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Gigi Burruano, interprete di una Palermo autentica: “In lui, la semplicità dei grandi”

Intervista alla figlia Jasmine che, a un anno dalla scomparsa dell'attore de "I Cento Passi", condivide un ritratto intimo del padre e tutto l’amore per la sua città

Graffiante, cinico e intenso, un pezzo della sua città è andata via insieme a lui. Portavoce della Palermo popolare, quella delle taverne, degli scantinati, delle borgate, dei mercati ma soprattutto della gente vera. “Mio padre ha vissuto a piene mani, nel bene e nel male. Era molto malinconico, specie negli ultimi anni, e indubbiamente esilarante. Ineguagliabile”

È stato Rancu Tanu di Palermo, oh cara ma anche Luigi Impastato nell’indimenticabile monologo de I Cento Passi di Marco Tullio Giordana e tanti altri ruoli che lui ha interpretato con grandezza rendendoli vivi con un confine sempre labile tra l’uomo e il personaggio.

Graffiante, cinico e intenso, Luigi Maria Burruano, Gigi come amava farsi chiamare, è scomparso un anno fa. In quel 10 settembre, un pezzo della sua Palermo è andata via insieme a lui. E’ stato interprete e portavoce di una Palermo autentica, popolare. Quella delle taverne, degli scantinati, delle borgate, dei mercati ma sopratutto della gente vera.

È Jasmine, la figlia di Burruano a ricordare il padre condividendo con i lettori un ritratto intimo e l’amore di Burruano per Palermo.

“Mio padre ha vissuto a piene mani. Era un uomo che amava vivere, nel bene e nel male. Negli ultimi anni però era molto malinconico, si sentiva solo, era diventato come un bambino. Della sua città amava tutto, anche le pietre ma sentiva che non c’era più fermento culturale come una volta”.

Il 10 settembre di un anno fa, Luigi Burruano ci ha lasciato e ha lasciato la sua città, Palermo. Cosa pensa direbbe oggi suo padre vedendo Palermo eletta capitale della cultura?

“Non lo so cosa direbbe lui ma posso dire che Gigi, negli ultimi anni, era molto stanco della città. Il suo legame con Palermo era noto, della sua città amava tutto, anche le pietre ma sentiva che non c’era più fermento culturale come una volta. Diceva negli ultimi anni di non riconoscere più Palermo, che la città non era più quella degli anni 70, 80 e 90. Con lui se n’è andato per sempre un pezzo di Palermo”.

Com’era la Palermo che più apparteneva a suo padre?

“Una Palermo autentica, senza filtri e finzioni. La Palermo popolare fatta di gente vera; una città dal cuore e dall’anima generosa. E’ stato lui a farsi portavoce e interprete dei sentimenti di questa Palermo. Lo faceva nel suo lavoro e nella sua quotidianità. Come quando parlava con la gente e sceglieva tra i ragazzi di strada gli attori per i suoi lavori teatrali. Ci sono dei luoghi che gli appartenevano come Monte Pellegrino perché era devoto a Santa Rosalia, anche se non era un credente. Amava Mondello, l’Addaura, Capo Gallo e ovviamente la squadra del Palermo”.

La città, secondo lei, ha saputo ricambiare l’affetto che suo padre ha avuto per Palermo?

“La città dimentica in fretta e dopo un anno si sono dimenticati di mio padre. Negli ultimi anni Gigi è stato lasciato solo. Certo, c’era la gente, quella che incontrava per strada, che era sempre legata a lui e che gli ha sempre dimostrato grande affetto ma in molti lo hanno lasciato da solo e, ancora peggio, in molti si avvicinavano a lui solo per opportunismo”.

Come vorrebbe fosse ricordato Gigi oggi?

“Non vorrei che fosse ricordato, vorrei che fosse qui. Mio padre non amava la notorietà, quasi lo infastidiva. Amava la semplicità nelle cose e nelle persone, la spontaneità. Aveva molti difetti ma era molto semplice, umile, riusciva a parlare con tutti rimanendo sempre e comunque se stesso. Era un grande uomo, di quella grandezza che apparteneva a uomini come Totò, Massimo Troisi. Detestava il potere, essere chiamato Maestro e la parola collega ma era felice quando nella sua carta di identità hanno scritto alla voce professione “attore”. Era anche molto malinconico e indubbiamente esilarante”.

C’è un momento in particolare della vostra vita di padre e figlia che vuole condividere?

“Io e mio padre avevamo un rapporto bellissimo anche se per alcuni anni siamo stati lontani. Stavamo bene insieme, ridevamo tanto e ci divertivamo a parlare. Uno dei momenti più belli, fra i tanti, era vedere con lui le partite del
Palermo di cui era un tifoso accanito. Come dimenticare il momento della promozione in serie A o le partite con la rivale Catania”.

Jasmine insieme al padre Luigi Maria Burruano, detto “Gigi”

È anche vero però che suo padre non voleva che lei studiasse per diventare attrice. Voleva tenerla lontana dal mondo della recitazione…

“Questo è stato il motivo principale dei nostril litigi e delle nostre incomprensioni. Lui non voleva assolutamente che io diventassi un’attrice anche se veniva di nascosto e si sedeva alla fine quando io ero sul palcoscenico. Oggi, con il senno di poi, capisco perché voleva tenermi lontano e proteggermi da un mondo falso e ipocrita”.

Luigi Burruano ha fondato il teatro popolare a Palermo ma si è fatto conoscere al grande pubblico per la sua carriera da attore di cinema e del piccolo schermo. Come ha vissuto questo passaggio dal teatro alla grande schermo?

“Per lui recitare era così naturale che gli bastava essere sul palcoscenico o davanti a una telecamera. Amava il teatro ma anche il piccolo schermo e il cinema. L’importante era recitare. Lo chiamavano l’Al Pacino italiano ma lui era così umile che si sentiva a disagio con questo complimento”.

C’è un ruolo o più ruoli ai quali Burruano era particolarmente affezionato?

“Chiaramente Rancu Tanu di Palermo, oh cara, Luigi Impastato ne I Cento Passi. Ogni lavoro per lui è stato importante, da Mery per Sempre a La fame e la sete di Antonio Albanese con cui amava lavorare. Apprezzava tantissimo Giancarlo Giannini. Io personalmente sono invece legata a Liberi di Gianluca Maria Tavarelli dove mio padre interpretava il ruolo di Cenzo a fianco di un giovanissimo Elio Germano. In quel ruolo ho riconosciuto mio padre e non solo il grande attore che era”.

In una delle ultime interviste, suo padre ha detto di aver  preso la vita a morsi e di non aver voglia di fare teatro. Forse ha avuto qualche rimpianto rispetto alla sua carriera di attore teatrale?

“Mio padre ha vissuto a piene mani. Era un uomo che amava vivere, nel bene e nel male. Negli ultimi anni però era molto malinconico, si sentiva solo, era diventato un bambino. Ha avuto una vita intensa, di quelle che solo i grandi uomini possono avere”.

Burruano è stato un punto di riferimento per molti attori. C’è oggi un erede che possa in qualche modo possa essere accostato a lui?

“Purtroppo nessuno. Non vedo nessuno che minimamente possa eguagliare la sua grandezza umana e di attore”.

Luigi Maria Burruano insieme a Giorgio Li Bassi è stato il protagonista della trasmissione televisiva trasmessa su TGS, Gli zii d’America . Che rapporto aveva suo padre con gli Stati Uniti?

“Amava l’America e il cinema americano, quello di Scorsese, Al Pacino, De Niro. Con Li Bassi più volte è stato a New York per girare le puntate de Gli Zii d’America a Little Italy, dove raccontavano in chiave ironica le storie degli emigrati siciliani nella Grande Mela. Era un uomo che viaggiava tantissimo per lavoro ma mai avrebbe lasciato la sua Palermo. Neanche per l’America”.

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