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La dieta mediterranea che non è più made in Italy

Sapevate che la maggioranza delle aziende italiane che producono pasta non utilizza grano coltivato in Italia?

dieta mediterranea
Sono moltissimi i marchi alimentari che realizzano prodotti che, sebbene venduti come “made in Italy”, di italiano hanno solo l’etichetta o poco di più. Le aziende italiane che producono pasta utilizzando grano coltivato in Italia si contano sulle dita di una mano e i prodotti sono destinati al mercato locale

“Tengo ‘o core italiano”, diceva l’attore francese (ora con cittadinanza russa) Gerard Depardieu in uno spot pubblicitario per promuovere una marca di pasta. Una frase alla quale l’attore francese ha dimostrato di credere veramente convincendo lo chef di fiducia, Laurant, ad utilizzarla nel suo ristorante La fontaine Gaillon” a due passi da “L’Opera” di Parigi.

Peccato che da una ricerca condotta recentemente sia emerso che la stragrande maggioranza  delle aziende italiane  che producono pasta non utilizza grano coltivato nel Bel Paese! Altro che sapore italiano. Grazie alle misure introdotte da qualche tempo dall’Unione Europea, infatti, sono moltissimi i marchi di prodotti alimentari che realizzano prodotti che, sebbene venduti come “made in Italy”, di italiano hanno solo l’etichetta o poco di più.

A cominciare proprio dalla pasta, il piatto che, secondo molti, è alla base della dieta mediterranea. Le aziende italiane che producono pasta utilizzando grano coltivato in Italia si contano sulle dita di una mano e per la maggior parte si tratta di piccole e medie aziende i cui prodotti sono destinati al mercato locale (di solito regionale o poco più). Quasi tutti i grandi marchi, per realizzare l’alimento simbolo della cucina italiana, ricorrono in percentuali più o meno elevate, a grano acquistato fuori dall’Italia e, molte volte, fuori dall’Unione Europea. Secondo Coldiretti, “è fatto con grano straniero un pacco di pasta su tre”. “In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali”. 

Coltivatori e  ricercatori sostengono che “in alcuni dei Paesi esportatori (come il Canada) il clima umido favorisce la presenza di micotossine”.  

Secondo Coldiretti, solo nel 2015 sarebbero state importate 4,8 milioni di tonnellate di grano tenero e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro. Da luglio 2015 a febbraio 2016, solo nel porto di Bari sono stati scaricati quasi un milione di tonnellate di grano proveniente da paesi come Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone e Cipro. E questo solo a Bari. Se si pensa a tutti i porti italiani e alle materie prime che arrivano su gomma, il problema assume dimensioni preoccupanti. E i numeri lo confermano: fino ad una decina di anni fa, l’Italia produceva 4,5 milioni di grano duro l’anno (non a caso, in tempi antichi, la Sicilia era chiamata il “granaio d’Italia”), ma dopo il drastico calo delle superfici coltivate, oggi si copre solo il 60% del fabbisogno nazionale. Il resto viene sa altri paesi.

Ovviamente non sono mancate le proteste da parte delle associazioni di categoria. A cominciare  dall’Italmopa (Associazione Industriali Mugnai) e dall’Associazione delle industrie del dolce e della pasta, che ha persino pubblicato le sue ’10 verità’ sul grano estero. La giustificazione fornita dai produttori è che il frumento importato sarebbe “migliore” per via dell’alto contenuto di glutine, Nella città del pane, Altamura, il responsabile di Slow Food Condotta delle Murge Michele Polignieri ha le idee chiare: “Una cosa è l’alta quantità di glutine – ha detto in una recente intervista a ilfattoquotidiano.it – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche”. Sostanze che, spiega Alberto Ritieni, docente di chimica degli alimenti all’Università Federico II di Napoli, “attaccano il sistema immunitario e rendono il nostro intestino più esposto a diversi disturbi”. Forse sarà una coincidenza ma nell’ultimo periodo è cresciuto in modo preoccupante il numero dei celiaci ovvero dei soggetti che non riescono a digerire ad assimilare il glutine.

Il fatto è che la semola prodotta in Italia ha un  contenuto proteico superiore al 13per cento e questo comporta differenze non solo dal punto di vista nutrizionale ma anche dal punto di vista dei costi finali all’ingrosso (che sono maggiori del 15per cento circa). Una differenza di costo che diventa differenza di prezzo sullo scaffale dove gli spaghetti con semola di grano italiano (giusto per fare un esempio) arrivano a costare quasi il doppio di prodotti di concorrenza realizzati con materie prime provenienti dall’estero. Una differenza che ha ripercussioni non indifferenti sulle quote di mercato.

Le conseguenze della decisione delle grandi industrie di utilizzare grano proveniente dall’estero sono rilevanti anche a livello macroeconomico. In Italia, i prezzi del grano duro, nel 2016, sono crollati del 31 per cento rispetto allo scorso anno mettendo a rischio il futuro di tutto il settore. In pericolo – precisa la Coldiretti – non c’è solo la produzione di grano ed il futuro di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano ma anche un territorio di 2 milioni di circa ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione “made in Italy”.

“Made in Italy” che, grazie ai regolamenti imposti da Bruxelles, potrebbe subire ulteriori danni. In Europa (e di conseguenza in Italia), da qualche mese non è più obbligatorio indicare in etichetta il Paese di provenienza del grano utilizzato per produrre la pasta (e lo stesso per molti altri alimenti). Il problema dell’utilizzo di materia prime provenienti dall’estero, infatti, non riguarda solo la pasta, ma molti altri prodotti. A cominciare dal latte. Dopo anni di lotte e di proteste a proposito delle “quote latte” (lo strumento di politica agraria comunitaria che prevedeva una multa rilevante per ogni chilogrammo di latte prodotto oltre un limite stabilito –  imposizione cessata solo alla fine dello scorso anno e dopo anni di proteste e manifestazioni anche violente), la Parmalat, una delle maggiori aziende casearie “nazionali” (ma di proprietà della francese Lactalis dal 2011), ha deciso di non rinnovare il contratto con i produttori italiani e di fornirsi di latte proveniente da altri paesi. A denunciarlo è sempre Coldiretti: “Parmalat acquista il 7per cento del latte prodotto dagli allevamenti italiani mentre quasi 700.000 litri di latte al giorno arrivano mediamente dall´estero per essere venduti con i marchi del gruppo di Collecchio senza le indicazioni di provenienza sulle confezioni per consentire scelte di acquisto consapevoli e una adeguata valorizzazione del latte italiano”. “Tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri senza indicazione in etichetta, come pure la metà delle mozzarelle”, ha detto il Presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

E ancora. Due prosciutti su tre sono venduti come italiani, ma la carne proviene da maiali allevati all’estero. E anche in questo caso le conseguenze per l’economa nazionale sono rilevantissime: secondo il Dossier ”L’Italia in fattoria”, le norme europee e le politiche di molte aziende di trasformazione stanno causando danni economici e sociali enormi ad un settore che, fino a non molto tempo fa, valeva 17,3 miliardi di euro e rappresentava il 35 per cento dell’intero agroalimentare nazionale e che dava lavoro a circa 800mila persone al lavoro.   Solo nell’ultimo anno sono scomparsi 615mila maiali per lasciare spazio alle importazioni di carne di bassa qualità dall’estero.

Continuando di questo passo, tra qualche tempo chi assaggerà prodotti alimentari con marchio italiano non potrà più sentire “‘o core italiano”: di italiano in questi alimenti resterà solo l’etichetta. E forse neanche quella.

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