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“Tito e gli alieni”: l’antidoto di Paola Randi al dolore e all’alienazione

Intervista con la regista che racconta il suo nuovo film presentato a New York al festival "Italy on Screen Today New York and Miami 2018"

La regista Paola Randi

Dopo una lunga e travagliata produzione, la passione e la caparbietà di Paola Randi sono state premiate. Con Tito e gli alieni, la regista ha sfidato tutti i limiti e ha vinto tutte le difficoltà produttive di un film italiano di genere fantascientifico ambientato in America, nel deserto del Nevada. Un progetto ambizioso, di respiro universale ma che parte da un’ispirazione molto privata e personale. Ce ne parla in questa intervista esclusiva: "Forse siamo tutti degli alieni, siamo sempre alieni per qualcuno, dipende dal punto di vista”

Paola Randi è una regista colta, intelligente, di vivace elasticità intellettuale, profonda ma anche disincantata ed ironica. Lo si percepisce chiaramente non appena le si parla, e ancor più chiaramente si coglie tutta la determinazione e la passione con cui affronta il suo, a volte difficile, mestiere.

Dopo le ottime prove dei primi cortometraggi, ed in particolare con Madonna della frutta, candidato al David di Donatello, il suo primo lungometraggio Into Paradiso viene presentato nella sezione Controcampo italiano della 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Vince poi quattro candidature al David di Donatello e una al Globo d’oro, ed anche il premio per il miglior lungometraggio all’Est Film Festival e al festival Bimbi Belli.

Un debutto importante e molto promettente che la vede subito dopo impegnata nel suo più ambizioso progetto fino ad ora, Tito e gli alieni, presentato al Torino Film Festival 2018 e che ha già ricevuto importanti riconoscimenti al Bari International Film Festival e al Premio FICE.

Il film racconta la storia di un professore e scienziato italiano di origini napoletane, (Valerio Mastandrea), che vive in isolamento nel deserto del Nevada, nei pressi dell’Area 51, la zona militare in America diventata leggendaria perché sarebbe la base ed il luogo di contatto fra presunte popolazioni aliene e gli Stati Uniti. Tecnicamente lo scienziato si trova lì per un progetto segreto del governo americano, ma in realtà spende tutte le sue giornate su un divano in ascolto dei suoni dell’universo tra i quali cerca di rintracciare la voce della moglie defunta. La sua vita solitaria viene però sconvolta dall’arrivo dei due nipoti da Napoli: Anita (Chiara Stella Riccio),16 anni e Tito (Luca Esposito), 7, che il fratello Fidel (Gianfelice Imparato), gli ha affidato prima di morire.

Abbiamo incontrato Paola Randi in occasione della proiezione del film nell’ambito di ‘Italy on Screen Today’ diretto da Loredana Cammorana, alla NYU Casa Italiana Zerilli-Marimò, diretta da Stefano Albertini. Ci ha raccontato di tutte le sfide che ha dovuto affrontare nella produzione di Tito e gli alieni, del messaggio universale del film e della personalissima vicenda che lo ha ispirato.

La storia del tuo film, raccontata in una veste fantascientifica, prende spunto in realtà da un fatto molto privato e personale. Ce ne vuoi parlare e ci vuoi raccontare quanto girare questo film è stato catartico per te?

“A me, come a tante altre persone, succede purtroppo nella vita di subire dei lutti. Era per me arrivato il momento di indagare quali sono gli antidoti che l’umanità mette in atto, o cerca di costruirsi per cercare di superare la paura della morte. L’ispirazione nasce da mio padre. Nell’ultima parte della sua vita stava cominciando a perdere la memoria e un giorno l’ho trovato sulla poltrona del suo salotto mentre guardava fisso il ritratto fotografico di mia madre. Cercava di conservarne la memoria. Da quel momento mi è venuta in mente l’immagine di questo uomo sdraiato su un divano in mezzo al deserto con delle cuffie alle orecchie ed un’antenna con la quale cerca la voce della propria moglie, ormai scomparsa, tra i suoni dell’universo”.

Come hai affrontato il tema dell’alienazione? Quanto c’è di fantastico e quanto di scientifico in questo film?

“Sono partita dalla lettura del filosofo Emanuele Severino che ha scritto un bellissimo saggio sui filosofi presocratici che avevano individuato nel mito, nella scienza e nella filosofia gli antidoti al dolore e alla paura della morte. La fantascienza mi sembrava lo strumento ideale, perché è il connubio di questi due elementi. In più penso che questo sia un film essenzialmente sulla memoria. Per quanto riguarda gli alieni e il tema dell’alienazione parto da due presupposti. Il primo Ariosto, che ci racconta in Astolfo sulla luna, che tutto quello che l’umanità ha perduto si trova sulla luna. Dall’altra parte, quando viviamo l’esperienza del lutto, è come se ci ritrovassimo in un pianeta alieno. Il termine extraterrestre letteralmente sta and indicare qualcuno che non vive sulla terra e quindi si può applicare anche a quelli che non ci sono più. Forse siamo tutti degli alieni, siamo sempre alieni per qualcuno, dipende dal punto di vista”.

Raccontaci quanto è stato difficile realizzare questo film e come è stato lavorare con gli attori ed in particolare con Valerio Mastandrea.

“Non è stato difficile trovare il produttore del film, perché Angelo e Matilde Barbagallo hanno creduto subito nel progetto. È stato però complicato mettere insieme tutte le risorse per fare il film. Il film è ambientato in America nell’Area 51 e quindi i costi da affrontare sono biblici. In più la fantascienza ha bisogno di tutta una serie di effetti speciali e quindi è stato piuttosto complicato. Non avendo ovviamente dei mezzi economici così importanti abbiamo dovuto supplire con la creatività, con gli effetti in ripresa mischiati a quelli di post-produzione in digitale. Una delle prime sfide è stata trovare i due bambini del film che sono favolosi e che abbiamo scelto dopo aver visto più di ottocento bambini a Napoli. Invece quando abbiamo fatto leggere la sceneggiatura a Valerio Mastandrea, lui ha subito voluto far parte del progetto nonostante la fantascienza non sia affatto il suo genere, ma il racconto umano che viene fuori aldilà del taglio sci-fi lo ha coinvolto moltissimo, ed in questo ruolo è riuscito a tirar fuori tutta la sua umana fragilità ed anche la sua vena disincantata ed ironica. È stato difficile anche girare nel deserto, perché per esempio non avevo idea che piovesse così tanto! Ci sono queste tempeste pazzesche che chiamano flash-floods ed allagano tutto. Tutto diventa una palude. Noi abbiamo girato il film parte in Spagna, nella location storica dei film di Sergio Leone, parte nel deserto del Nevada vicino all’Area 51. Ma comunque, alla fine, abbiamo superato tutte le difficoltà del caso. Per fare questo mestiere ci vuole una grande caparbietà e bisogna essere estremamente determinati e credere tantissimo in quello che si fa”.

Paola Randi con la giornalisti Silvia Bizio durante la presentazione alla Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University (Foto di Francesca Magnani)

Quanto importanti sono stati i modelli cinematografici americani per la realizzazione di ‘Tito’ e quanto è importante per te presentare il tuo film qui a New York?

“Per me l’America è un grande punto di riferimento. Io sono venuta per la prima volta a New York quando avevo sette anni, ed è ancora una città che mi meraviglia, e nella quale mi sento come a casa. Per questo film in particolare i modelli cinematografici americani sono importantissimi. Mi ricordo quando da piccola andai a vedere al cinema Guerre Stellari, proprio il primo film, ero una fan sfegatata! Gli Stati Uniti hanno tracciato dei solchi profondi nella storia del cinema che ci hanno formato ed hanno fornito dei modelli imprescindibili che si possono poi rielaborare attraverso il proprio stile personale. Per me era però un po’ terrorizzante rappresentare gli U.S. in questo film, non ci sono tantissimi registi europei che raccontano una storia ambientata in America, e quindi è stata un’altra sfida. Il deserto e l’Area 51 mi hanno però accolto, ospitato ed ispirato, nello stesso modo in cui mi ha accolto Napoli, un’altra città fondamentale in questo film e che è a me altrettanto estranea perché io sono milanese”.

Oltre al cinema americano, quali sono i tuoi altri punti di riferimento cinematografici?

“Sicuramente il cinema italiano dei grandi autori, da Fellini a Monicelli. L’uso del registro ironico che loro utilizzavano è una cifra stilistica fondamentale per me. Poi ci sono molte registe contemporanee che stimo molto, per esempio Alice Rohrwacher, che è bravissima e anche Susanna Nicchiarelli che con Nico ha fatto un lavoro straordinario. Adesso è un momento speciale per il cinema italiano, non c’è più paura di presentare i nostri film oltre i confini italiani e proporre quello che è il cinema italiano oggi. Pur avendo questa meravigliosa eredità del neorealismo forse dobbiamo cercare di scrollarcela un po’ di dosso e presentare anche un’Italia diversa da quella che si aspettano all’estero e più simile alla contemporaneità che viviamo oggi”.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Vedremo Tito e gli alieni distribuito nelle sale americane?

“Ho un altro film in cantiere sempre con la produzione di Angelo Barbagallo e poi ci sono due progetti di serie televisive. Mi farebbe davvero molto piacere instaurare un rapporto con il cinema americano e riuscire a venire a fare delle cose qui. Ed ovviamente, spero che il film venga distribuito in America, è uno dei miei sogni”.

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