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“Winter Journey”, il dramma dei migranti e l'”inverno del nostro scontento”

Al Massimo di Palermo Ludovico Einaudi, noto per le sue composizioni jazzistiche, osa per la prima volta sviluppare un dialogo più arduo, persino ardito

Foto di scena di Rosellina Garbo

«Now is the winter of our discontent / Made glorious summer by this sun of York» (W. Shakespeare, Riccardo III, Actus Primus. Scoena Prima. Enter Richard Duke of Gloster, solus).

Non mi riferisco al celebre romanzo di John Steinbeck (1961) che focalizza la crisi della middle class espressa nell’arrampicatore sociale Ethan Hawley e nel suo personale tracollo cruento, ma alle radici gloriose della citazione, al folgorante incipit ad apertura di scena: «Now is the winter of our discontent / Made glorious summer by this sun of York» (W. Shakespeare, Riccardo III, Actus Primus. Scoena Prima. Enter Richard Duke of Gloster, solus).

Perché l’opera Winter Journey, rappresentata in prima mondiale assoluta al Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo, il più grande di Italia e il più bello del mondo, nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro San Carlo di Napoli, nell’angoscia di quella martellante eco, «suono di grido del cuore e memoria di bellezza», mi ripropone in termini simbolici questa duplicità di realtà e di soterica speranza. Il dramma della mortificazione umana e la luce della bellezza che decanta l’epigrafe di Camillo Finocchiaro Aprile sul frontespizio dell’opera dei Basile, padre e figlio: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire».

Foto dell’autore

L’opera è eccezionale in tutti i sensi, anche se giocata emotivamente sulla commemorazione di un episodio tragico che sta riscuotendo somma ed eccezionale risonanza in contesti assai diversi, il naufragio di un’imbarcazione proveniente dalla Libia, avvenuto nel 2013, non lontano dal porto di Lampedusa, trecentosessant’otto vittime, venti dispersi, 155 superstiti tra cui 41 minori soli, la “tragedia di Lampedusa”.

Prova di questo coinvolgimento popolare è l’istituzione, il 3 ottobre (alle 3.30 il disastro) della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione e la richiesta che si deliberi come “Giornata europea della memoria e dell’accoglienza”.

Sono seguiti alla “tragedia di Lampedusa” una serie di progettualità ed interventi, confusi e velleitari, senza una vera volontà di collaborazione. Prima l’operazione Mare nostrum, pattugliamento del Canale di Sicilia voluto dal governo di Enrico Letta, come missione militare, aerea e navale, ed umanitaria. Il 1° novembre 2014 fu sostituita dall’operazione a guida UE, Frontex Plus, poi operazione Triton di Frontex (l’agenzia europea di vigilanza dei confini, assemblata al dio marino greco, figlio di Poseidone), sostituita ancora il 1° febbraio 2018 con Operazione Themis (mitica dea greca della Giustizia e del Diritto), obiettivi aumentare il pattugliamento marino, sviluppare polizia e intelligence, ma soprattutto garantire il soccorso dei migranti in mare in maniera più diffusa. Il direttore Fabrice Leggeri dichiarò: «Frontex aiuterà inoltre l’Italia a rintracciare le attività criminali, come il contrabbando di stupefacenti attraverso l’Adriatico» (!!!). Da rabbrividire. Nulla di tutto questo. Con un programma così chiaro cosa ci fanno ancora le demonizzate decine di Onlus? Tralasciamo le vicende ultime dei governi italiani a tutti note, la cancellazione per decreto dell’umanità con la scusa della purezza della razza e della legalità offesa.

Questo momento di estrema desolazione vogliono riprendere i filmati che si snodano sulla scena (video di Luca Scarzella), i personaggi che svaporano in un velo (scene e luci di Gianni Carluccio). Certo, c’è un senso di smarrimento davanti a un palcoscenico saltuariamente animato dai tre personaggi reali, il padre (Badara Seck), la madre (Rokia Traoré), il bambino (Mouhamadou Sazll). Sa più di docu-film che di opera musicale, l’orchestra soverchiata da un compito sovrumano, quello di dare sentimenti ed emozioni a questa sequenza di recitativi e intermezzi con canto e cori in scena e fuori scena, fra lo sciabordare delle onde e i gridi di aiuto e i corpi che dondolano in acqua. Perciò una profonda coesione tra le musiche di Ludovico Einaudi e l’animazione scenica, la travolgente-sconvolgente-martellante sonorità delle scene di naufragio, il placido idillio, la mesta nostalgia di una terra perduta nel passaggio ad altra, la fredda terra non propria, estranea. Einaudi, noto nel mondo come pianista e compositore di celebri colonne sonore, con incidenze pop, rock, folk su un tema classico (per Roberto Andò ha musicato il film Sotto falso nome), noto anche per l’album Le onde, ballate ispirate al romanzo di Virginia Woolf. A commento verbale il testo, il cosiddetto spartito, scritto con la tragedia nel cuore da Colm Tòibin, di radici irlandesi e sguardo in America. Si articola in sette sezioni, come i sette giorni del mondo creato, sette come le parti essenziali di una tragedia greca (parodo, tre episodi dialogati e tre stasimi corali). Ludovico Einaudi, universalmente noto per le sue composizioni jazzistiche osa per la prima volta sviluppare un dialogo più arduo, direi ardito. Colm Tóibín, saggistica e romanziere, dal The Sign of the Cross fino agli ultimi La casa dei nomi e Brooklin, anche film di grande consenso, un’attività culturale intensa di titoli e benemerenze, esordisce come librettista. Qui corre l’obbligo ricordare che il nonno fu attivista dell’IRA, partecipò alla rivolta del suo paese e subì il carcere. Le due invasioni di campo hanno dato l’effetto ad una creazione originale, liberi dagli orpelli delle inveterate strutture operistiche. Così la ideazione di Andò ha volato su terre nuove, legate alla dolorosa cronaca quotidiana elevata a paradigma universale: la ‘spartenza’ e il gelo respiro di una terra straniera, nell’angoscia del rifiuto e nella imposizione della assimilazione, la cancellazione forzata della propria identità, oggetto di una manipolazione utilitaristica. Lo sanno i nostri emigrati in USA e nel mondo.

Il tutto in una estrema mistione di generi. Nulla a che vedere però con la smorfia dell’ultimo Barbiere, opera del 1816, dileggiata a fumetti buffi in cartoon e invasioni sconcertanti in un’opera classica. Qui sta la fortissima differenza: se si vuol creare un’opera moderna bisogna scriverla.

Il Politico: “non vogliamo stranieri nelle nostre strade”.
Il Coro ripete ancora e ancora “Niente stranieri per le strade”.

Così le note di scena: «Che la si definisca una storia d’amore tra un uomo e una donna, o tra un bambino e i suoi genitori, questa è una storia che va oltre i confini ordinari dell’amore. Perdita, dolore, solitudine, disperazione, ironia, sono le diverse intonazioni delle voci che vi si inseguono, in un colloquio tragico, che, a volte, assume il tono febbrile del desiderio, altre quello lirico e struggente dell’assenza».

Per aggiungere un tocco salottiero di mondanità a qualche assenza in sala e nei palchi ha fatto da bordone, per dirla in musica, la presenza altolocata nel palco reale su invito del presente sindaco Leoluca Orlando, l’arcivescovo Henrich Bedford.Strohm, Presidente del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania e l’attivista ruandese di origini Burundi Marie Claire Safari. In sala una folta rappresentanza giapponese guidata da Masayuki Kobbayashi in avanscoperta della tournée del Teatro in Giappone nel 2020. Stampa europea olandese e spagnola, alle prove i quaranta partecipanti al Forum Opera Europa che riunisce i teatri lirici europei. Per un così titolato parterre ci stavano gli undici minuti di applausi, cosa rara a Palermo in cui gli spettatori non si surriscaldano spesso, questa sera senza il pienone, ma calorosi nello slancio.

P.S. Per orgoglio e onore dei gloriosi teatri di Palermo e Napoli, il New York Times ha riportato l’esperienza con una recensione sulla sua prima pagina del 4 ultimo.

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