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TRADIZIONI/ Oltre tre secoli di fiera all’aperto

A Sant’Agata di Militello, da 312 anni si tiene l’esposizione che è ormai diventata, nelle due edizioni annuali, uno degli appuntamenti fieristici più importanti della Sicilia e del meridione. Prodotti antichi e moderni, da quelli per la casa a quelli in ferro battuto, con le grida degli ambulanti che annunciano l’inizio della festa

La fiera storica di Sant’Agata Militello, quest’anno raggiunge un fenomenale traguardo e arriva a spegnere 312 candeline, ma non ne sente ancora il peso; anzi continua il suo cammino con ben due esposizioni annuali, una per ogni semestre, confermando la centralità e la sua importanza che riveste nel settore fieristico, non solo per la Sicilia, ma addirittura per il meridione d’Italia. Il diritto a svolgerla, venne concesso infatti nel lontano 28 luglio del 1700, al principe del tempo, Don Gaetano Gallego Ventimiglia. Costituiva allora, una delle Occasioni più favorevoli di mercato per un economia prevalentemente pastorale e agricola dei paesi nebroidei, i cui abitanti confluivano dai centri montani: Alcara Li Fusi, Castell’Umberto, Tortorici, San Fratello, Caronia e oltre, sulla marina di Sant’Agata per la vendita dei capi di bestiame (buoi, cavalli, asini, capre etc.); o l’acquisto di prodotti artigianali e di consumo (tessuti a metraggio per confezionare vestiti, cappotti o lenzuola per completare il corredo della figlia da maritare, utensili per la campagna, canestri di verghe, fusi e conocchie per filare lana, lino etc.). Occasione unica questa tra venditori e acquirenti per gente che viveva isolata molti mesi l’anno, e lontana dalle grandi vie commerciali. Non una fiera monotematica dunque, ma un’allegoria e un’alternanza di svariati prodotti. La fiera divenne un momento distintivo delle attività economiche di Sant’Agata i cui amministratori, poi, agli inizi del secolo scorso, in virtù di una vertiginosa crescita demografica, ne promossero una seconda edizione. Furono due quindi, gli appuntamenti importanti del sud Italia, con i connotati però, rimasti intatti nel tempo. Svariata la merce: tappeti, divani, esotiche piante e poi magliette, vestiti, biancheria intima, “sbandierata” ai supporti delle bancarelle ed esaltata da robuste voci che invitano le signore chiamate per nome ad acquistare ciascuno i propri prodotti. Merce, che secondo le urla degli ambulanti, é la migliore in qualità e prezzo. Si intersecano così, parlate e accenti “forestieri”, pugliesi, napoletani, catanesi, solo per citarne alcuni, i quali fanno a gara a farsi udire tra il frastuono degli altoparlanti e ilchiacchiericcio dell’enorme folla, arrivata con pullman o in auto, dai paesi dei Nebrodi e anche oltre.

La fiera quindi che si svolge a Sant’Agata nei giorni 14 e 15 Aprile, va ad aprire tutte le altre che si terranno in Sicilia in primavera ed estate, per poi chiudere il 14 e 15 novembre con l’ultima fiera dell’anno. Si sa che in passato l’uomo seguiva il corso delle stagioni. L’inverno rappresentava la conclusione degli affari e compravendite da effettuare prima “dell’entrata” dei mesi di letargo. Oggi, col mutare dell’economia, alcuni prodotti sono cambiati. Nonostante tutto, resiste la fiera del bestiame, nei pressi della contrada denominata comunemente “Giancola”, cui si accede dalla rotabile che costeggia il mare, oltrepassando il ponte del torrente Rosmarino, evitando così gli ingorghi nel traffico cittadino. Per il resto tutto come prima: sono ben oltre oltre 350 i posti assegnati alle bancarelle sul lungomare, allineate su quattro file, per più di due chilometri, sul viale della Regione e sull’antica via Cosenza. E come accadeva nel lontano 1700, si svolge a cielo aperto, nell’incognita dell’intemperanza degli umori del tempo. Svariata è la mercanzia, antico e moderno si intersecano indifferentemente: dai prodotti per la casa a quelli in ferro battuto, “fornacelle”, “ammortabrace”, alari per il camino, zappe, pale, utensili di un lavoro contadino che va sempre più scomparendo, ed elettrodomestici, lampade alogene, dischetti per computer dall’altro. «Signora Mariaaa, signora Mariaaa!… » grida l’ambulante ergendosi con voce stentorea al disopra della confusione della folla; gli altoparlanti a tutto volume intonano mazurche, tarantelle e canzoni dell’ultimo festival di San Remo. Mentre nell’aria si espande l’odore dolciastro dello zucchero a velo, mischiato a quello dei semi di zucca, della nocciolina e della calia di Naso appena tostati, e da sgranocchiare ancora caldi e scoppiettanti tra le dita. Il torrone viene spalmato su basi lisce, girato e rigirato, appiattito con enormi coltellacci, e alla fine tagliato a listarelle, per la golosità dei piccini (e non solo).

 

Un’antica immagine della fiera di Sant’Agata Militello

E’ una festa che si espande e contagia anche chi era sceso annoiato e immusonito “solo per dare un’occhiata”, e che si lascia invece coinvolgere, e riesce a “combinare” qualche buon affare. Infatti, dagli innumerevoli sacchetti stracolmi e portati in giro, sporgono manici di padelle, con i quali si rischia di venire contusi nella calca. Le giovani mamme, sospingono i passeggini nei quali i bambini si deliziano a guardare il loro palloncino colorato, legato alla manina, con uno spago. Ma sono frequenti gli ingorghi, data l’affluenza di migliaia e migliaia di visitatori. Improvviso si blocca il fiume umano. “E’ qualche svendita!” “Tutto a metà prezzo”: «Venite donneee! Accorreteee!» Continuano a sgolarsi i banditori. «Mi voglio rovinare questa mattinaaa», intona più forte, quello che si rifà alla migliore sceneggiata napoletana. Ma si sa, il baccano attrae l’attenzione e procaccia clienti.

I servizi di piatti vengono venduti con una strana asta al ribasso, tra un capannello di curiosi e illusi: «Non ve li vendo per 100, né per 70 e neppure…». E le mani si alzano pronte ad accaparrarsi l’acquisto. Soddisfatte.

Tra generi di abbigliamento più svariati, si ha facilmente la possibilità da parte delle signore più esigenti, di ammirare e provare anche delle pellicce di visone ed ermellino. E gustando il pistacchio di Bronte, non è difficile imbattersi ancora in truffaldini esperti nel “gioco delle tre carte” o negli ultimi superstiti di quelli che lo scrittore Leonardo Sciascia, negli anni ’40, chiamava “induvinavintura”, i quali con organetto e pappagallo invitano ad acquistare il biglietto della sorte. E perché no? In fondo la speranza aiuta a vivere meglio.

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