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I quattro moschettieri “acciaccati” nel film di Giovanni Veronesi

Recensione di "Moschettieri del re - La penultima missione", con Pierfrancesco Favino, Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Valerio Mastrandrea, Margherita Buy

Una scena dei "Moschettieri del Re".

Ecco la nuova, dissacrante "armata Brancaleone" che Giovanni Veronesi ci presenta nel suo semi-riuscito "Moschettieri del re - La penultima missione": della creativa genialità di Monicelli questo film ne ha ben poca, pur se dotato di un buon ritmo narrativo che lo rende meno difficile da digerire.

Il tempo passa per tutti. Dopo trent’anni di onorata attività al servizio della casa reale francese, i quattro moschettieri, personaggi che hanno popolato l’infanzia e l’immaginario di molti, sono invecchiati, pieni di acciacchi: D’Artagnan (Pierfrancesco Favino) alleva maiali, ha il gomito dello spadaccino e un ginocchio malandato che gli crea problemi di stabilità; Athos (Rocco Papaleo) è un lussurioso libertino bisex, malato di sifilide, ha un braccio arrugginito e un alluce valgo; l’erudito Aramis (Sergio Rubini) si è fatto frate per sfuggire ai creditori e quindi non tocca più le armi; Porthos (Valerio Mastandrea), dimagrito, soffre di depressione, fabbrica droghe con cui si rimbambisce e gli piace alzare il gomito con il vino. Quando però la regina Anna d’Austria (Margherita Buy) li convoca per affidare loro la missione di salvare la Francia dalle trame ordite contro gli Ugonotti dal perfido Cardinale Mazzarino (Alessandro Haber), i moschettieri risalgono a cavallo (anche questi un po’ vecchi e quindi più o meno affidabili) e ricomincia l’avventura.

È questa la nuova, dissacrante “armata Brancaleone” che Giovanni Veronesi ci presenta nel suo semi-riuscito “Moschettieri del re – La penultima missione”: della creativa genialità di Monicelli questo film ne ha ben poca, pur se dotato di un buon ritmo narrativo che lo rende meno difficile da digerire. L’asso nella manica di “Moschettieri del re – La penultima missione” è quello di metterci davanti attori capaci di stare in scena, di catturare l’attenzione con il loro appeal tragi-comico: su tutti un sempre più completo e sorprendente Pierfrancesco Favino, tenero compagnone spadaccino, autore di un’autentica genialata nell’essersi inventato un grammelot misto di spagnolo, francese e italiano dialettale davvero esilarante, accattivante.

Un’improvvisazione che ci ricorda il miglior Dario Fo e che da sola salva il film: è proprio con lui che si vivono i migliori momenti. Degne di particolare nota anche Margherita Buy (davvero sorprendente, per certi versi, la sua capacità comica) e Matilde Gioli (ancella peccaminosa e sputasentenze, dotata di grande autoironia). Sullo standard normale gli altri interpreti.

Ispirato, ma molto vagamente, a “Vent’anni dopo”, secondo romanzo della trilogia di Dumas, il film di Veronesi nasce dalle ceneri di un suo progetto non andato a buon fine negli Anni 80, quando il regista avrebbe voluto coinvolgere nel ruolo di protagonisti Massimo Troisi, Roberto Benigni, Francesco Nuti e Carlo Verdone.

Ammettiamolo, “Moschettieri del re – La penultima missione” non è certamente un capolavoro e chi si aspettava una umoristica ed innovativa contaminazione dei film di cappa e spada con la commedia rimarrà deluso, perché il film è più una tradizionale commedia in costume che non un moderno film d’epoca, tuttavia, pur di fronte a tempi comici mal calibrati e ad una musica spesso fuori posto, quel suo tono che oscilla tra il goliardico e il nostalgico, unito a dialoghi pieni di giochi di parole ne fanno una leggera fiaba d’azione per famiglie, che trova la sua forza nell’intesa tra quattro attori carismatici a proprio agio nel fare squadra. Di sicuro, tra non molto si sentiranno circolare sulla bocca di molti alcune delle battute del loro cazzeggio. Ciò di cui non aveva assolutamente bisogno il film è quel finale buonista, da spot pubblicitario, con riferimenti all’attualità che ne depotenziano l’atmosfera sbarazzina.   

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