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Al Fancy Food di New York l’Italia ancora campione del mondo

Intervista con il Direttore dell'Agenzia ICE di New York Maurizio Forte, che presenta i dati sulla prestigiosa fiera internazionale sul cibo 

Alla vigilia del Summer Fancy Food, la tradizionale manifestazione estiva newyorkese dedicata al cibo dove l'Italia è da anni protagonista assoluta, abbiamo chiesto al direttore dell'ICE di New York Maurizio Forte di raccontarci le novità di questa edizione, e di tracciare un bilancio sull'export dei prodotti made in Italy verso il mercato americano

È un’Italia da record, quella che sarà protagonista, dal 30 giugno al 2 luglio prossimi, del Summer Fancy Food, il tradizionale appuntamento estivo newyorkese dedicato al cibo. Un’Italia campione del mondo – è il caso di dirlo, nonostante la mancata qualificazione ai mondiali di calcio – in tema di export di prodotti agroalimentari verso il mercato statunitense, mai così recettivo nei confronti delle eccellenze del made in Italy. Non a caso, ad accogliere le 300 imprese del Belpaese – distribuite su 26mila sq. ft di superficie presso la Javits Center di New York City che parteciperanno alla manifestazione, ci sarà anche la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Delle novità di questa edizione del Fancy Food, ma anche di export e made in Italy noi della Voce abbiamo parlato con Maurizio Forte, direttore dell’Agenzia ICE di New York.

Fancy Food: un appuntamento ormai tradizionale, dove da qualche anno l’Italia è primo espositore.
“Assolutamente sì, l’Italia è Paese leader, direi, da più di qualche anno, quasi storicamente. La buona notizia è che negli ultimi anni la leadership si è rafforzata: abbiamo quasi 320 aziende espositrici, di cui ben 280 all’interno del padiglione italiano, oltre ad altre aziende molto importanti, con immagini molto forti, che quindi sono fuori dal padiglione ma fanno comunque parte della famiglia italiana. Rappresentiamo quasi il 12% dell’area espositiva, il nostro padiglione è di 2.700 mq, mentre al River Pavilion abbiamo altri 700 mq. Questi sono tutti dati quantitativi. Altrettanto confortanti sono quelli qualitativi, perché negli anni abbiamo assistito a un progressivo miglioramento della qualità delle aziende italiane. Le imprese italiane, negli ultimi 10 anni, hanno compreso le potenzialità del mercato americano – che sono veramente eccezionali, e anche i dati dei primi quattro mesi del 2018 lo confermano -, ma hanno capito le complessità e le sfide che questo mercato pone, e rispetto alle quali non esistono scorciatoie. Anche grazie al lavoro degli organizzatori, la Specialty Food Association – che da un po’ di anni ha un nuovo Presidente, sempre attento alla qualità e all’innovazione -, e grazie anche a Universal Marketing, è stato fatto anche un lavoro di progressiva educazione e formazione delle imprese, anche richiesta dagli stessi partner, come consorzi, regioni, camere di commercio: oggi, quindi, vediamo aziende, a prescindere dalla dimensione, preparate, consapevoli di cosa significhi esportare negli Stati Uniti, che già sono presenti, o portano novità, oppure sono alla ricerca di distributori o di nuove forme di presenza nel mercato americano. Poi ci sono i grandi consorzi di tutela, le aziende più importanti, anche quelle che hanno delle basi distributive qui. Quindi, parliamo di una presenza qualitativa e quantitativa forse unica negli Stati Uniti per tutti i settori merceologici. Inoltre, per far capire il “sistema”, possiamo citare la cabina di regia che si occupa di internazionalizzazione in Italia, che, tra le altre cose, ha individuato gli Stati Uniti e i Fancy Food come target e appuntamenti importanti, il grande lavoro di coordinamento della nostra ambasciata a Washington, quello del Consolato Generale a New York, e poi abbiamo, insieme all’agenzia ICE e naturalmente il Ministero dello Sviluppo Economico, i partner più importanti che rappresentano il mondo delle fiere e dell’industria alimentare: abbiamo Federalimentare e le prestigiosissime Fiere di Verona, con il brand Vinitaly, Fiere di Parma, con il brand Cibus e Fiere di Milano con il brand Tuttofood“.

La scorsa edizione del Fancy Food di New York (italianmade.com)

Nel Fancy Food, qual è il settore alimentare italiano che va più forte?
“Il dato interessante è che l’Italia è leader nei settori in cui ha una forte specializzazione. A livello generale, il nostro Paese è il sesto fornitore degli Stati Uniti per il settore agroalimentare e food. Quando poi si va sulla qualità, sul prodotto specifico e sui prodotti tipici del made in Italy, l’Italia è indiscutibilmente prima: prima nel vino, con oltre il 32% di quote di mercato, prima nei formaggi, nella pasta, nell’olio d’oliva, nell’aceto balsamico, nelle acque minerali e ricopre posizioni importanti in altri settori non semplici: è ad esempio quarta nei prodotti da forno e biscotti – dove pure c’è una concorrenza internazionale molto forte -, terza nei settori delle carni lavorate, e quando parliamo di salumeria tipica italiana siamo leader”.

(italianmade.com)

E poi diciamolo con orgoglio, in questi settori di qualità, riusciamo a battere, anche se di poco, il nostro più grande competitor che è la Francia, sia nei vini che nei formaggi.
“Noi abbiamo delle quote di mercato, come si diceva una volta, “bulgare”, perché siamo al 30, 40%, negli aceti balsamici addirittura siamo oltre il 70%. Abbiamo, in base ai prodotti, concorrenti diversi. Spesso la Francia, che è il nostro concorrente diretto nel vino, settore in cui Parigi ha avuto una seppur lieve supremazia l’anno scorso, mentre quest’anno ci siamo ripresi in quantità e valore. Siamo poi concorrenti diretti con la Francia sui formaggi, ma la stacchiamo di molto, lo siamo sulle acque minerali, mentre, ad esempio, nell’olio d’oliva il nostro concorrente è la Spagna: due anni fa ci aveva superato a causa di una carenza di produzione italiana, l’anno scorso siamo arrivati molto vicino a loro e quest’anno li abbiamo staccati. Il commercio internazionale non è una gara, ma è sempre meglio essere primi”.

Al Fancy Food ci sono aziende che a volte portano i loro prodotti anche per la prima volta. Qual è l’aspettativa delle aziende italiane, cosa cercano nel mercato americano?
“Prima di tutto, voglio citare una novità organizzativa, che è anche testimonianza di quanto si stia investendo sempre di più su questa fiera. Quest’anno, infatti, l’Italia è cresciuta ulteriormente, e quindi abbiamo preso uno spazio molto grande, di 700 metri quadrati, al River Pavilion, che è un padiglione molto bello, con una vista straordinaria sull’Hudson River, dove, insieme ai nostri partner, verranno organizzate nove cooking station dove circa una quarantina di aziende italiane si daranno il cambio con alcuni chef, per presentare a un pubblico selezionato di buyer e giornalisti le ultime tendenze dei prodotti italiani. Prodotti italiani che, molto spesso, vanno apprezzati “in action”. Faremo insomma vedere l’innovazione e la versatilità dei prodotti italiani nell’uso quotidiano in cucina. Le aziende italiane hanno capito che il mercato americano è avido di novità e di innovazione, visto che qui c’è già tutto: andando in un qualsiasi supermercato, si può già trovare trenta o quaranta tipi di olio d’oliva con varie provenienze, packaging, aromatizzazioni. Arrivare con l’ennesima bottiglia di olio italiano rischia di non portare grande valore aggiunto, nonostante parliamo di prodotti eccellenti. Lì, allora, c’è bisogno della novità, nel packaging, nell’aromatizzazione, nelle applicazioni di utilizzo, nella facilità di uso in cucina anche da parte dei non esperti, nella possibilità di destagionalizzare dei prodotti che magari in Italia sono legati solo ad alcune festività e così via. Le aziende italiane, anche piccole, che stanno avendo maggiore successo sono quelle che interpretano, nel rispetto della tradizione, le esigenze del mercato e sono in grado di innovare”.

In America, si vuole vendere il prodotto italiano anche come prodotto regionale, rendendo tale identità subito evidente dall’etichetta e dal packaging. Può essere questa un’occasione di rilancio del Sud, per il quale si parla sempre di turismo e poco delle potenzialità dell’alimentare nelle esportazioni?
“Certamente. Il mercato americano è avido di novità, avido di prodotti di nicchia, che abbiano caratteristiche di salubrità, che siano organici, espressione del territorio: prodotti non omologati. Questa è una grande opportunità per tutte le aziende italiane, in particolare per quelle più piccole: al Sud ce ne sono tante, e molte di queste sono al Fancy Food, dove l’Italia è rappresentata in modo molto trasversale. La stessa cosa sta avvenendo, ad esempio, nel vino. Dopo aver conosciuto ed apprezzato i grandi territori del vino italiano (Toscana, Piemonte, ma anche Veneto e Friuli), esiste però una crescente attenzione anche per le aree cosiddette “nuove”. L’Italia può insomma presentare una gamma completa per qualità, dimensione, varietà geografica e per varietà di vini. Questo è anche uno degli scopi del progetto “Vino USA”, che abbiamo lanciato negli ultimi mesi, con un investimento promozionale di pubblicità molto importante. L’obiettivo principale è quello di far conoscere meglio la varietà di vini italiani, e di migliorarne il posizionamento. Noi, infatti, vendiamo vini ancora a prezzi medio-bassi: crediamo che, a fianco di vini da tavola per tutti i giorni e le tasche, l’Italia possa esprimere, da Nord a Sud, isole comprese, dei grandi vini di alta qualità e di prezzo, ponendosi ai vertici della classifica anche dei vini di alta qualità”.

italianmade.com

I vini sono un po’ la locomotiva del successo italiano sul mercato americano e non solo. Sentiamo sempre parlare dei problemi dell’Italia, ma possiamo dire che invece sul lato dell’export “il giocattolo” non dovrebbe essere toccato?
“Gli americani dicono: “If it is not broken, don’t fix it”, noi diciamo “squadra che vince non si cambia”. Noi crediamo che il settore agroalimentare (compreso il vino) debba essere fortemente sostenuto e promosso negli Stati Uniti, per due ragioni: innanzitutto perché quando si è primi l’unico rischio che si corre è di diventare secondi; in secondo luogo perché le sfide della concorrenza restano fortissime. Ed è per questo che negli ultimi anni gli investimenti più grandi fatti dall’Italia siano stati indirizzati proprio agli Stati Uniti e al sostegno del settore food and wine. Sembrerebbe un’assurdità: siamo già i primi e abbiamo un 30-40% di quote di mercato, quindi perché dovremmo farlo? Proprio perché siamo primi, abbiamo una posizione di leadership e proprio perché questa crea un canale di esportazione preziosissimo per le nostre aziende, canale che dobbiamo certamente difendere, ma anche valorizzare, giocando un po’ in attacco. Per il vino, come dicevo prima, si può agire sulla percezione, migliorando il posizionamento e conquistando prezzi medi più alti, mentre sul food c’è il grande tema di informare il consumatore americano dell’autenticità del prodotto italiano, che qui si scontra con l’Italian Sounding – problema annoso, non risolvibile a livello legale, che può essere in questa fase affrontato a livello di informazione ed educazione del consumatore -“.

A sottolineare l’importanza del Fancy Food, ci sarà la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, in visita al Fancy Food sabato.
“Abbiamo ricevuto questa notizia, di cui siamo particolarmente lieti. Il Presidente del Senato verrà a visitare il padiglione italiano e lo inaugurerà, ed è per noi tutti che abbiamo lavorato all’iniziativa un grandissimo onore”.

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La Casa Bianca ha più volte manifestato preoccupazione a proposito della bilancia commerciale statunitense verso l’Europa e ha promesso di prendere provvedimenti:alcuni li ha già presi. Guardando i dati sugli scambi commerciali tra Stati Uniti e Italia, in effetti, sembrerebbe quasi che Trump non abbia tutti i torti. Questa fase di export italiano verso gli Stati Uniti in continua espansione potrebbe incontrare serie difficoltà?
“È molto difficile fare previsioni. Possiamo basarci su dati oggettivi che conosciamo, sui dazi applicati dagli Stati Uniti, i controdazi applicati dall’Unione Europea e sulla partita che si è aperta con la Cina. Il tema principale è che questa guerra dei dazi, oltre a danneggiare in modo diretto l’industria e i prodotti coinvolti, crea un clima di tensione, di possibile sfiducia e talvolta di necessità di riallocazione delle produzioni, che non giova: lo vediamo anche nel modo in cui stanno rispondendo le borse di molti Paesi. Tuttavia, sui settori merceologici specifici in cui l’Italia è molto performante negli Stati Uniti – meccanica, moda e agroalimentare -, lavoriamo molto in nicchie di mercato dove abbiamo surplus a nostro favore, ma dove non andiamo a danneggiare la produzione locale, perché si tratta, ad esempio nel campo della meccanica, di prodotti molto specifici. Nel settore della moda e dell’agroalimentare esportiamo delle eccellenze uniche: non siamo, insomma, in diretta concorrenza con prodotti americani. Senza contare che quei dati che abbiamo citato sull’agroalimentare, e che ci riempiono di orgoglio, in realtà hanno un valore di 4,5 miliardi di dollari, un granello nel commercio internazionale. Crediamo insomma che misure dirette alle produzioni italiane non siano così auspicabili. C’è sicuramente un tema a cui le nostre istituzioni e la nostra ambasciata prestano attenzione, sia a livello di misure che potrebbero essere prese, sia a livello di controlli e ispezioni che creano rallentamenti al nostro export. È insomma un momento difficile, ma è anche un momento in cui, almeno fino ad oggi, il business italiano continua ad andare bene. Speriamo che questa spirale di dazi si fermi qua, perché sarebbe un peccato rovinare questa bella performance”.

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