzo che si trasferisce a Chicago o a New York… per il momento però sto prendendo una pausa, tornerò a Castel San Vincenzo in vacanza a Ferragosto e comincerò a lavorare su un nuovo soggetto nel 2019.  

Quali sono i prossimi appuntamenti per chi si è perso il film o per chi vorrebbe rivederlo?

Il Brooklyn Film Festival è l’ultima, inaspettata, tappa di una campagna durata circa dieci mesi e vorremmo ringraziare gli organizzatori per la fantastica settimana trascorsa qui a New York. Per tutti gli altri, troverete aggiornamenti su “My Country” sui principali social media e su mycountryfilm.com e, a partire dalla prossima settimana, il film sarà disponibile su Amazon, Youtube e Vimeo. 

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