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“Disobedience”, le contraddizioni dell’ebraismo oltre le apparenze

Il film del regista Sebastian Lelio, ispirato dall'omonimo romanzo di Naomi Alderman, ha per diversi aspetti una sua valenza universale

Una scena di "Disobedience".

Il film è la storia di tre anime confuse che, intersecandosi, provano a vivere in pienezza le loro esistenze messe in sordina dai grigi ambienti di una dottrina che predica la pace e la tolleranza, ma si contraddice istigando e giustificando comportamenti repressivi, intolleranti, senza cuore

Ronit (Rachel Weisz, premio Oscar per The Constant Gardener), quarantenne anticonformista, fotografa di successo e figlia del rabbino capo della comunità ebraico ortodossa Haredim, nel nord di Londra, torna da New York per i funerali del padre. Erano anni che non vi ritornava, dopo il divieto impostole, anche dal padre, a causa di un’attrazione vietata provata, da adolescente, verso l’amica Esti. Qui ritrova il cugino Dovid (Alessandro Nivola, già apprezzato in American Hustle-L’apparenza inganna), studioso della Torah, spirito conservativo, probabile nuovo rabbino della comunità e che nel frattempo ha sposato proprio Esti (Rachel McAdams, candidata all’Oscar per Il caso Spotlight). Frequentandosi, fra le due donne si riaccende la giovanile attrazione, ma il loro rapporto cambia: da semplice amicizia si trasforma ora in un vero intreccio amoroso e sessuale proibito e che, se scoperto, desterà scandalo all’interno della comunità religiosa.

Dopo l’esordio con “La sagrada familia“, girato in soli 3 giorni e vincitore di diversi premi internazionali; l’intrigante triangolo amoroso di “Navidad“; la fuga e drammatica sopravvivenza di un carcerato nel terremoto che nel 2010 colpì il Cile con “L’anno della tigre“; le tenere e drammatiche avventure amorose della sessantenne “Gloria” (premiato a Berlino nel 2013 – Miglior attrice, Paulina Garcia – e di cui sta dirigendo un remake americano con Julienne Moore); e il toccante “Una donna fantastica” sulla condizione socio-affettiva del trans Marina (premio Oscar nel 2018 come Migliore Film Straniero), il regista cileno Sebastian Lelio con “Disobedience” torna ad occuparsi di istinti ingovernabili con questo suo primo film in inglese, mettendo a fuoco la crudeltà di un’etichetta, religiosa, sociale e morale che sopprime ogni pretesa di umanità, costringendo le persone a simulare la propria vita, anziché viverla appieno in modo responsabile e coerente.

Il film è la storia di tre anime confuse che, intersecandosi, provano a vivere in pienezza le loro esistenze messe in sordina dai grigi ambienti di una dottrina che predica la pace e la tolleranza, ma si contraddice istigando e giustificando comportamenti repressivi, intolleranti, senza cuore.

Ritualità e dinamiche proprie dell’ebraismo Haredim vengono descritte con accuratezza (ben 10 consulenti di religione ebraica hanno seguito le riprese!), con le donne che usano spesso parrucche e uomini e donne che non si possono toccare a meno che non siano sposati. Ciò che però interessa al regista cileno non è tanto la denuncia dell’ortodossia di stampo religioso quanto i conflitti interiori causati dal conflitto tra ciò che si è e ciò che la società vorrebbe fossimo, di una società che guarda spesso a ciò che appare senza interrogarsi sulle ragioni. “Disobedience“, ispirato dall’omonimo romanzo di Naomi Alderman, ha quindi per diversi aspetti una sua valenza universale.

(L to R) Rachel Weisz as “Ronit Krushka”, Rachel McAdams as “Esti Kuperman” and Alessandro Nivola as “David Kuperman” in Sebastián Lelio’s DISOBEDIENCE, a Bleecker Street release.
Credit: Bleecker Street

Un’opera per lo più riuscita, ma con alcune pecche. Stranamente non presta sufficiente attenzione alle parole dei vari salmi cantati (se fai una scena lunga devo pensare che quanto viene cantato sia importante ai fini della vicenda, in positivo o negativo!); nessuno dei personaggi sembra avere una dimensione tridimensionale, capace cioè di uscire con un sorriso dalle difficili situazioni rappresentate; la gravidanza di Esti, non approfondita, sembra quasi “una sorpresa” nel contesto dialettico circostante; con stupore, ci presenta una Rachel Weisz mono-espressiva; infine, senza bigottismo, ripropone l’uso di scene erotiche “fine a se stesse”, voyeuristicamente acchiappa-spettatore. Ma questo sembra ormai essere diventato un “must” internazionale nella cinematografia e che comincia stancare.

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