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Oscar 2019, le nomination e i trend in attesa della notte più lunga dell’anno

Poche le sorprese eclatanti, con due titoli su tutti: "Roma" del messicano Alfonso Quaròn e "La favorita" del greco Yorgos Lanthinos

Che la Mecca del cinema sia pronta a lasciare il segno sui problemi sociali più spinosi dell'attuale realtà americana lo dimostra anche il fatto che nelle nomination si è dato ampio spazio a film che denunciano il razzismo negli Usa,  sotto varie forme, riportando l'attenzione sul famigerato Ku Klux Klan. Da segnalare anche, al riguardo, che per la prima volta, in trent'anni di apprezzati lavori, il regista di colore Spike Lee, premiato nel 2015 con l'Oscar alla carriera, sia finalmente in gara, con le prime nomination: Migliore regia e Migliore film

Con le “nomination” (candidature) è iniziato il countdown per la notte degli Oscar, per quella che è spesso la notte più lunga, più kitsch e più noiosa ma anche… la più vista in televisione (si parla di un miliardo di spettatori in tutto il mondo) e quella in cui le scommesse raggiungeranno in America cifre da capogiro. Sì perché ormai sui vari vincitori delle statuette “dorate”, fabbricate dalla R.S. Owens&Company di Chicago, si scommette, illegalmente, tale e quale come sui cavalli o sul Super Ball del football (si parla di una cifra che varia, più o meno, dai 6 agli 8 milioni di dollari).

Detto questo, veniamo alle nomination appena annunciate. Poche le sorprese eclatanti, e con due titoli su tutti: “Roma” del messicano Alfonso Quaròn, film Leone d’Oro al Festival di Venezia, e “La favorita” del greco Yorgos Lanthinos, sui giochi di potere e seduzione nell’Inghilterra del Settecento: dieci candidature per entrambi. Seguono “A Star is Born” di  Bradley Cooper e “Vice“, di Adam McKay, con otto; “Marvel Black Panther” (primo film della storia  tratto da un fumetto a correre nella categoria “migliore film”), di Ryan Coogler, con sette; “BlackKKKlansman“, di Spike Lee, con sei; “Green Book“, di Peter Farrelly, e “Bohemian Rapsody“, di Bryan Singer, entrambi con cinque.

È vero che la sontuosa biografia cinematografica del cantante Freddy Mercury sta mietendo incassi al botteghino, ma come vincitore della statuetta vedo il film di Cuaròn per la sua delicata, rifinita completezza, cinematografica ed umana, e maestria in bianco e nero di una Città del Messico degli anni ’70. Ma anche perché (lasciatemelo dire), oltre alla bellezza, potrebbe giocare a suo favore anche il fatto che in questo momento, con Trump che vuole costruire l’arcinoto muro anti-Messico, Hollywood, solitamente progressista, potrebbe voler dare un suo segno sulla spinosa questione. Potrebbe invece giocare contro il fatto che è un film targato Netflix, società di produzione che sta dividendo le grandi case di produzione statunitensi.

Che la Mecca del cinema sia comunque pronta a lasciare il segno sui problemi sociali più spinosi dell’attuale realtà americana lo dimostra anche il fatto che nelle nomination si è dato ampio spazio a film che denunciano il razzismo negli Usa,  sotto varie forme, riportando l’attenzione sul famigerato Ku Klux Klan. Da segnalare anche, al riguardo, che per la prima volta, in trent’anni di apprezzati lavori, il regista di colore Spike Lee, premiato nel 2015 con l’Oscar alla carriera, sia finalmente in gara, con le prime nomination: Migliore regia e Migliore film. Potrebbe vincere per la regia: il film racconta la storia vera dell’agente afroamericano Flip Zimmerman che riuscì ad infiltrarsi in una cellula del Ku Klux Klan e sventare così alcune azioni violente già programmate dal movimento razzista.

Comunque difficile individuare il favorito per Migliore regia. Detto di Spike Lee, potremmo assistere infatti anche ad uno “scambio”: se il premio come miglior film viene dato a “Roma”, è probabile che sia Yorgos Lanthimos, con il suo “La favorita”, ad aggiudicarsi la statuetta per la migliore regia, o viceversa.

Principali candidati alla statuetta per le altre categorie, sembrano favoriti (a mio modestissimo parere) Rami Malek (“Bohemian Rapsody”) e Christian Bale (“Vice) come Migliore attore protagonista; Olivia Colman (“La favorita”), Yalitzia Aparicio (“Roma) e Lady Gaga (“A Star is Born”); Mahershala Ali (“Green Book”) e Sam Rockwell (“Vice”) come Migliore attore non protagonista; Amy Adams (“Vice”) e Rachel Weisz (“La favorita”) come Migliore attrice non protagonista; “Roma”, “Cold War” o “Un affare di famiglia” come Migliore film straniero.

Queste le candidature delle principali categorie:

MIGLIOR FILM

Black Panther

BlackKklansman

Bohemian Rhapsody

La Favorita

Green Book

Roma

A Star is Born

Vice

MIGLIOR REGIA

BlackKklansman – Spike Lee

Cold War – Pawel Pawlikowski

La Favorita – Yorgos Lanthimos

Roma – Alfonso Cuaron

Vice – Adam McKay

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

Christian Bale – Vice

Bradley Cooper – A Star is Born

Willem Dafoe – Van Gogh

Rami Malek – Bohemian Rhapsody

Viggo Mortensen – Green Book

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

Yalitzia Aparicio – Roma

Glen Glose – The Wife

Olivia Colman – La Favorita

Lady Gaga – A Star is Born

Melissa McCarthy – Copia Originale

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Mahershala Ali – Green Book

Richard E. Grant – Copia Originale

Adam Driver – BlackKklansman

Sam Elliott – A Star is Born

Sam Rockwell – Vice

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

Amy Adams – Vice

Maria de Tavira – Roma

Regina King – Se la Strada Potesse Parlare

Emma Stone – La Favorita

Rachel Weisz – La Favorita

MIGLIOR FILM STRANIERO

Opera senza autore – Florian Henckel von Donnersmarck (Germania)

Un affare di Famiglia – Hirokazu Kore-eda (Giappone)

Cafarnao – Nadine Labaki (Libano)

Roma – Alfonso Cuarón (Messico)

Cold War – Pawel Pawlikowski (Polonia)

Fatte le “nomination” la domanda che ora gira tra gli addetti ai lavori è: “Quale compagnia di produzione eserciterà la maggiore ‘pressione economica’ prima della fatidica notte del 24 febbraio? “. La notte in cui, lo ricordiamo, per ben 23 volte (quanti sono gli Oscar assegnati) verrà ripetuta la usuale frase “E il vincitore è…”, seguita da baci e abbracci in sala, qualche lacrimuccia furtiva sul palco ed una serie infinita di stucchevoli e noiosi ringraziamenti agli immancabili familiari e alle persone del cast (pochi si azzardano ad uscire da questo “clichè” abituale, pena il rischio di essere bollati come antisistema o essere magari ostracizzati).

Al tirar delle somme, la verità è che, dietro le quinte e al di là dei lustrini di scena come paravento, si tratta soprattutto di una competizione con tanti zeri, prima e dopo: soldi impegnati in pubblicità, cene nelle ville di Hollywood con membri votanti dell’Academy e, si dice, regalie a questi per arrivare ad accaparrarsi il voto, prima per la candidatura e poi per l’Oscar. Perché tutto questo? Perché la statuetta d’oro può rilanciare sul mercato il film e quindi assicurargli ulteriori incassi in tutti i mercati del mondo. Il vero problema è che molti membri dell’Academy non hanno magari visto alcuni dei film in gara e così, arrivati al setaccio delle candidature, prende corpo la fase in cui entrano pesantemente in campo grossi capitali. Da qui fino al 24 febbraio le riviste “Variety” e “Hollywood Reporter” (il periodo degli Oscar fornisce il 50-60 per cento dei loro incassi annuali) vengono ispessiti da annunci pubblicitari che sollecitano sfacciatamente il voto  e nelle ville di Hollywood si susseguono a raffica affollatissimi party per permettere “contatti” tra i contendenti e i membri dell’Academy. Insomma, gli Oscar: tra arte e business.

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