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A New York il vino parla italiano

Dal 7 al 9 arriva l'Italian Wine Week preceduta, il 3 febbraio, da Slow Wine

italian wine week
Per Slow Wine sono arrivate a New York 80 aziende italiane. E la settimana prossima si replica con le oltre 1.000 etichette di Vino 2016 – Italian Wine Week. Maurizio Forte, direttore ICE: “Uno dei nostri obiettivi è trasmettere la cultura del vino”

Il vino italiano è il protagonista assoluto della prima settimana di Febbraio a New York, grazie a una serie di iniziative promosse dall’ICE insieme a Slow Wine e a Vinitaly International. Mercoledì 3 febbraio si sono aperte le danze, in senso non troppo figurato, visto che la conferenza stampa di presentazione di VINO 2016, la Italian Wine Week, ha avuto luogo all’High Line Ballroom e a seguire c’è stato Slow wine – Grand Tasting of Italian Wines a cui hanno partecipato 80 aziende provenienti da tutta Italia.

Il vino è indubbiamente una delle eccellenze italiane più riconosciute al mondo. Attualmente, il nostro paese è leader assoluto nell’esportazione di vini e ad oggi negli Stati Uniti abbiamo una quota di mercato del 31,5%. Ci sono tutti gli elementi per crescere e per farsi conoscere anche in zone come il centro degli Stati Uniti. Maurizio Forte, direttore dell’ICE di New York, dice: “Uno dei nostri obiettivi è trasmettere la cultura del vino. Non solo, dunque il gusto, ma è importante che sia chiaro che per noi bere è collegato alla convivialità, a uno stile di vita sano”. Per questo, tra gli 11 seminari che si terranno tra il 7 e il 9 Febbraio durante VINO 2016, ha un’importanza notevole quello che ha come tema il rapporto tra vino e giovani. Si tratta di spiegare a chi ha appena compiuto 21 anni e si avvicina al consumo di alcolici che bere è un piacere a 360 grandi e che non ha alcun senso bere per ubriacarsi e isolarsi. Bisogna educare i giovani al piacere del vino, accompagnato al buon cibo. Un altro tema dei seminari che si terranno durante la Italian Wine Week è “l’educazione al vino italiano e alla sua unicità, proprio a partire dai vini meno conosciuti che però sono il cuore e l’anima della produzione”, spiega Stevie Kim, managing director di Vinitaly che ha a cura un seminario di approfondimento sul Grignolino e uno sui vini artigianali. Un altro obiettivo non da poco è quello di svincolare il nostro vino dalla cucina italiana, spiega Maurizio Forte. I nostri vini hanno tantissime potenzialità di abbinamento con cucine etniche come quella giapponese e, perché no, con la cucina tradizionale americana.

L’Italian Wine Week non è solo informazione e divulgazione, è soprattutto promozione e si inserisce nel quadro di promozione del settore agroalimentare italiano negli Stati Uniti nell’ambito della campagna The Extraordinary Italian Taste, promossa dal Ministero dello Sviluppo Economico e realizzata dall’agenzia ICE. Si tratta del più massiccio piano di promozione del settore agroalimentare mai fatto dal Governo italiano che ha investito complessivamente 50 milioni di euro. Durante la conferenza stampa è stato presentato anche il video diretto da Silvio Muccino che racconta proprio la qualità dei prodotti made in Italy e che verrà trasmesso in TV, sul web e su un enorme bilboard digitale a Time Square.

Non solo divulgazione ed educazione, dunque, ma anche e soprattutto occasione di scambio e di promozione tra produttori, distributori e importatori. Tra l’8 e il 9 Febbraio all’Hilton Midtown, più di 200 produttori presenteranno agli esperti del settore oltre 1.000 etichette. Tra questi saranno presenti 50 aziende che non hanno ancora un importatore a cui è stata offerto un servizio di temporary importer per dare loro occasione di farsi conoscere e crearsi un mercato.

La conferenza stampa è stata anche un’occasione per presentare la versione americana della guida Slow Wine 2016 e la app, ora scaricabile anche negli Stati Uniti. Fabio Giavedoni, curatore della guida ricorda come, sei anni fa, la prima edizione fosse stata accolta con perplessità dai cultori dei punteggi e come invece ora sia la guida di vini più venduta in Italia. Slow Wine, infatti non è una guida che dà voti, ma racconta storie. Slow Wine si avvale di circa 250 collaboratori che si avvicendano di anno in anno e vanno a visitare circa 2000 cantine con la super visione dei due curatori, Fabio Giavedoni e Giancarlo Gariglio. Se non ci sono più i punteggi, allora qual è il criterio con cui vengono scelte 1.900 aziende sulle 120.00 visitate? “Innanzitutto prediligiamo le viticolture sostenibili e il biologico, ma soprattutto scegliamo le aziende, le persone e i vini che hanno qualcosa da raccontare” dice Giavedoni.

In effetti, sfogliare Slow Wine è tutto tranne che sfogliare un’asettica guida. È una lettura piacevole che parla di famiglie e territori, suddivisa in tre categorie: persone, vitigni e vini. Non mancano appunti sulle particolarità e sulle stranezze. I vini, i produttori, i vitigni vengono raccontati e valorizzati nella loro unicità. Giavedoni arriva dalla tappa di Slow Wine a Austin, in Texas. È stata la prima volta lì e la risposta è stata sorprendente. “Negli Stati Uniti non c’è lo snobismo che c’è spesso in Europa che porta a escludere a priori una serie di sapori. Qui c’è curiosità e apertura mentale”, dice Giavedoni. I presupposti ideali per vendere anche i vini più particolari.

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Lodovica Lusenti, produttrice modenese che propone una particolare Malvasia

Sarà dovuto anche a questa curiosità e a questa apertura mentale il successo di Lodovica Lusenti, produttrice modenese, che quando cinque anni fa ha fatto l’azzardo di proporre sul mercato americano l’Emiliana, una particolarissimia Malvasia a base di uve biologiche che hanno naturalmente i loro lieviti, ha avuto una risposta talmente positiva che durante Slow Wine, seguito alla conferenza stampa, è stata tra i produttori più celebrati. “So di produrre un vino torbido, che proprio per questo ha una personalità più forte di quelli filtrati, proprio per questo però temevo non fosse capito. Mi ha dato coraggio essere dentro alla guida Slow Wine, ho deciso di provare a proporlo ed è stato un successo. Alcuni hanno cercato di imitarmi, ma la cosa non mi preoccupa. Il vero segreto del mio vino è che non ha segreti. Il suo sapore è dovuto a una materia prima unica”, dice Lusenti che rappresenta uno dei produttori più distribuiti e apprezzati tra gli 80 presenti.

Molte delle aziende presenti mercoledì alla High Line Ballroom non hanno ancora una distribuzione negli Stati Uniti o magari non a New York e questa è stata un’occasione importante. Ed è bello vedere tanti giovani appassionati che portano avanti le tradizioni di famiglia come la bella Nicole, che ha i capelli del colore dello spumante che le ha dedicato suo padre, il Voilà Nicole della piemontese Cascina Bretta Rossa. L’entusiasmo dei più giovani è ciò che davvero più scalda il cuore e dà fiducia in un futuro sempre più luminoso. È chiaro come la tradizione sia in ottime mani e anzi sia pronta a essere condivisa sempre più lontano, aprendosi a nuovi mercati e a nuove utenze. E l’entusiasmo alla base di tutto questo fermento appare chiaro parlando con Valeria, fidanzata di Nicola Scienza, rappresentante della quarta generazione della famiglia Rubinelli Vajol, radicata nel cuore della Valpolicella. Si tratta di un’azienda che produce 30.000 bottiglie l’anno di altissima qualità tra Amarone, Valpolicella, Ripasso e Recioto e che è pronta a conquistare il mondo. Ecco, la conquista e il consolidamento dei nuovi mercati, è davvero nelle mani delle nuove generazioni, del loro coraggio e della loro voglia di mettersi in gioco. Per ora, vista la buona risposta degli avventori americani al wine tasting, sembra che i nostri produttori italiani se la siano giocata alla grande. Vedremo come se la caveranno durante la Italian Wine Week, dal 7 al 9 febbraio all’Hilton Midtown.

La settimana del vino si concluderà martedì 9 al Metropolitan Pavillon con la tappa newyorchese di Tre bicchieri, il tour organizzato da Gambero Rosso che porta i vini italiani nel mondo, per presentarli a stampa e addetti ai lavori.

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