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Il made in Italy e i rischi del protezionismo

La focaccia di Recco IGP emblema delle contraddizioni delle denominazioni di origine protetta

made in Italy
Il dogmatismo tipico di un modo di fare italiano che rifiuta ogni forma di ibridazione dei prodotti tipici a favore di un protezionismo rigido può rivelarsi un boomerang con conseguenze pericolose? In un mondo globalizzato si rischia che altri inizino a commercializzare il made in Italy

La notizia è di qualche mese fa, ne vengo, tuttavia, a conoscenza solo recentemente. Il punto di partenza è un articolo dell’Economist uscito nel giugno 2016: For the love of Pizza. Già il sottotitolo è tutto un programma: “L’orgoglio d’Italia del cibo genuino rivela molto delle sue difficoltà economiche”.

L’articolo mette il dito nella piaga. Lo si comprende anche dai moltissimi commenti, anche agli articoli italiani che ne riprendono i temi. Ma il made in Italy è così intoccabile? Non avrebbe bisogno di essere un po’ desacralizzato, facendolo scendere dall’altare per guardare un po’ meglio cosa sia diventato? In altre parole, il dogmatismo, ad esempio, culinario tipico di un modo di fare italiano che rifiuta ogni forma di ibridazione dei prodotti italiani a favore di un protezionismo stretto e rigido può rivelarsi un boomerang con conseguenze pericolose?

La notizia è quella che vede emblematicamente protagonista la focaccia di Recco e le sue traversie.  Nel  2015 ottiene l’IGP, indicazione geografica protetta, dall’UE. Si tratta del primo prodotto da forno a centrare l’obiettivo (fallito da pizza e strudel) e a diventare super protetto. L’11 novembre 2015 si fa gran festa: tutte le autorità locali e regionali sono presenti. I petti sono gonfi e gli sguardi fieri e sorridenti. Le dichiarazioni rilasciate alla stampa locale dal Consorzio di tutela della focaccia fanno trasparire la grande soddisfazione: “E’ stato un percorso piuttosto lungo, durato in tutto 12 anni. A volte raggiungere la vetta sembrava quasi impossibile ma finalmente oggi ci siamo riusciti”.

Passano poche settimane e cosa succede?  Durante la Fiera dell’artigianato di Rho, Milano, presso il Consorzio che si è battuto per anni per ottenere la super protezione, arrivano i NAA (Nucleo Antisofisticazione e Sanità) chiudono lo stand ed emettono un bel verbale per frode commerciale. Quale il reato? Aver offerto e promosso la focaccia di Recco al formaggio agli ospiti della manifestazione, cioè in luoghi che non gli sono permessi. La produzione e commercializzazione della focaccia di Recco col formaggio IGP è consentita esclusivamente nel territorio dei quattro comuni indicati dal rigidissimo disciplinare: Recco, Avegno, Sori e Camogli. In altre parole la focaccia di Recco è costretta alla reclusione in quella fascia di litorale ligure.

Apriti cielo! La notizia fa emergere i contrasti interni tra i produttori della focaccia. C’è chi, per portarla a Milano, ne cambia il nome in “Focaccia manuelina”. Alcuni focacciai marciano su Bruxelles contro la decisione dell’UE. La città di Recco si divide in due: a favore o contro il rigido disciplinare. Raccontate questa storia a qualsiasi non italiano e scoppierà a ridere incredulo.

Adesso si stanno adoperando per trovare strategie in grado di aggirare la protezione. Dal Consorzio affermano: “ Oggi […[ scriviamo a caratteri cubitali nello stand e sui manifesti che la focaccia col formaggio IGP, quella vera, si può confezionare e vendere solamente nei quattro comuni del disciplinare. Inoltre il logo dell’IGP è sparito da ogni tipo di comunicazione . Si tratta di quello che abbiamo sempre fatto, ma diciamo che abbiamo sottolineato il messaggio che per gustare la focaccia si deve andare nel golfo Paradiso…”. In sintesi, la focaccia la si può far degustare e distribuire, attività di promozione del Consorzio di Recco, ma non è commercializzabile. Se la volete mangiare preparate sacche e bagagli e mettetevi in viaggio. E se la vita non vi porta da quelle parti… peggio per voi.

Si tratta di un incantesimo, quello della relazione rigida tra prodotto e luogo, che può portare a situazioni paradossali come quella descritta. Non è forse meglio un sistema nel quale pur riconoscendo l’origine, la paternità, l’autenticità e le qualità di un prodotto ci si muova verso un modello inspired by? Sarebbe un passo avanti conforme con i tempi che stiamo vivendo.

L’articolo dell’Economist altro non fa che accertare le paure di essere defraudati, di perdere un po’ della nostra civiltà italiana per “appropriazioni” indebite. Le cosiddette denominazioni di origini protette (DOP, IGP DOCG ecc..) hanno avuto origine in Francia con l’idea di tutelare il consumatore sulle origini e la qualità del prodotto, in altre parole di proteggerlo da falsificazioni. Il processo si è trasformato in tutela dei produttori da qualsiasi forma di riproduzione, “imbastardimento” e diffusione globale.

L’ Italia ha il più alto numero di richieste per DOP, 924 contro le 754 della Francia e le 361 della Spagna. Non ci potrà mai essere, quindi, una catena globale di una buona e sana focaccia ligure. E se uno dei migliori fornai decidesse di andarsene da qualche altra parte? Niente, le sue competenze non possono emigrare.

Accade così che, sostiene l’Economist, il buon caffè è italiano ma poi lo distribuiscono altri, vedi Caffè Nero, Nespressso, e per certi versi Starbucks, se si conosce la sua storia. La pizza nasce in Italia ma il mercato globale lo fanno gli americani: Pizza Hut e Domino’s. La pasta diventa anche quella di Chef Boyardee, Foulds o Vapiano. Ci stiamo perdendo in un provincialismo becero e spesso ottuso mentre il mondo va avanti. Stiamo fermi a guardare il dito che indica la luna, come in una scena emblematica del film Big Night. Chi ha ragione tra i due fratelli: Primo che  vuole conservare inalterati gli usi tradizionali italiani o Secondo che cerca di adeguarsi al contesto in cui si trova? Molti non hanno ancora capito che questa… è la globalizzazione, bellezza, e tu non ci puoi fare niente…

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