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“Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa”: il docufilm su Antonia Pozzi

Intervista a Marco Ongania, che insieme a Sabrina Bonaiti ha diretto il film sulla tormentata poetessa morta suicida a 26 anni

Una scena del film (screenshot).

“L'aspetto che più mi sconvolge è la coesistenza di tanta voglia di vivere in una persona che ha scelto di morire. La forza e la tenacia di ripartire che alberga in una anima estremamente sensibile, che diviene fragile. In un mondo che pretende una resilienza che non a tutti è data e che spesso appare come cinismo", ci spiega Ongania

Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa è un film documentario prodotto in collaborazione con la Lecco Film Commission e diretto da Sabrina Bonaiti e Marco Ongania. È dedicato alla vita breve ed emotivamente tormentata di Antonia Pozzi (Milano 1912-1938) giovane poetessa morta suicida all’età di ventisei anni. L’opera è stata presentata nelle scorse settimane al pubblico americano in due eventi organizzati rispettivamente da Casa Italiana di Las Vegas e dall’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles. Ad entrambe le prime era presente in sala il giovane cineasta lecchese che, oltre al documentario ha portato un corto inedito e divertente, Tomato Flowers, dove storia e personaggi ruotano intorno ad un orto di pomodori, della terra arsa dal sole, ed un segreto sepolto (forse) sottoterra.

Il cielo in me è un film bello che trascina fin dalle prime scene lo spettatore in un saliscendi emotivo.  Antonia conduce una vita agiata ma fragile nei sentimenti. Suo padre avvocato, sua madre contessa, Antonia cresce nell’ambiente colto e raffinato della Milano di inizio secolo scorso. Frequenta il prestigioso Liceo Ginnasio Manzoni e poi la Regia Università. Conosce l’angoscia che un amore non condiviso o osteggiato (il padre si oppone alla relazione che Antonia instaura con il suo professore di latino e greco Antonio Maria Cervi) può provocare in un animo ancora giovane. Così come la perdita degli amici più cari che la proclamazione delle leggi razziali volute da Mussolini costrinse alla fuga. Eventi che parlano delle debolezze e quotidiane lotte comuni alla vita di molti, ma che in quella di Antonia si sublimano nei versi che scrive, nelle foto che scattava dei paesaggi a lei cari. Parole e immagini che raccontano della sua anima divenuta un tutt’uno con le montagne che adorava, e con quel vivere contadino con il quale era venuta in contatto, lei ragazza ricca e benestante, e che tanto l’affascinava.

Il regista Marco Ongania con altri protagonisti della presentazione a Las Vegas (Foto Martina Zando)

Meravigliosa la fotografia, con i paesaggi che circondano Lecco e il suo lago, le montagne così amate da Antonia Pozzi che aveva cominciato a scalare sin da ragazzina, quando, a partire dal 1918 inizia a trascorrere le vacanze estive a Pasturo paesino ai piedi del Grigna dove i genitori possedevano una casa.  Abbiamo chiesto a Marco Ongania di raccontarci la nascita di questo film documentario, dell’imponente ricerca storiografica e fotografica che ha comportato, insieme alle tante testimonianze raccolte di chi Antonia la conobbe come Lucia Castelletti, sua cara amica d’infanzia.

Marco, perché un docufilm su Antonia Pozzi?
“Per diverse ragioni, non ultima l’amore per la nostra terra di residenza, molto vicina alla Pasturo di Antonia. Un altro motivo che mi ha spinto a crederci è stato il sostegno di storici, studiosi e biografi che hanno aderito con entusiasmo al progetto, non ultima Suor Onorina Dino, da sempre studiosa e custode del lascito della poetessa. Questo – continua il regista – ci permetteva di avere il giusto equilibrio tra libertà di espressione e un aderente rispetto storico, nell’approfondimento biografico, emotivo e umano dell’autrice. Tutte le parole che ricorrono nel film e che creano il percorso narrativo, ad eccezione delle autorevoli interviste, sono della Pozzi, tratti dalle sue poesie, dai suoi diari, dalle lettere. Il cielo in me è Antonia che racconta sé stessa. Inoltre non bisogna dimenticare che questo è un progetto fatto a quattro mani, con Sabrina, sceneggiatrice e con me regista, siamo al terzo progetto di cinema biografico realizzato insieme. Poi, come spesso accade, ci sono le “coincidenze” di certe porte che si aprono… E se cogli l’attimo ti ritrovi in un progetto che pochi mesi prima non avresti immaginato”.   

Qual è stato un episodio o aspetto della vita di Antonia Pozzi che più ti ha colpito durante la lavorazione del film?
“L’aspetto che più mi sconvolge è la coesistenza di tanta voglia di vivere in una persona che ha scelto di morire. La forza e la tenacia di ripartire che alberga in una anima estremamente sensibile, che diviene fragile. In un mondo che pretende una resilienza che non a tutti è data e che spesso appare come cinismo. Antonia Pozzi amava la vita e di vera vita voleva vivere. Se devo individuare una poesia che mi è stata da guida non posso che dire “Un destino”. Ho imparato ad accettarla e a rivolgerla – adattandola – a me stesso durante la produzione del docu-film. Credo che sia un inno al coraggio di accettare se stessi”.

Marco Ongania con Marta Soligo della Lecco Film commission alla presentazione a Las Vegas (Foto Martina Zando)

Parliamo dei tuoi progetti futuri. Puoi anticiparci qualcosa?
“Ora dobbiamo far vivere il corto Tomato Flower, speriamo in festival importanti. È un progetto al quale tengo molto. Nel frattempo è in preproduzione un nuovo cortometraggio dal titolo Never born.  Al mio rientro in Italia sarò sul set per un progetto sociale con dei carcerati, il cui ruolo è attivo, dalla scrittura alla realizzazione in fase di shooting. Per marzo dovrei aprire un portale progetto che raccoglie documentari che raccontano le bellezze artistiche e storiche del mio territorio caratterizzato da una estrema affidabilità delle informazioni ivi contenute. Sempre per fine marzo debutterò con una nuova regia teatrale (Ongania è regista di una compagnia teatrale, con una decina di produzioni realizzate, ndr).  Nel frattempo continuo la collaborazione con The European House Ambrosetti, un importante think tank italiano che tanto mi ha dato permettendomi di sperimentare nuove tecnologie di comunicazione. I progetti ancora nel cassetto sono tanti, e aspettano ognuno il proprio momento e la forza necessaria per essere realizzati”. 

Il prossimo tredici gennaio sempre organizzato da Casa Italiana di Las Vegas ci sarà l’ultimo incontro in collaborazione con la Lecco/Lombardia Film Commission, dedicato a tre giovani cineasti lecchesi. Il pubblico potrà apprezzare i cortometraggi Audition di Marco Ongania, girato nel cuore di Lecco, la storia di una ragazza e del suo amore per la musica e, Te La Do Me La Merica, realizzato dal giovane regista Mattia Conti. che racconta la tragedia accaduta vicino a Lecco nel 1898, quando un tornado uccise sei persone che lavoravano in una filatura. L’ultimo cortometraggio sarà Dio sta dormendo sotto un ciliegio di Federico Videtta, storia di un uomo che trova uno smartphone e riceve una telefonata che lo spinge a cercare soldi sotto un ciliegio con un finale a doppia chiave di lettura.

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