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Pupi antimafia, la “nuova epopea” degli eroi siciliani rivive nel teatro di Angelo Sicilia

A Palermo le storiche marionette cambiano foggia e girano il mondo: il fascino di un’arte senza età s’intreccia con un mondo popolato d’ideali e uomini coraggiosi

Uno degli spettacoli teatrali messi in scena da Angelo Sicilia per il suo ciclo dei pupi antimafia

"Il teatro dei pupi era scomparso negli anni ‘50 con l’avvento della televisione e della cultura massificante e con la disgregazione dei quartieri popolari delle città. Bisognava trovare un nuovo pubblico che consentisse a questa straordinaria arte di continuare a vivere ancora. Da qui è nata la mia “rivoluzione”, raccontare una nuova epopea, fatta di uomini e donne coraggiose che hanno sfidato la mafia e dato la loro vita per la giustizia e la dignità di ognuno di noi"

Un tessitore di favole moderne che attingono a pagine gloriose di vita vera: abilissimo nell’intrecciare i fili senza il timore d’ingarbugliarli, per dipanare, anzi, la matassa di storie che ruotano intorno alla Sicilia e al suo immaginario. Angelo Sicilia è il riscopritore, l’artefice e il promotore di una forma d’arte dalle origini antiche, proposta però in una chiave inedita: il suo teatro dei pupi antimafia nasce da un esperimento, per diventare, negli anni, esso stesso patrimonio collettivo. Insieme all’associazione culturale Marionettistica Popolare Siciliana da lui fondata a Palermo, Angelo ha scelto di affiancare un ciclo nuovo all’opera dei pupi tradizionale dei paladini di Francia, per ripercorrere le tappe più salienti della lotta alla mafia. Lo scopo? Veicolare messaggi d’impegno sociale e civile attraverso il linguaggio diretto e il fascino senza età dello spettacolo delle marionette. Protagonisti gli eroi del nostro tempo, dunque, ma non solo: perché nel suo mondo parallelo, popolato di ideali e uomini coraggiosi, trovano posto anche personaggi come quelli del ciclo arturiano, sacro e shakespeariano. Scelte ben precise, e mai scontate, caratterizzano il suo percorso artistico, fra cui quella di non rappresentare storie banditesche, ma di “dare corda” a esempi positivi. Esempi che trovano seguito nel concreto, con l’adesione della sua associazione al circuito di Addiopizzo, e nuova linfa negli occhi attenti di grandi e piccoli spettatori, come gli studenti delle scuole, fra i primi e più importanti destinatari delle sue rappresentazioni. Una passione, quella per le marionette, nata nelle sue notti di bambino, e confluita anche in tre musei dell’Opera dei Pupi, che ne raccontano l’evoluzione nei secoli. Luoghi speciali dove Angelo Sicilia ha voluto raccogliere parte di quel patrimonio “perduto”, che continua a recuperare con la sua arte e a tenere vivo nella memoria degli adulti che verranno, nella sua isola e in giro per il mondo.

 

Angelo, descrivendo la tua attività, a un certo punto dici di aver deciso di togliere le armature ai pupi per prediligere la narrazione delle più belle storie del popolo siciliano. Come ha preso forma quest’idea e come sei riuscito a trasformarla in un progetto così affascinante e articolato?

“All’inizio la mia era solo una grande passione di un bambino a cui la notte per addormentarsi venivano raccontate le gesta dei paladini di Francia invece delle fiabe dei fratelli Grimm. Col tempo, questa passione si è trasformata in un grande interesse culturale: lo studio di una forma teatrale unica, alimentata dalla mia enorme curiosità di voler conoscere tutto (o quasi) di un genere con caratteristiche peculiari. L’opera dei pupi era infatti il teatro del popolo ed era amata ed apprezzata ovunque nell’isola, da Catania a Palermo, da Trapani a Messina.

Angelo Sicilia alle prese con i suoi pupi

Scoprii presto, però, che l’opera che cercavo nei racconti dei vecchi pupari siciliani non c’era più: il teatro dei pupi infatti era scomparso negli anni ‘50 del Novecento con l’avvento della televisione e della cultura massificante e con la disgregazione dei quartieri popolari delle città. Bisognava trovare un nuovo pubblico che consentisse a questa straordinaria arte di continuare a vivere ancora. Da qui è nata la mia “rivoluzione”, bisognava svecchiare il repertorio e quindi raccontare una nuova epopea, fatta di uomini e donne coraggiose che hanno sfidato la mafia e dato la loro vita per la giustizia e la dignità di ognuno di noi: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Padre Pino Puglisi, Lia Pipitone, Pio La Torre e tante altre piccole e grandi storie. Nasce così, da una scelta radicale, il ciclo di pupi antimafia. Il nuovo e naturale pubblico di questo ciclo di rappresentazioni non poteva che essere quello dei giovani studenti delle scuole di tutta Italia”.

Le storie che proponi ripercorrono le principali tappe della lotta alla mafia, ma non solo: le tue opere spaziano dalla narrazione dei Fasci siciliani fino a esperimenti inediti come la recente rappresentazione della Riforma luterana. C’è un filo rosso che le lega? E da cosa trai ispirazione per mettere in scena nuove opere?

“Quello che abbiamo voluto fare in questi anni è stato affrontare un triplice percorso. Da un lato proporre un ciclo epico nuovo, quello dei pupi contro la mafia, per mantenere viva la memoria nei giovani, e non solo, per gli accadimenti cruciali della storia siciliana che va dalla fine dell’800, con il movimento dei fasci dei lavoratori e dell’epopea contadina, alla tragica vicenda delle stragi di mafia del 1992 a Palermo. Il secondo aspetto che ci ha impegnato molto è stato quello di tornare a rappresentare con la nostra compagnia spettacoli tradizionali che caddero nel dimenticatoio dopo la crisi degli anni ’50 e non sono stati quasi mai più portati in scena: mi riferisco al ciclo della Passione di Cristo, alla Natività, alle storie dei santi, alla storia di Garibaldi e lo sbarco dei Mille, alle incredibili storie shakespeariane raccontate dai pupari del secolo scorso. L’ultimo aspetto è stato quello della ricerca di una nuova frontiera, una serie di rappresentazioni che costituiscono una novità assoluta nel mondo dei pupi siciliani: il ciclo arturiano, con la storia di Artù, di Tristano e Isotta e di Galvano o dei grandi della storia come Federico II, Martin Lutero, Skanderbeg e tanti altri. Il filo rosso che lega questi cicli è proprio la sperimentazione di nuovi linguaggi storici e teatrali e la pratica dell’andare “oltre” la tradizione, che in molti casi può rappresentare una gabbia”.

Opere ma non solo. Infatti i Pupi Antimafia hanno anche il loro museo, anzi musei. Ce ne parli?

“Nel corso di questi ultimi venti anni il lavoro di studioso del mondo dei pupi e poi di puparo vero e proprio mi ha permesso di conoscere i vecchi opranti della “Belle époque dei pupi”, molti di loro oramai non ci sono più e le loro famiglie mi hanno spesso “pregato” di acquistarne i pupi costruiti dai padri, nonni, perché così erano sicuri che avrebbero continuato a vivere. Questo mi ha consentito di rilevare una serie di materiali (pupi, scenari, teatri completi, attrezzi di scena) che assieme alla nostra ventennale produzione ha costituito la mia collezione personale che è attualmente suddivisa nei tre musei di Carini, all’interno del Castello La Grua Talamanca (quello della famosa Baronessa!), di Cefalù, ubicato nei pressi del Duomo e di Caltavuturo, sulle Madonie. I visitatori possono ammirare l’evoluzione dei pupi negli ultimi secoli: dalla tradizione carolingia ai pupi antimafia”.

Negli anni, l’associazione Marionettistica Popolare Siciliana e l’opera dei Pupi Antimafia hanno ricevuto preziosi riconoscimenti. Tra i più recenti c’è quello della Lt Joseph Petrosino Association in America. Com’è stato portare in scena “Joe Petrosino, l’incorruttibile”?

“I riconoscimenti degli ultimi anni sono stati linfa vitale per noi che abbiamo scelto di essere, unici nel mondo del teatro di figura italiano, una compagnia teatrale schierata a favore del movimento antimafia e per la legalità con un proprio ciclo di rappresentazioni contro la mafia. Il riconoscimento degli amici di New York per lo spettacolo e l’opera di divulgazione su Joe Petrosino è stato per me personalmente quello più emozionante, perché mi ha fatto capire l’importanza del nostro lavoro teatrale e civile anche fuori dai confini siciliani e nazionali. Joe Petrosino è sempre stato un mito per me, fin da bambino, quando leggevo i libri che parlavano delle sue gesta e lo paragonavo ad un paladino italiano che solo, o quasi, contro tutti riusciva a sconfiggere i criminali dell’East End. Portare in scena questa storia è stato veramente appassionante”.

Lavori tantissimo con le scuole e con i più piccoli. Che tipo di reazioni osservi durante i tuoi spettacoli? Rivedi in loro lo stesso stupore dei bambini di 20 anni fa? E quale chiave utilizzate nel proporre loro delle storie e tematiche anche molto complesse?

“I bambini amano molto il teatro dei pupi, perché nella loro purezza d’animo restano incantati, quasi ipnotizzati da queste figure con sembianze umane e dai movimenti sinuosi. Alla fine degli spettacoli sono in tantissimi, infatti, a volerli toccare, perché vogliono rendersi conto attraverso questo gesto che quello che hanno visto non era solo frutto della loro immaginazione. Il risultato è sempre lo stesso da vent’anni a questa parte e la forza della comunicazione diretta utilizzata da sempre dai pupari è la chiave di volta che mi consente di poter proporre tematiche complicate e impegnative, come la storia dei fatti di mafia, ad un pubblico di giovani e giovanissimi”.

Nel 2001 l’Unesco ha dichiarato l’opera dei pupi siciliani patrimonio orale e immateriale dell’umanità. Come pensi che una tradizione tanto antica possa rinnovarsi e trovare nuovi appassionati nell’epoca del web 3.0?

“L’opera dei pupi, come tutto il teatro di figura e di animazione (marionette, burattini, ombre, wayang, ecc) ha un proprio linguaggio universale, composto da una miscellanea di  scena-azione-movimento-suoni che ha consentito a questa forma artistica da un lato di farsi capire anche da chi non parla la sua lingua e dall’altro di attraversare i secoli e le mode. Pensa che i pupi hanno ormai 200 anni e la loro forza comunicativa è efficace anche e soprattutto in piena epoca contemporanea, proprio perché tocca le corde di un bisogno tutto nostro, ancestrale, di un rapporto manuale, tattile, con il mondo fantastico delle marionette e dei fantocci”.

I pupi in passato hanno trovato un pubblico anche in America e a New York, in particolare. Hai mai immaginato un tour negli Stati Uniti? Quali sono i tuoi prossimi progetti e appuntamenti?

“Storicamente le compagnie dei pupi “seguivano” le rotte dei nostri emigrati nel Nuovo Mondo, non solo quindi negli Usa, ma anche in Argentina e altre parti dell’America del Sud. Negli Usa, i pupari, sia di scuola palermitana che catanese, erano presenti sia sulla West Coast (San Francisco), che sulla East Coast, in particolare a New York. C’è quindi una grande tradizione centenaria dei pupi in America che andrebbe rivisitata e ripresa. Sono stato contattato per il prossimo Columbus Day, vedremo. Per quanto riguarda i prossimi progetti è in programma a breve un nuovo spettacolo sulla storia di Federico II, lo stupor mundi, con una nuova messa in scena che comprende anche musiche dal vivo e immagini.  Nei primi di giugno saremo in un Festival a Perm in Russia e a novembre siamo stati invitati dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, in Germania, per rappresentare i pupi antimafia nel Land del Baden Wuttemberg, nelle città con alta densità di popolazione italiana, e questo ci rende molto felici”.

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